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 2026  maggio 31 Domenica calendario

Luigi Garlando parla della sua passione per il calcio

Gli ultimi campioni, appena pubblicato da UTET, intreccia come non mai le due anime di Luigi Garlando, cronista curioso e scrittore raffinato. È il diario sentimentale del Mondiale 2006, uno dei cinque che l’autore ha seguito per la Gazzetta dello Sport, di cui è prima firma. Specializzato nella letteratura per ragazzi, vocazione legata agli anni dell’insegnamento che hanno preceduto quella per il giornalismo, Garlando ha raccontato, tra gli altri, Giovanni Falcone, Ernesto Che Guevara, Sandro Pertini e Rita Levi Montalcini. Per questo mi chiamo Giovanni, dedicato al magistrato assassinato dalla mafia, ha venduto un milione di copie. La serie Gol, che da vent’anni fa sognare generazioni di bambini, è stata tradotta in quindici Paesi. Con L’estate che conobbi il Che ha vinto il Premio Strega Ragazzi.
Garlando, lei è scrittore poliedrico, ma nei suoi romanzi il calcio compare spesso.
«È il primo amore. La passione per i libri è arrivata tardi. Fino al liceo non sono stato un grande lettore, mentre il pallone mi ha accompagnato fin dai primi passi. A volte è pretesto narrativo, a volte, specie nei libri per ragazzi, metafora».
Può diventare anche sfida letteraria? Il calcio fatica a superare i pregiudizi…
«Pregiudizi forti, ma insensati. Come per il giornalismo sportivo, il mio mondo, nonostante per molti grandi scrittori sia stato una palestra. Penso a Dino Buzzati, Gianni Brera, Giovanni Arpino e, tra i più moderni, Alessandro Baricco. Gli steccati ci sono, ma più nella testa di chi legge che nella realtà. Soprattutto in Italia: in Sudamerica, penso alla popolarità di Galeano e Soriano, non esistono».
Il suo libro di calcio preferito?
«Febbre a 90 di Nick Hornby, il vangelo di noi che amiamo il calcio. Ha raccontato in modo definitivo una passione che è simile all’amore, che non finisce allo stadio ma entra nella famiglia, nella vita».
Lei è giornalista e scrittore: che differenza c’è tra un articolo e un libro?
«La velocità. Ai libri posso dedicare più tempo e cura. Per il resto non vedo differenze, il linguaggio è lo stesso: specie io che scrivo spesso per ragazzi cerco quella chiarezza che mi impongo sul giornale. La Gazzetta è un foglio popolare. So di rivolgermi anche a persone che possono non avere una cultura profonda, perciò evito di fare il pavone con iperboli e citazioni dotte».
Ha appena pubblicato “Gli ultimi campioni”, il romanzo del Mondiale di Germania 2006…
«Racconto il cammino dell’Italia giorno per giorno, fuori e dentro il campo, rispolverando appunti e ricordi. Ho vissuto quella fiaba da dentro».
Inevitabile un tocco nostalgico: eravamo re e adesso, da tre edizioni, nemmeno partecipiamo al Mondiale.
«Il titolo è amaro, perfino un po’ velenoso: sono “ultimi campioni” cronologicamente, o perché temiamo che nessuno più potrà emularli? Però è anche un invito alla speranza. La squadra di Lippi non era la più forte, ma ha vinto attraverso ingredienti come unità, capacità di soffrire, compattezza. Possiamo recuperare quei valori, anche se non abbiamo la qualità di quei campioni. Del Piero giocò una sola partita da titolare nel Mondiale, Inzaghi nessuna. Averne oggi di fuoriclasse del genere… Anche uno solo».
Lei non racconta solo il trionfo, ricorda i momenti duri che lo hanno preceduto.
«Nell’immaginario il Mondiale eroico resta quello del 1982, credo dipenda dagli avversari: in Spagna superammo l’Argentina di Maradona, il Brasile di Falcao e Zico, la Germania di Rummenigge, mentre nel 2006 siamo arrivati in fondo battendo Australia e Ucraina. Entrambi successi sorprendenti, ma il contesto era diverso: gli azzurri di Bearzot partirono tra le critiche, dell’Italia di Lippi era incerta addirittura la partecipazione. Imperversava Calciopoli, c’erano calciatori indagati, l’opinione pubblica era contraria. Siamo davvero partiti come Cenerentola per finire al Gran ballo. È importante ricordare, per comprendere il clima, l’invito di Beppe Grillo a sostenere il Ghana contro gli azzurri e la radiocronaca su Radio Padania di Matteo Salvini che tifava Germania con la maglia tedesca addosso».
Anche il popolo era ostile…
«Coverciano era chiuso al pubblico, ma urlavano insulti da dietro le siepi. Ricordo Del Piero che si avvicinò: “Coniglio, fatti vedere”. Poi, un classico, tutti salirono sul carro. Compresi, ovviamente, i politici: abbiamo una foto in redazione di molti di quelli che criticavano mentre divorano la crostata preparata dai magazzinieri per i giocatori, simbolo di come funziona in Italia».
