Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Molotov contro un cronista veneto: “Difese il parroco di Caivano”

Bottiglie di alcol, petardi, bombolette di gas e una tanica di «liquido infiammabile», forse benzina. Prima della mezzanotte di sabato il mix crea un’esplosione improvvisa sotto casa di un ragazzo di vent’anni. Si chiama Adriano Cappellari, vive a Enego, 1.500 abitanti in provincia di Vicenza, vuole fare il giornalista e collabora con due giornali locali. Da novembre riceve minacce. Lettere intimidatorie contro di lui, don Maurizio Patriciello, il prete anticamorra di Caivano che difende nei suoi articoli, e la premier Giorgia Meloni.
La procura di Vicenza guidata da Lino Giorgio Bruno e i carabinieri indagano sull’intimidazione al cronista del quindicinale L’Altopiano e del Giornale di Vicenza. Non si esclude alcuna ipotesi ma – anche a giudicare dalle parole di Cappellari – si propende per qualche episodio che ha a che fare con la vita in paese e non con dinamiche legate ai clan. Si tratta però del terzo caso. A novembre la prima lettera era arrivata nella redazione de L’Altopiano, giornale diffuso nei comuni dell’Asiago; a dicembre un’altra missiva a casa, dove vive con i genitori; e sabato l’attacco incendiario. Lo scorso febbraio, una lettera è arrivata a don Patriciello. Prendeva di mira ancora il giovane cronista, che aveva scritto un articolo per parlare del proiettile ricevuto in chiesa dal parroco e per ricordare la visita del “don”, nel 2024, proprio a Enego. Tra i due, negli anni, è nato un rapporto, compresi incontri pubblici ai quali hanno partecipato insieme. L’attacco sotto casa ha provocato lo sdegno del mondo della politica e del giornalismo. La premier Giorgia Meloni definisce l’attentato «inaccettabile» e «un attacco irricevibile alla libertà di stampa e informazione. Sono certa che Cappellari non si farà intimidire e continuerà a portare avanti il suo lavoro».
Il cronista potrebbe “pagare” la sua vicinanza a don Patriciello e alla premier. Il parroco dice che dopo le due lettere ricevute da Cappellari, a febbraio una è toccata a lui. «Si vedeva subito che era la stessa mano: la busta identica, i caratteri, l’inchiostro rosso. Il contenuto era chiaro: condannavano a morte me, Adriano e Giorgia Meloni. Scrivevano: “Tu parli e scrivi troppo, devi finire. Devi solo morire. Devono morire anche la Meloni e Patriciello”. Alla redazione del giornale dove scrive Adriano era arrivata un’altra lettera ancora più diretta: “Non vi vergognate ad avere in redazione una merda come Cappellari. Lo dovete eliminare, altrimenti lo faremo noi e sarà peggio”. Dentro le lettere c’erano fotografie. La mia, scattata sul palco a Enego durante quell’incontro sulle mafie. La foto di Adriano. La foto di Meloni. Tutte e tre con una X rossa sopra. Quando ho visto quella lettera ho subito avvertito Adriano: “Guarda che stanno minacciando me, ma fanno anche il tuo nome. Vai a denunciare. E lui mi ha detto che aveva già ricevuto la stessa lettera a novembre. Gli ho detto: perché non mi hai avvertito? Ha risposto che la polizia gli aveva consigliato così”».
Negli ambienti investigativi della Procura di Napoli Nord, diretta da Domenico Airoma, si sottolinea che le lettere anonime presentavano una matrice estranea alla criminalità organizzata campana e che la vicenda sembrava più riconducibile a un contesto locale. «Il 9 marzo Adriano – continua don Patriciello – è venuto qui a Caivano. Mi ha contattato l’altra sera intorno alla mezzanotte e mi ha mandato i primi messaggi, i video, le foto di quello che stava succedendo fuori casa sua. Non riuscivo a crederci. Mi ha detto che oltre all’attentato avevano lasciato anche una lettera. Ha visto cosa c’era dentro: la foto che abbiamo fatto io e lui il 9 marzo. Bisogna tutelare questo giovane. Penso che sia in serio pericolo».