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 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Renzo Arbore ricorda il referendum monarchia-repubblica

A passo deciso verso il vicino traguardo dei novanta, Renzo Arbore si toglie il gusto di ricordare. E lo fa da par suo, con l’ironia lieve e signorile che ha contraddistinto la sua vita e quella della sua famiglia. Lui la rivede intenta ed emozionata alle prese con un momento chiave della nostra Storia: il passaggio dalla monarchia alla Repubblica. In doppia celebrazione con il suffragio per la prima volta allargato alle donne.
Arbore, dove era e quanti anni aveva quel 2 giugno del 1946?
«Avevo solo 9 anni ma ero in grado di intendere e di volere. Una premessa è fondamentale per contestualizzare quello che poi le dirò: mi trovavo a casa, a Foggia, capoluogo di provincia agricolo del Tavoliere delle Puglie, in quello che al tempo era il profondo Sud. Foggia, severamente colpita dai bombardamenti americani del 1943. Una città distrutta. C’era tempo solo di ricostruire, non di pensare. E si pregava Padre Pio che si era appena trasferito da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo dove fece costruire l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. La prima grande struttura ospedaliera del Sud».
Peccato che adesso sia afflitta dai debiti e che Papa Leone XIV l’abbia dovuta commissariare.
«È vero, un dolore. Fu costruito in gran parte con le offerte americane proprio perché a 10 km dall’aeroporto militare, allora americano, di Amendola, il più grande d’Italia. Ospedale che poteva essere utile anche a loro in caso di guerra. Fiorello La Guardia, poi sindaco tra i più amati di New York, era di origini foggiane e si industriò molto per trovare i capitali e costruire Casa Sollievo».
Una città che guardava alla modernità, carente di molto però.
«Il nostro problema era mangiare e poco altro. La politica non entrava nelle case. O almeno io non l’avvertivo. Devo confessare che la mia famiglia era monarchica, con qualche quarto di nobiltà. Figuriamoci. Però date le premesse devo anche dire che a Foggia proclamarsi repubblicani sapeva di rivoluzionario. Solo mio nonno Lorenzo, dal quale ho preso il nome, osava professarsi tale e mia nonna, di origini bolognesi, si definiva “un po’ rossa” quasi per campanilismo. Mio nonno assentiva. Avevo uno zio sindacalista però militava nel partito monarchico. Ho ancora nelle orecchie la voce di mia madre che la mattina del 2 giugno chiedeva a mio padre: “Giulio, che voto?”. Le mogli si regolavano così e le donne che erano sprovviste di sposo, si rivolgevano al parroco. Chi osava altrimenti era fuori ordinanza. Ma anche Napoli aveva una forte resistenza monarchica, tanto che dopo i risultati del voto si sfiorò la rivolta».
Alle urne con emozione?
«Tantissima emozione e il risultato, lo ricordo, fu atteso con trepidazione. In quest’atmosfera però resisteva la stima e il rispetto per Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista illustre nato poco distante, a Cerignola».
Il 1946 segnò anche il risveglio della città martoriata.
«La nostra fortuna fu appunto essere vicinissimi dall’aeroporto di Amendola. Questo ci portava a vivere con gli americani. Ovunque in città risuonavano canzoni americane e napoletane, queste ultime molto più conosciute e amate di quelle italiane, cantate dai muratori mentre ricostruivano e dai posteggiatori».
C’erano già i posteggiatori, così tante macchine?
«Ma no! Erano quelli della “posteggia”, vale a dire con i mandolini e altri strumenti che chiedevano l’elemosina. Da loro ho imparato tanto. Io bambino ero impressionato dai “V disc”, erano i dischi a 33 giri della vittoria, brani bellissimi americani che poi sono stati la base di noi appassionati musicisti che suonavamo con loro».
Un periodo che sembra quasi bello nei suoi racconti
«Foggia e Bari erano tra le prime città liberate, si era stabilita una certa serenità legata al fatto di ricominciare a mangiare all’ora di pranzo. Si ritrovavano i viveri e noi abituati a un pane misto, fummo meravigliati nel vedere il pane bianco».
Nella sua famiglia tra monarchici e due soli repubblicani ci fu battaglia?
«Mai. Nelle famiglie di allora c’era un solo distinguo valido, le persone perbene e quelle non perbene. Il resto non costituiva motivo di lite perché il grande senso dell’onestà era un cappello comune. La mia infanzia appartiene a un’epoca remotissima, quando il latte appena munto arrivava dalla campagna in grandi bidoni, scoprivamo le farine di uova, di piselli, di ceci che arrivavano dalle mense degli americani, i rifiuti venivano raccolti in ceste che il ragazzo addetto veniva a ritirare. Ma erano pochissimi perché, memori della guerra, tutto veniva riutilizzato e mai buttato. Iniziava il contrabbando delle sigarette americane vendute nei banchettini dei vicoli, le stesse cantate da Carosone. Era una vita da poveri sorridenti».
Lei oggi è felice di questo anniversario?
«Felicissimo. Sono sempre stato un patriota, liberale di formazione. Ricordo a Foggia il circolo liberale frequentato dai “massari”, contadini vestiti a festa. Si ascoltava la radio e noi bambini giocavamo a campana. Sono ricordi di un ultraottantenne e questi ottant’anni della Repubblica mi commuovono immensamente. Io feci “Telepatria International, ovvero: niente paura siamo italiani”, ebbi ospiti ministri e militari, con bandiere ovunque. Erano anni in cui la parola Patria era oscurata, poi recuperata dal presidente Carlo Azeglio Ciampi. Se ho un mito politico è stato ed è il primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola. La sua morte per me fu un lutto personale. Non vorrei fosse dimenticato».
Molti Presidenti hanno riconosciuto il suo telento.
«Sono stato ricevuto da Sandro Pertini spesso e sono stato insignito Grande Ufficiale della Repubblica dal presidente Oscar Luigi Scalfaro e Sergio Mattarella mi ha reso estremamente felice attribuendomi la massima onorificenza, quella di Cavaliere di Gran Croce. Quest’anno sono stato invitato tra I volti della Repubblica in rappresentanza degli artisti. Ho dato tanto, ma la Repubblica italiana mi ha ripagato appieno. È un grande anniversario che va festeggiato da tutti».