Un romanzo scritto “da dentro”, diceva: ha parlato con protagonisti e spettatori, respirato l’aria del Mondiale
«Era diverso il modo di fare il mestiere, stavamo accanto alla squadra, ne condividevamo tensioni ed emozioni. Cerco di farlo capire, di raccontare il Mondiale e la vita, nostra e dei campioni, che intanto scorreva. Ho chiesto al collega Massimo Cecchini il permesso di poter scrivere il momento in cui, in una mixed zone affollatissima, si avvicinò per dirmi che il papà era morto. Rimanemmo abbracciati cinque minuti in silenzio, mentre i calciatori parlavano davanti alle telecamere».
Lei è uno scrittore specialista per ragazzi…
«Dopo la laurea in lettere ho insegnato, quattro-cinque anni di supplenze, e pensavo fosse il mio lavoro per tutta la vita, poi sono stato ammesso a un biennio di scuola di giornalismo che mi ha fatto arrivare in Gazzetta ed è cambiato tutto. Quando ho iniziato a scrivere libri mi è venuto naturale rivolgermi ai giovani, in mezzo ai quali adoro stare, con un linguaggio semplice che potessero capire. In Per questo mi chiamo Giovanni volevo raccontare la figura di Falcone, educare alla lotta alla mafia senza annoiare. Esempio, per spiegare la parola la cosca, mi sono servito del carciofo. La parola cosca un tempo designava la pianta del carciofo, composta da diverse foglie. Allo stesso modo Palermo era formata da diversi rioni, ognuno in mano a una famiglia, una cosca, mafiosa».
Ha raccontato oltre a Falcone, Che Guevara, Pertini, Rita Levi Montalcini: personaggi diversissimi…
«Ma hanno in comune la passione, un ideale su cui investire le energie per trovare la felicità. Falcone era felice perché si sentiva utile, anche se viveva blindato. E Rita Levi Montalcini, quando bombardarono Torino, scappò con il microscopio in braccio: ai ragazzi che incontro dico: “Cercate il vostro talento, il vostro microscopio"».
Un suo grande successo è la collana “Gol” che ha fatto sognare generazioni di bambini: le avventure delle Cipolline, piccoli campioni di fairplay, sono tradotte in quindici Paesi.
«Nacque tutto per caso. Nel 2001 partecipai a un concorso letterario scrivendo la storia di un bambino di Sarajevo. Lo vinsi e l’editrice Piemme, che lo aveva indetto, mi chiese di scrivere qualcosa sul calcio, passione dei ragazzini, che non aveva in catalogo. Visti i brutti esempi in giro, misi in campo una squadra capace invece di offrirne di positivi, tra amicizia e amore per lo sport. La serie festeggia vent’anni, i primi lettori sono adulti: Raspadori e Nicolussi Caviglia mi hanno telefonato per ringraziarmi, come tanti altri bambini sono cresciuti con le Cipolline».
Ha scritto di Galliani e Sacchi: contrappasso per un interista?
(sorride) «Per la Gazzetta ho seguito il Milan negli anni Novanta e, frequentando il campo ogni giorno, sono sbocciate amicizie forti. Con Galliani e Sacchi come con tanti calciatori, da Boban ad Albertini».
Non ha mai nascosto la sua fede nerazzurra…
«Chi mi conosce sa che, quando scrivo, non tifo. Poi, nell’era social, è inevitabile che arrivino critiche e magari insulti che tirano in ballo la mia fede calcistica… A volte rispondo esibendo una medaglia: in trentacinque anni di mestiere sono stato querelato una sola volta per diffamazione, dal presidente dell’Inter Massimo Moratti. Tre gradi di giudizio, da cui sono uscito naturalmente assolto. La mia era semplice critica giornalistica sulla gestione del post-Triplete, non diffamazione. Sono interista come lo era Giacinto Facchetti che, da dirigente, quando Materazzi prese a pugni Cirillo nel tunnel, non lo giustificò, ma chiese scusa pubblicamente. Impensabile oggi. La regola è: “Tutto ciò che fa la mia parte è giusto, ciò che fanno gli avversari è sbagliato"».
Ha scritto “Nel mezzo del pallon di nostra vita”, reinterpretazione del mondo dantesco nel calcio.
«Ci pensavo da tanto, mi sono divertito a immaginare un inferno e un paradiso per calciatori. Colleziono edizioni della Divina Commedia in tutte le lingue del mondo, nel mio studio ne ho un’ottantina: dopo la Bibbia, è il libro più tradotto».
A proposito di studio, dove ama scrivere?
«Ho due luoghi del cuore, nella mia casetta in Brianza: la taverna con il camino d’inverno e il giardino quando arriva la bella stagione. In realtà scrivo perlopiù in treno, in aereo, negli alberghi aspettando le partite: lo scrittore deve adeguarsi al giornalista che porta a casa stipendio».