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 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Intervista ad Antonio Catania

Nel film che ha appena finito di girare, La mia storia con te di Angelo Frezza, Antonio Catania è il produttore di una serie tv ambientata in un parco divertimenti costretto a bloccare il set perché un finanziatore si è ritirato e non ci sono più soldi. Risolverà la situazione un’amica che riesce a coinvolgere una piattaforma di streaming. Nel cast anche Maurizio Battista, Maria Guerriero (è la star che si innamora di un giovane inserviente), Luca Nobili e l’americana Kelly Lang (Brooke Logan di Beautiful, quella che nella soap si è sposata più o meno con tutti). Siciliano di Acireale, cresciuto a Milano, e romano da venticinque anni, il 74enne Catania dal Teatro dell’Elfo a Boris, passando per Mediterraneo di Gabriele Salvatores, La cena di Ettore Scola e Pane e tulipani di Silvio Soldini, ha fatto di tutto, lasciando quasi sempre il segno.
Nella finzione le piattaforme risolvono i problemi: in realtà non le piacciono, vero?
«Diciamo che in questa momento di crisi nera aiutano a produrre e danno la possibilità di essere visti. Quello che non mi piace è che hanno abbassato la qualità media dei prodotti. Per me il cinema è quello che va nelle sale».
Lei ci crede ancora?
«Mah... Temo che alla fine ne resteranno poche e solo per quei film di grande richiamo per i giovani, quelli con gli effetti speciali e le battute alla Checco Zalone. Per il resto la vedo dura, anche perché grandi idee non se ne vedono. È inutile girarci intorno, anche i registi più bravi non fanno grandi film».
Che ne pensa di Checco Zalone?
«C’è poco da fare, è fortunato e riesce a divertire con film nei quali, a volte, accenna anche a temi interessanti come il rapporto padre-figlia. Detto questo, quello che fa lui è difficilissimo, realizzare un mattone è facile: metti due persone in silenzio davanti a una finestra, qualche sguardo intenso, un problema esistenziale e il più è fatto».

Il suo film l’ha visto, le è piaciuto?
«Sì, anche se non è il genere che mi fa impazzire. Hamnet di Chloé Zhao, quello mi ha colpito. È emozionante e sorprendente, due cose che un film dovrebbe sempre fare».
L’ultimo stupore per un italiano quando ce l’ha avuto?
«Nel 2024 per Napoli-New-York di Salvatores».
Troppo facile: siete amici e c’era anche lei nel cast.
«Sì, ma quel film aveva qualcosa in più. Raccontava gli italiani emigrati in America nel secolo scorso, quando ci consideravano selvaggi. È una pagina di storia che non dovremmo dimenticare».
Una sua storia da raccontare, magari anche da regista, ce l’ha?
«Certo. Ho anche provato a farla, ma nessuno mi ha dato retta. Avrei voluto narrare le vicende di una famiglia alle prese con la morte della madre e un’eredità importante. Comunque, fare il regista è un lavoro faticosissimo. Bisogna dare sempre risposte a tutti su tutto. Non smanio per farlo».
Fra i registi italiani non ha lavorato con Paolo Sorrentino, per il quale nel 2002 fece un provino per “The Young Pope”, né con Matteo Garrone, per il quale parole sue in passato avrebbe lavorato anche gratis: li ha più sentiti?
«Sorrentino dopo quel provino sparì, Garrone pure. Lui però lo capisco: lavora con sconosciuti o con attori più importanti di me. Ho capito che per alcuni è un po’ difficile collocarmi».
In che senso?
«C’è chi pensa che io sia milanese, chi siciliano, chi romano».
Lei cosa si sente, un siciliano trapiantato a Roma dopo una vita a Milano o un milanese d’origine siciliana che adesso vive a Roma?
«Non lo so più. Come dicevo, ho vissuto l’adolescenza in Sicilia, la formazione a Milano, dieci anni in Romagna e ormai ventisei a Roma».
Quanto l’ha segnata l’esperienza giovanile con il Teatro dell’Elfo?
«Moltissimo. Uscimmo dalla scuola Paolo Grassi del Piccolo Teatro di Milano convinti di poter cambiare tutto. Eravamo presuntuosi, non proprio bravissimi, ma avevamo una grande energia. Coinvolgevamo tutti e spesso chi ci vedeva poi formava altri gruppi. Eravamo contagiosi. E contro».
Contro chi?
«Tutti i tromboni, anche se poi di nascosto andavo a vedere gli spettacoli di Giorgio Strehler, un genio. Da giovane lavorai anche con Dario Fo, che ovviamente era molto politicizzato. Il suo era una teatro farsesco, bello e divertente, con temi importanti, poi però c’era il pistolotto finale, il comizio. Che non ci stava bene perché non serviva, il messaggio era già arrivato».
