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 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Iran, le difficoltà "tecniche" che rallentano gli accordi

Memo breve, tempi lunghi. Nonostante il “Memorandum of Understanding”, la cornice d’intesa fra Stati Uniti e Iran per negoziare la pace, consista in appena una pagina divisa in 12 paragrafi, il testo rimpalla da giorni da un lato all’altro del mondo: senza che si arrivi alla firma dei leader.
Il presidente Donald Trump, che sul da farsi ha già cambiato idea spesso e sembra sopraffatto dai suoi umori, venerdì sembrava intenzionato a chiudere. Invece, ha rispedito il documento indietro, chiedendo modifiche e precisazioni.
Ora, stando a un alto funzionario Usa che lo ha detto ad Axios, ci vorranno almeno tre giorni per ottenere una risposta da Teheran: «Sono rintanati nelle caverne e non usano la posta elettronica». Riferimento al bunker dov’è nascosto Mojtaba Khamenei, la Guida Suprema ferita che nel timore di essere ucciso comunica solo attraverso biglietti recapitati a mano. A lui spetta la parola finale sui punti passati anche al vaglio dei pasdaran, compreso il nucleo d’irriducibili che non vorrebbero porre fine alle ostilità. E tutti sanno che anche negli Stati Uniti il Memorandum è stato mal accolto da falchi repubblicani come i senatori Lindsey Graham e Ted Cruz. Così Trump, che pure ha fretta, deve dimostrare di poter fare meglio di Barack Obama nel 2015. «Gli iraniani sono ottimi negoziatori, astuti. Ma anch’io lo sono», ha dunque detto alla nuora Lara Trump, che l’ha intervistato per Fox, tagliando fuori i negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff.
Ma sul documento, nota Cnn, pesa anche il fattore umano. Si parte da una base d totale sfiducia reciproca. Tanto più che alcune cose già nero su bianco, sono vaghe perché frutto di passaparola dei mediatori, e perché su certi temi Teheran ha preferito fare solo promesse orali. Invece, in una situazione delicata come questa, la formulazione è cruciale. Così come la sequenza del processo da svolgere in appena due mesi. Ogni singola parola è dunque analizzata. Ogni elemento, dibattuto. Ad esempio: i 60 giorni di tregua previsti s’intendono come estensione del cessate il fuoco già in vigore o come fine delle ostilità? Hormuz sarà riaperta a che costo? E l’uranio arricchito verrà ceduto a un Paese terzo o distrutto in loco?
Sulla discussione pesa poi l’incognita del “lost in translation”: incomprensioni legate a traduzioni errate che già – lo ricorda The Atlantic – pesarono sulla decisione presa da Trump nel 2017 di ritirarsi dall’accordo con l’Iran del predecessore Obama. All’epoca, un report affermò infatti che Teheran sosteneva di aver «avviato la produzione di massa di centrifughe avanzate» definendola «una violazione dell’accordo sul nucleare». Ma l’accusa era basata su un madornale errore di traduzione. Se ne accorse un analista dell’International Crisis Group di madrelingua persiana: gli iraniani avevano solo detto di possedere il «know-how per produrre le centrifughe avanzate» – cosa tutt’altro che segreta – e non che lo stavano facendo. Il rapporto fu corretto e ripubblicato. Ma ormai il clima si era infuocato.
Non mancano clamorosi precedenti che hanno fatto la Storia. Per esempio, una traduzione errata alla Conferenza di Potsdam, durante la Seconda Guerra Mondiale, segnò l’inizio del processo che portò gli Usa a sganciare l’atomica sul Giappone. Agli Alleati che chiedevano la resa incondizionata di Tokyo, la delegazione giapponese rispose “mokusatsu”, “ci riserviamo dal commentare”. Ma al presidente Truman venne tradotto “ignoriamo la proposta”. Stessa cosa durante la Guerra Fredda: la corsa agli armamenti americana giustificata dalla frase del presidente russo Nikita Kruscev «vi seppelliremo». Che in realtà aveva detto: «Vi sopravviveremo». E chissà cosa sarebbe successo proprio in Iran, se invece di considerare marxisti i discorsi dell’allora premier Mossadegh, gli Stati Uniti ne avessero colto il tono nazionalista. Certo, la Storia non si scrive coi se. Ma gli accordi, se possibile, è meglio tradurli bene.