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 2026  maggio 31 Domenica calendario

Intervista a Vincenzo Libertini

L’estetica è da show di wrestling americano: arbitro con camicia bianca e nera, cinturone d’oro come premio a chi vince, costumi e stivali colorati. Ma il ring è in una palestra di Torino e a lottare non ci sono le star a stelle e strisce. C’è Vincenzo Libertini, 38 anni, torinese e istruttore di Wrestling Torino, l’unica accademia torinese dove si insegna la disciplina a metà tra sport e intrattenimento nata oltre l’Atlantico. E che non è solo lotta ma recitazione, con tanto di alter ego e trame fatte di buoni e cattivi, di Davide e Golia che si scontrano su un ring. Oggi all’Inalpi Arena, dove i grandi del wrestling Usa si scontreranno per la prima volta a Torino in un evento trasmesso live su Netflix, ci sarà anche Libertini. «Vogliamo creare emozioni – dice – ma la vera sfida è combattere le nostre insicurezze».
Vale anche per lei?
«Certo. Io ero il classico ragazzino chiuso che faticava ad avere amici. Ho iniziato a fare arti marziali da giovanissimo perché invece lì nessuno ti giudicava».
Cosa faceva?
«Kick boxing e mma. Ma il mio cuore batteva per il wrestling. Lo guardavo fin da piccolo».
Come ha cominciato?
«Nel 2011 ho scoperto la Wrestling Torino e mi sono unito al gruppo».
Cosa la appassionava quando lo guardava da bambino?
«Provavo grande empatia per i personaggi, quell’adrenalina mi teneva incollato allo schermo. Un giorno mi son detto: voglio farlo anch’io. Al mio primo match ero emozionatissimo».
Perché?
«Mi sentivo finalmente apprezzato. Il pubblico applaudiva come se fossi un eroe. Gli piaceva il personaggio che creavo».
Ha un nome?
«Sì, “Violenzo”, perché è un tipo rude e attaccabrighe».
Ma lei è davvero così nella vita reale?
«No, tutt’altro. Violenzo è un alter ego immaginario che ho costruito nel contesto di una storia che racconto sul ring».
Come si costruisce un alter ego?
«Prendendo un pezzo di sé ed esagerandolo. È un’operazione che ha effetti quasi terapeutici».
Ci fa qualche esempio?
«Mi viene in mente un mio allievo. Era gay, aveva grandi difficoltà ad aprirsi alle persone per timore di commenti e pregiudizi. Gli ho proposto di far ruotare il suo personaggio attorno a quell’aspetto, e per lui è stato un successo».
Cosa direbbe oggi al Vincenzo ragazzino?
«Gli suggerirei di cominciare presto ad allenarsi e di puntare a fare del wrestling un lavoro».
Che rapporto c’è con la violenza nella vostra disciplina?
«Si insegna l’autocontrollo, come nel mondo delle arti marziali. Non c’è spazio per le teste calde in questo mondo».
Cioè?
«Le regole fondamentali sono non farsi male e non far male all’avversario. Anche perché magari la persona che stai affrontando vive di wrestling, e un infortunio rischia di fargli saltare un match con cui si guadagna da vivere. La violenza è stigmatizzata, chi la usa sul ring si crea una pessima reputazione».
Eppure le botte sembrano vere.
«Il bello è proprio saper rendere reale ciò che è finzione. Noi sappiamo bene come non farci male».
È possibile diventare professionisti?
«Sì, mi vengono in mente almeno due ragazzi italiani notati di recente dalla WWE».
Come la fa sentire l’arrivo del wrestling a Torino?
«Orgoglioso della mia città. Il fascino della Mole e la bellezza dell’Inalpi Arena hanno colpito».
"Violenzo” è l’alter ego. E invece Vincenzo chi è?
«Un ragazzo di 38 anni che come mestiere principale fa il macchinista. Guidare i treni era l’altro mio sogno, e ho realizzato anche questo».