Per questo oggi guarda con sospetto gli slogan?
«Sì. Ho sempre preso le distanze dalla retorica. Oggi se non pronunci certe parole sembra che tu non possa essere di una certa area politica. Che cazzata».
Cosa pensa dei David di Donatello?
«Ho incontrato Piera Detassis, la responsabile dell’Accademia, e le ho subito detto che così non va bene. Uno riceve un premio e poi si mette a pontificare su questioni enormemente complesse? Ma dai... Noi attori dovremmo parlare del nostro lavoro e tramite questo veicolare idee e temi che ci stanno a cuore. Nel mio caso anche le persone che in Italia vivono in povertà. Punto».
Quindi la pensa come De Gregori?
«Sì. La realtà è molto complicata e non c’è bisogno di facili slogan, che tra l’altro indispettiscono non poco chi ci guarda e ci ascolta».
Lei è sempre stato di sinistra. Oggi?
«Sempre meno. E paradossalmente la cosa che oggi mi irrita di più è proprio la sinistra».
Più della destra?
«Sì. Della destra vedo chiaramente limiti e contraddizioni. Dalla sinistra mi aspetterei qualcosa di diverso. Invece spesso vedo intolleranza, slogan, incapacità di ascoltare».
Va ancora a votare?
«Sì, ma con meno convinzione di un tempo. Vorrei una sinistra che parlasse di problemi concreti e una destra che chiudesse definitivamente i conti con il proprio passato».
Lei ha vissuto gli Anni Settanta da ragazzo: come li ricorda?
«Bene. Proprio per questo diffido delle semplificazioni. Ho conosciuto persone finite nel terrorismo rosso e nero. In quegli anni tanti di noi parlavano per slogan senza capire davvero cosa stesse succedendo».
Quando pensa alla sua carriera come la valuta?
«Bene. Sono stato molto fortunato».
Chi deve ringraziare per primo?
«Un amico, Stefano Manca. Fu lui a portarmi alla Paolo Grassi di Milano per fare il provino. Se non fosse stato per lui oggi farei un’altra vita».
È vero che voleva fare il medico?
«Sì. Mi iscrissi a Medicina. Poi sterzai verso la filosofia, la psicanalisi, e infine il teatro».
I suoi genitori come reagirono?
«A sorpresa, bene. Mio padre a Milano, da preside di una scuola professionale della Regione Lombardia, mi trovò un lavoro sicuro come insegnante di un istituto tecnico, visto che all’epoca poteva farlo anche chi aveva solo il diploma. Iniziai, però, mi licenziai dopo pochi mesi. Loro non dissero nulla. Forse erano contenti che avessi trovato qualcosa che mi interessava davvero».
Ma non voleva fare il prete?
«Per carità. Quella era un’idea di mia zia e di mia nonna».
L’equivoco più grande sul suo conto?
«Dopo Mediterraneo di Salvatores molti pensarono che fossi come il mio personaggio: energico, esuberante, un po’ schizoide. Per anni mi chiesero sempre lui».
Il provino più imbarazzante?
«Quello con Mario Monicelli. Mi convocò a Roma. Arrivai da Milano, aprì la porta, mi guardò da lontano e in un secondo mi liquidò: “Niente. Lascia stare, pensavo fosse più vecchio”. Fine. Nemmeno mi fece entrare. Tornai subito in stazione. Quando, anni dopo, lo incontrai e glielo dissi, neanche se lo ricordava».
Quanti Diego Lopez, il suo personaggio in “Boris”, ha incontrato?
«Tantissimi. E faccio ancora provini perché se uno lavora per le piattaforme o le produzioni straniere tutti quelli che sono in Italia non contano niente e devono mandare i provini a Londra. Non so perché, ma sta tutto sempre a Londra».
Se suo figlio piccolo decidesse di fare l’attore?
«Sto cercando di spingerlo verso un’altra direzione. All’altro, quello più grande, gli feci fare un provino ma lui stesso mi disse che non voleva saperne. Meglio così».
Lo sfizio da togliersi, adesso, qual è?
«Fare il remake di un film bellissimo come I giorni contati, che Elio Petri girò nel 1962 con Salvo Randone nei panni di un uomo impegnato a cercare di recuperare il tempo perduto. Che fenomeno Petri, perché è stato così dimenticato?».
Forse non era iscritto al club giusto. Lei?
«Non scherziamo. Adesso che ci penso, però, forse faccio parte di quello di Gabriele Salvatores. Un uomo eccezionale. Quando vinse l’Oscar l’attaccarono tutti. Certa stampa di sinistra scrisse: “Vergogna, doveva vincere Lanterne rosse di Zhang Yimou”. Si rende conto? Se lo vada a rivedere: una rottura di palle gigantesca».