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 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Intervista a Stefania Sandrelli

La casa di Stefania Sandrelli è immersa nel verde, tra oggetti pieni di memoria e gusto. «Si è arredata da sola», spiega. Ci sono foto ovunque e lei le prende, le mostra, fa avanti e indietro con una velocità che sorprende. Ogni tanto s’affaccia il compagno Giovanni Soldati, rapidi scambi sui preparativi per la cena di famiglia. Indica il pantalone sportivo che indossa e ride «mio figlio Vito dice che mi vesto da benzinaio» ma appesa a una gruccia c’è una blusa Armani vintage blu che aspetta. Il 5 giugno compie 80 anni, nata due giorni dopo il referendum del 1946.
Non sta ferma un minuto.
«Mamma mi chiamava Mercurio. Ho fatto danza, pattinaggio, ciclismo artistico. È stata una bella infanzia. A parte il dolore di papà, che ho perso a otto anni. Sorrideva sempre, occhiali spessi e fisico da nuotatore. Io sono un’urlona come mamma, in lui c’era il contrasto tra la presenza fisica e la gentilezza d’animo, voce, sguardo. Vivevamo nella stanza 21 della nostra pensione a Viareggio, con mio fratello Sergio, che suonava il piano e mi ha insegnato il cinema».
Quando si cresce con un padre così bello, che uomini si cercano?
«Quando mi innamoro di uno, sono cotta fisicamente. Sennò io non ti tocco e non mi faccio toccare. Ma mi sono innamorata di uno che non era bello».

Gino Paoli?
«Tutti mi dicevano: “Che ci fai con quel bruttone?”. Ma io ero pazza di lui. Aveva un corpo delizioso, un bel sedere. E poi c’era la voce. Delicata. Era molto infantile, anche troppo, anche come padre. Amanda me l’ha confermato. Lei ne ha sofferto molto più di me. Penso che un amore più grande del nostro difficilmente possa esistere»,
Perché vi siete lasciati?
“Perché era tutto troppo. Una cosa così non può campare».
Come l’ha conosciuto?
«Ero in salotto, la tv accesa. Sento questa voce che canta “La gatta”. Siccome sono miope e la tv era in alto, vado sotto e mi sporgo. Mi innamoro. Per il quindicesimo compleanno, pochi giorni dopo, chiedo alla mia gang di cugini maschi: Come regalo mi dovete portare alla Bussola da Paoli».
Alla Bussola che succede?
«Io, con un abito verde con le frange scelto da mamma, volevo conoscerlo. Passo e ripasso sotto il palco. A un certo punto mi invita a ballare, a debita distanza. Poi mi chiede: “Ma quanti anni hai?”. Io, tranquilla: quindici. Si scosta bruscamente. E io, tra me penso: Scostati, fai quel che vuoi. Tanto lo so che tu sei mio e io tua».
E poi?
«Per tre anni viene a trovarmi alla Capannina, alla pineta. Qualche bacetto in pineta e stop. Abbiamo aspettato l’età giusta. Non volevo portargli le arance in galera».
Vi mettete insieme. Poi lui le dice che la moglie è incinta.
«Io Anna non l’avevo mai vista e l’avevo sempre rispettata. Quando mi disse di Giovannino restai allibita. Penso l’avesse fatto per Anna. Per non lasciarla sola. Perché l’aveva ferita con il nostro amore. Pensai “questa me la paghi”. E l’ho lasciato io, anche se lui diceva il contrario. Amanda e Giovanni sono cresciuti insieme, si sono voluti bene. Amanda mi preoccupa, ha avuto due grandi perdite a poca distanza. Il dolore ci rende più fragili».
Lei parte per il set di “Sedotta e abbandonata”. Lui tenta di togliersi la vita. Che ha pensato?
«Che avevo ragione, lui non mi amava. Sparire dalla vita per una donna non era da lui. Non esiste al mondo uno come te e ti butti via così? Non gliel’ho perdonata»,
Ne avete poi parlato?
«No. Gli dissi solo: Non mi amavi».
Quanto siete stati insieme, dopo?
«Più di sette anni. Gli ultimi tempi lui veniva nella mia casa all’Eur, non mi salutava. Gli dissi: poiché sei davanti a nostra figlia, hai il dovere di salutarmi. Lui capì, per quasi un anno non venne più».
Perché ce l’aveva con lei?
«Ero fedelissima. Ma questa cosa del cinema lui non l’ha mai accettata fino in fondo. Io volevo stare a casa mia. Lo volevo vedere tutti i giorni, certo. Ma non volevo chiudermi. Volevo fare il mio lavoro. Ero onesta con me stessa e non potevo non esserlo con lui».
Il ricordo più bello di lui?
«Lui. Nel bene e nel male. Anche quando mi ha fatto soffrire sentivo il suo amore. Mi amava anche un po’ per me. Nel senso che il suo sentimento mi dava anche la forza di dire: non vengo a stare con te. Voglio essere libera».

