Specchio, 31 maggio 2026
Linda Messerklinger parla del nonno e di sé stessa
«L’arte è arte, senza divisioni. Che si tratti di scrivere testi, dirigere un cast o stare in scena, realizzare le scenografie e la musica. Qualcuno può fare fatica a mettere a fuoco un percorso riconoscibile, ma per me è una questione di necessità, di istinto». Linda Messerklinger, 39 anni, torinese, attrice, artista multidisciplinare, attivista, ha lavorato tra gli altri con Dario Argento, Davide Ferrario, Marco Bellocchio e Paolo Sorrentino, ma recitare soltanto sembra che davvero non le basti. In questi giorni è a Ibiza per il “Ray of Light Awards”, festival internazionale che connette cinema, arte e coscienza. Un progetto che le somiglia, con la stessa voglia di riconoscere nell’esperienza artistica storie che esplorano la natura umana e il potere trasformativo della narrazione. L’imprinting famigliare è stato fortissimo: «Mia mamma aveva una sua compagnia teatrale ed è musicista, suona il contrabbasso e il pianoforte, componeva jingle e colonne sonore. Siamo cresciute io e mia sorella Gaia, attrice anche lei, con mamma che tutti i giorni suonava e cantava: Paolo Conte, Fabrizio de André, Brassens, con arrangiamenti suoi. La nostra casa era il laboratorio in cui ospitava gli artisti durante le prove e realizzava sculture e scenografie per gli spettacoli. C’era anche la “Compagnia instabile dei genitori” di cui i miei facevano parte fin da quando eravamo alla scuola materna. Noi bambini venivamo coinvolti in piccoli ruoli. Mi ricordo i Promessi Sposi, l’Odissea».
Anche il nonno paterno, Michael Messerklinger, era un artista, quanto ha contato?
«Era timpanista nell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, arrivò a Torino da Vienna negli anni Cinquanta. Non parlava mai di sé o di quello che faceva, sminuiva, giocava su se stesso. Diceva che “batteva le pelli” per descrivere il suo lavoro, io ci vedo un ruolo sciamanico nel suo strumento, le percussioni. Era anche direttore d’orchestra, aveva studiato con uno dei massimi esponenti europei, ma nessuno lo sapeva. Per molti, la prima volta che lo videro sul podio, fu una sorpresa».
Aveva fatto suo l’«understatement» piemontese?
«Certo la sua era una forma di umiltà, di riservatezza, penso però che a volte rischi di diventare aridità: dove sta il limite fra understatement e incapacità di condividere con gli altri? Lui aveva un fuoco dentro che lo bruciava continuamente, apparteneva alla musica, dovevi “sposare” lei per avere lui. Infatti con la sua seconda moglie, Giuditta Lombardi, detta Titti, che faceva parte dell’orchestra, vivevano di musica. Mia nonna, la prima moglie e unica vera piemontese, era infermiera e con quel mondo non c’entrava nulla, si amavano ma non poteva durare. Lei ne ha sofferto molto».
Di cose Michael Messerklinger ne ha fatte tante, le racconti lei.
«Contribuì alla fondazione del sindacato dei musicisti, lavorò perché prendessero consapevolezza dei loro diritti, portò i concerti nelle fabbriche, ma soprattutto fu tra i fondatori del Circolo Toscanini, il primo di quelli che divennero poi Circoli ARCI. Faceva parte di gruppo incredibile in cui trovavi insieme maestri d’orchestra, artisti come Felice Casorati, attivisti politici. Discutevano su come trovare vie d’accesso all’arte, che è rimasto un po’ il cuore dei Circoli».
Le è venuta voglia di farne un film?
«Sto lavorando a un progetto che vorrebbe restituire la nascita del Circolo Toscanini, questa straordinaria rete di ispirazione fatta di antenati, intellettuali, mentori, artisti, di connessioni che non immaginavo. È come se la mia biografia tenesse insieme un puzzle con la storia di mio nonno e un pezzo di storia di Torino, città che è stata un punto di avanguardia per cinema e musica, un’eredità che va raccolta e nutrita».
Che forma avrà?
«Sarà un art documentary, con il materiale di Rai Teche e atti performativi, documenti d’archivio che ripercorrono le vicende del Circolo Toscanini, si trovano al Polo del ’900. Ci ho passato tantissimo tempo a sfogliare album con fotografie, ritagli di giornale, mi colpisce sempre la memoria degli oggetti, la cura nella conservazione. Accumuliamo una quantità di informazioni che all’apparenza rimuoviamo, ma in realtà si sedimentano, abbiamo talmente tante memorie sensoriali da rielaborare: fare questo film vuole dire per me mettere a fuoco tutto, e mettermi io al servizio. Dare un senso al lavoro di artista».
Ha ricordato Felice Casorati, l’arte torna nella sua vita.
«Il giorno prima di andare sul set de La Grazia con Sorrentino, mi sono ritrovata a prepararmi per caso proprio nel suo studio. Essere lì mi ha portato a delle visioni, ho scritto, disegnato: in tutti i modi possibili si crea un ruolo d’attore. Sono tantissimi quelli che suonano o dipingono. Io sono piena di quaderni su cui faccio collage, sperimento varie tecniche, acquerelli e tempere, la manualità è parte fondamentale per non fare restare intangibile la recitazione. Un po’ te lo chiede questo mestiere, la curiosità e l’attitudine a espandersi sono alla base del percorso. Io vorrei seguire la pista di artisti intersezionali, come Marina Abramovich e Alejandro Jodorowsky».
In che modo?
«Creo performance multimediali e amerei trasportarle al cinema. Alla base c’è una storia, ma ciò che è importante è compiere tutti insieme un progetto di riconnessione con le radici, accorgersi che sono universali, tengono collegato tutto e ci sostengono. Capire che ciò che ci muove, non è tagliato sulla singola persona, ma è sistemico, la famiglia, i luoghi, gli incontri, quel “nulla a caso” che sulla carta sembra scontato, ma quando lo esplori sulla pelle diventa un disegno che è davvero facile percepire. Sentirsi parte di un ecosistema interspecie, ci lavoro con un progetto che si chiama ANIMA–L».
E il teatro?
«Mi piacerebbe, ma spesso c’è un po’ un pregiudizio nei confronti di chi recita tanto al cinema o in serie tv. Lancio un appello, vorrei lavorare con Leonardo Lidi, di cui ho amato tantissimo l’Amleto con Mariano Pirrello».
Dopo anni a Roma è tornata a Torino, perché?
«Può sembrare una scelta poco comprensibile per un’attrice rientrare, non facilitante, ma che mi ha ricollocata in una geografia molto più grande. Mio nonno aveva connesso Torino con una scena internazionale. Anche lui era stato a Roma, poi Palermo, Parigi. Una geografia del cuore che va ricostruita».
Siamo tornati a lui.
«È mancato nel 2019, lo ricordo ogni volta che preparo il caffè lungo come quello che beveva lui o cucino la kartofelsalat, ma soprattutto la Sachertorte con la sua ricetta originale. Momenti di gioia. Credo che l’eredità più grande che mi ha lasciato sia il senso dell’orchestra che davvero mi appartiene, fare parte della crew su un set, di un microcosmo che collabora per mettere al mondo qualcosa. Mi è appena successo con un film indipendente del regista italo tunisino Hedy Krissane, è una sensazione che nei progetti piccoli è più facile percepire. Cantare insieme, recitare insieme, sono atti che creano comunità, mettersi in ascolto della creatività degli altri è un esercizio che andrebbe coltivato».