La Stampa, 31 maggio 2026
Il boom della disinformazione sul clima
La prossima volta che un’alluvione travolgerà una città europea, insieme alle bombe d’acqua arriveranno migliaia di post coordinati, video manipolati, una falange di troll, campagne d’odio contro meteorologi e scienziati. Una nota dell’Observatoire Défense & Climat, elaborata per il ministero della Difesa francese e visionata da La Stampa, descrive il consolidarsi di un ecosistema internazionale della disinformazione climatica alimentato da Stati, reti mediatiche, piattaforme digitali e interessi economici. Un sistema organizzato che usa il clima come leva per destabilizzare l’Europa, rallentare la transizione energetica ed esasperare le fratture politiche interne alle democrazie occidentali. Perché, osserva il rapporto, è sul terreno climatico che si gioca una delle partite geopolitiche più sottovalutate degli ultimi anni.
Tra gennaio 2023 e dicembre 2025 la disinformazione climatica ha rappresentato il 7,7% di tutta la disinformazione rilevata nell’Unione europea dall’European Digital Media Observatory: una quota che aumenta bruscamente durante gli eventi climatici estremi. Gli analisti francesi parlano apertamente di “climatizzazione della guerra cognitiva": il clima non è più soltanto una questione ambientale o industriale, ma una materia prima geopolitica.
La ricerca ricostruisce 120 operazioni attribuite alla Russia e 41 agli Stati Uniti tra il 2021 e il marzo 2026, utilizzando la matrice FIMI del Servizio europeo per l’azione esterna, lo strumento con cui Bruxelles monitora le interferenze straniere sull’informazione. Ne emerge una geografia precisa: le istituzioni europee sono il bersaglio principale, insieme alla Germania e all’Ucraina.
In gioco ci sono il Green Deal, il prezzo dell’energia, le sanzioni contro Mosca, la dipendenza dal gas e la tenuta sociale delle democrazie europee.
La parte più inquietante del rapporto riguarda la Russia. Quasi il 90% delle campagne individuate prende di mira le politiche climatiche ed energetiche europee. Gli autori descrivono una strategia industriale della manipolazione: bot, fabbriche di troll, media ufficiali, influencer, chat Telegram, contenuti prodotti con l’intelligenza artificiale.
Un sistema che funziona come una nebbia permanente e che il rapporto definisce “white noise”, rumore bianco. Non serve convincere le persone di una verità alternativa, basta saturare lo spazio informativo fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso. Una narrazione oggi, il suo contrario domani: l’obiettivo è erodere la fiducia collettiva.
Dietro questa strategia c’è anche una ragione economica. Nel 2025 il 23% delle entrate statali russe proveniva ancora dalle rendite fossili. Colpire la transizione europea significa difendere un modello economico, ma anche trasformare il clima in un detonatore di conflitti interni all’Occidente.
Le campagne descritte nel dossier seguono spesso lo stesso schema. Si parte da un fatto reale – una bolletta troppo alta, una protesta agricola, un blackout, un’alluvione – e lo si inserisce in un racconto più ampio: il Green Deal come progetto delle élite globaliste, le politiche climatiche come attacco ai ceti popolari, la transizione energetica come causa dell’instabilità economica europea.
Nel dossier compaiono anche le operazioni Matriochka e Storm-1516, campagne coordinate e già monitorate da servizi europei e ricercatori indipendenti. Il documento stima in circa 1,5 miliardi di dollari l’anno le risorse destinate da Mosca all’apparato di influenza dell’informazione.
Poi c’è il capitolo americano, il più delicato politicamente. Qui il rapporto non parla di guerra ibrida ai governi, ma di una convergenza tra interessi economici, media conservatori e infrastrutture digitali. Fox News, Heartland Institute, Heritage Foundation, reti legate ai fratelli Koch ed ExxonMobil vengono citate come nodi di una macchina della propaganda che mira a delegittimare le politiche climatiche europee.
La polarizzazione viene alimentata attraverso piattaforme social, influencer e campagne digitali che trasformano il cambiamento climatico in una guerra culturale permanente. Il dossier collega questa offensiva anche agli interessi energetici americani: nel 2025 il 58% delle importazioni europee di gas naturale liquefatto proveniva dagli Stati Uniti.
Altro passaggio centrale riguarda quello che gli autori chiamano “black noise": la sottrazione di dati. La cancellazione progressiva delle informazioni climatiche ufficiali, la delegittimazione delle agenzie scientifiche, la riduzione dell’accessibilità ai database federali. Il documento cita la soppressione del National Climate Assessment e un rapporto del Department of Energy contenente oltre cento affermazioni false o fuorvianti.
Il cuore politico del rapporto arriva però nelle ultime pagine, dedicate agli eventi estremi. Le alluvioni DANA in Spagna e gli uragani Helene e Milton negli Stati Uniti vengono analizzati come casi di studio di guerra informativa durante le emergenze climatiche. Nel pieno delle alluvioni circolavano online numeri falsi sulle operazioni di soccorso, campagne contro la protezione civile, teorie complottiste sulle manipolazioni atmosferiche.
Secondo gli autori, la disinformazione può ridurre fino al 40% l’efficacia dei messaggi di emergenza, con effetti concreti sulla fiducia nelle autorità e sul caos operativo, scoraggiando anche le evacuazioni.
In questa prospettiva il clima diventa anche una questione di sicurezza nazionale, non soltanto per incendi e alluvioni, ma per la vulnerabilità cognitiva di società esposte a shock continui.
La conclusione degli analisti francesi è netta: l’Europa continua a trattare la disinformazione climatica come una derivazione secondaria della propaganda straniera, ma il fenomeno ha ormai una propria autonomia strategica. Colpire la fiducia pubblica in piena transizione energetica, significa colpire la capacità stessa delle democrazie di autodeterminarsi e governare le proprie scelte politiche.
Inutile dire che non si tratta di questione di dettaglio se la guerra climatica del XXI secolo si combatte anche in un chatbot addestrato su contenuti manipolati; inutile dire che occorre elaborare al più presto una reazione consapevole, ragionata, strategica.