Negli anni vi siete sentiti?
«Sì. Fino all’ultimo compleanno gli ho scritto una frase poetica. Credo che sia morto per il dolore per la perdita di Giovannino».

La sua canzone del cuore?
«Ti lascio una canzone, è quella che mi commuove di più. Non lo so cosa ha scritto per me. Forse tutto, o niente».

Ha cominciato con “Divorzio all’italiana”, ed è arrivata a “La chiave”. Libertà e diritti.
«Ho sempre sentito quali erano i miei diritti e mi sono accorta che con i miei film li ho toccati tutti, perfino l’ecologia. Il mio cuore è sempre stato progressista».

Cosa vide in “La chiave”?
«Non fu una scelta razionale, seguii quell’istinto che mi guida sempre. Ora come allora, quando vedo il film rido da morire.
Avevo la stessa eccitazione di quando risolvevo un problema matematico. Quel film non l’ho fatto per provocazione ma per voglia. La vita mi ha dato tante opportunità, malgrado i dolori. E persone che mi hanno aiutato: mia madre, il mio “patrigno” Gari, la Tata Lida che mi seguiva ovunque con Amanda e poi con Vito».
Forse molte donne hanno letto quel film come una forma di libertà.
«Ecco. Il fatto di non dover essere considerate meno degli uomini. Quello sì. Io sono stata molto felice quando ho avuto la certezza di essere amata anche dalle donne».
Da “figlia della Repubblica” le è piaciuto “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi?
«Ho pensato: Ammazza. Brava, chapeau. Davvero. Una intuizione bellissima».
Poi vi siete conosciute e ora avete un progetto insieme.
«Era qui dove è seduta lei, sono stata bene. Perché pronte; lei a dare una cosa a me e io a lei. Questo è un piccolo regalo. Stare insieme. Lei è bella tosta. Io ho visto con incanto tutte le cose che ha fatto».
Lei non è una donna ricca.
«No. E voglio che questa cosa si dica. Quando ho fatto La chiave, Giovanni Bertolucci mi disse: «Ti do una percentuale sugli incassi. Potresti diventare miliardaria». Invece preferii prendere un compenso subito e restare libera. Non volevo ritrovarmi legata a una situazione che non controllavo. Non me ne lamento»
.

E la vicenda dell’INPS, le pensioni prima adeguate, poi negate con richiesta di risarcimento. Perché l’ha colpita così tanto?
«Un giorno sono andata a controllare il conto e ho visto che mancavano quattrocentocinquanta euro dalla pensione. Io prendo poco più di duemila euro. Ho sempre pagato tutto. Ho sempre fatto il mio dovere. Quella cosa mi ha ferita come una lancia nel cuore.
Abbiamo vinto nei due gradi di giudizio con tanti giudici, la Cassazione ha azzerato. Poi l’ho analizzata. E ho capito. Non era per i soldi. Era per la libertà. L’idea di perdere questa casa per una cosa del genere non la posso sopportare. Non sopporto di perderla, è la mia vita. Sa quando sono veramente felice? Quando faccio colazione in cucina. Da sola, possibilmente. Anche se il giorno prima ho litigato. Anche se un regista che stimo mi ha tagliato una scena. Quando faccio colazione in cucina sono felice. Quel giorno della lettera ho continuato a mangiare e iniziato a piangere, per l’umiliazione. Qui c’è la mia vita, qui posso stare con il mio compagno Giovanni Soldati, Qui c’è la mia felicità. Qui c’è la mia cucina. Perfino la morte sarebbe più dolce qui».
La battaglia la sta facendo anche per centinaia di artisti nella sua condizione.
«Ho parlato con attrici, doppiatori, persone che non sanno come fare. Questa vicenda è molto brutta. Io magari me la cavo. Ma tanti altri no. E questa è la cosa che mi fa stare male. Perché non è giusto».
Ha ancora voglia di fare cose.
«Amo tanto la vita. E forse l’ho capito ancora di più adesso. Poi io sono al centro di tante vite. C’è una famiglia gigantesca. Tutti mi chiamano, mi cercano, mi fanno sentire utile. E questo ti tiene viva. E poi c’è il cinema, che è stato il più bello spettacolo del mondo. E lo sarà per sempre».