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 2026  maggio 31 Domenica calendario

Andrea Bosso parla della sua carriera

Londra, 1995, il lato nascosto della “Cool Britannia”. «Lavoravo in un’azienda che vendeva e affittava i taxi neri. Facevo lo stagista nell’area finanza: contavo le sterline per vivere settimana per settimana, perché ero pagato pochissimo» racconta Andrea Bosso. L’uomo che ha insegnato ai torinesi a costruire i primi siti web ti aspetta tra corridoi colorati di Toolbox, il coworking nato da una vecchia fabbrica che s’affaccia sui binari.
Ha fondato Domino esattamente trent’anni fa, di ritorno dall’Inghilterra, assieme a due soci, Emiliano Cianci e Giovanni Borgna, conosciuti in un gruppo universitario. «Approfondivamo il marketing interattivo all’Unione industriale. Abbiamo organizzato una conferenza e abbiamo riempito una sala da 500 persone». Per loro è un segnale: lo spazio c’è. «La fortuna è stata avere due primi clienti molto attenti al business, non alla grafica, Seat Pagine Gialle e Sparco. Ci hanno segnato». In qualche modo, dice Bosso, «eravamo pionieri, andavamo a spiegare cos’era internet alle aziende. E siamo anche tra i pochi sopravvissuti, perché la stragrande maggioranza delle aziende del settore è crollata nel 2002-2003». La bolla tech, che falcia una generazione.
«Abbiamo cominciato in tre e siamo cresciuti». Il primo grande salto è con Martini: «Ci ha insegnato il valore di un brand, come maneggiarlo a livello internazionale». Poi arrivano la Juventus – «complessa e bellissima» – Fiat, Dolce & Gabbana. La strategia, spiega, era «pensare cose belle che avessero uno scopo. C’era una prateria, tanta voglia di esplorare». E sul mercato «eravamo pochi». Andrea cita la battuta dello scrittore Douglas Adams: «Da 0 a 15 anni, la tecnologia che ti sta intorno fa parte della natura, non te ne accorgi. Da 15 a 35, tutte le novità sono affascinanti, ci puoi costruire una carriera sopra e ci investi. Da 35 in su, è tutta contro natura».
Oggi, Domino fa relativamente pochi siti web – dieci l’anno, forse meno – e lavora molto sulla gestione dell’intero processo: la campagna, la gestione dei contatti e dei dati, le newsletter. «È molto più divertente, sofisticato e strategico». Con i suoi soci, ha «superato una crisi importante, per eccesso di ottimismo. Eravamo cresciuti molto attraverso due acquisizioni: un’agenzia a Venezia, che ci interessava per il mercato del nord-est, e un’altra qui a Torino».
Quando cambia il responsabile digital di un grosso cliente, Domino resta spiazzata. «Ci siamo rialzati guardandoci in faccia. Abbiamo provato a vendere, ma non eravamo convinti. Nel frattempo abbiamo fatto entrare un paio di persone con esperienze importanti nella finanza, che ci hanno aiutato a costruire un sistema di contabilità industriale e a gestire il debito. Abbiamo incominciato a generare cassa, a lavorare meglio, a essere più efficienti».
Fare l’imprenditore in questo Paese è davvero così difficile? «Pochissimo, ma deve piacerti molto quello che fai. Se mi siedo e penso razionalmente – quanto rischio, quanto lavoro, quanto ti rimane – so che non siamo ai livelli delle migliori agenzie americane. Ma ho la consapevolezza che siamo bravi. Uno dei motivi per cui sono grato di non aver mai ceduto la società è proprio questo. Quando vedo un’opportunità non sto a fare troppi calcoli: ho cominciato a lavorare con l’intelligenza artificiale perché credevo ci fosse qualcosa, e spero di avere ragione».
L’Ai è uno tsunami, e non si può scappare. «All’inizio le cose che facevamo non avevano nessun senso dal punto di vista del business. Un anno e mezzo dopo posso dire che l’aumento della produttività c’è, ed è forte». La domanda però è un’altra: come cambia il lavoro di un’agenzia quando tutti hanno gli stessi strumenti. «Noi, alla fine, siamo un partner dei nostri clienti. Siamo a rischio di sostituzione se continuiamo a fare le stesse cose. Una delle riflessioni su cui stiamo lavorando, io e i miei soci, è che siamo entrati in un periodo in cui l’abbondanza e l’efficienza saranno accessibili a tutti. Prima dicevo al cliente: ti faccio un sito, questa è la grafica, vai. Nel momento in cui il layout, la campagna, il testo di una newsletter possono essere prodotti in dieci, venti versioni nell’arco di mezz’ora, l’abbondanza non è più un vantaggio. E quindi l’efficienza diventa infrastruttura, come l’elettricità. La consulenza che dobbiamo dare oggi è la capacità di scegliere. Abbiamo sempre vissuto la battaglia tra nuovi e vecchi strumenti. Mi rendo conto che l’Ai ha un impatto fortissimo, anche se noi, come esseri umani, siamo pessimi a predire il futuro».
Trent’anni sono anche un’occasione per restituire qualcosa. Domino è una B Corp da un anno e mezzo e la certificazione, dice, «ci ha aiutato a mettere in fila cose che già facevamo». L’idea è regalare parte delle proprie competenze: «In quattro giorni facciamo un lavoro intensivo per aiutare le organizzazioni a lavorare meglio. Vogliamo coinvolgere due no profit e due startup a cui offrire, gratis, i nostri servizi, in modo da aiutarle a lavorare meglio. Faremo partire una raccolta di contatti in cui chiediamo alle persone di proporre la loro azienda innovativa e la loro no profit preferita. Le metteremo online, le faremo votare dalla comunità, poi faremo un colloquio e sceglieremo le prime quattro».
Sullo sfondo, Torino, la città dei suoi tre figli, quella che attraversa in bici. «Mi ha limitato e aiutato. Ha la dimensione giusta. Ma forse è stato un errore non aver aperto una sede anche a Milano e Roma, per vedere le cose da un altro punto di vista. Penso che Torino non si metta abbastanza in discussione e guardi un po’ troppo indietro. Detto ciò, sto qui e sto benissimo».