corriere.it, 1 giugno 2026
Intervista a Walter Barberis
Walter Barberis, classe 1950, torinese, storico, scrittore, professore di Storia Moderna e Metodologia della Ricerca Storica. Nel 1975 fu assunto alla Casa Editrice Einaudi, ricoprendo diversi incarichi fino all’attuale presidenza. L’intervista avviene in un luogo iconico: la sala riunioni della casa editrice, al grande tavolo ovale in legno dove un tempo sedevano Giulio Einaudi, Primo Levi, Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg e Italo Calvino.
Com’è stata la sua infanzia?
«Triste. Ero figlio di figlio unico e lo era anche mio nonno. Per motivi che riguardavano la mia famiglia fui affidato a dei cugini di mio padre, facevo la prima elementare».
C’è una persona a cui deve molto?
«Ho avuto una meravigliosa professoressa di latino e greco al liceo Gioberti: Giuliana Tedeschi. I suoi vestiti erano stati confezionati con le maniche che non superavano il gomito, in modo che si potesse vedere il marchio delle SS con il numero della matricola da deportata. Il suo metodo era straordinario, alternativo per il periodo. Un giorno invitò Primo Levi a chiacchierare con noi, ma il preside si rifiutò. Fummo così ospitati dalla parrocchia in via Sant’Ottavio, dove finalmente lo ascoltammo».
Com’era Primo Levi?
«Era un uomo sereno e rasserenante, un personaggio di grande statura morale, limpido, onesto, di grande chiarezza di pensiero e modesto. Avrebbe potuto cavalcare la sua storia vantandosi come eroe superstite di una enorme tragedia, ma non lo fece. Abitavamo vicini, abbiamo chiacchierato molto e non una volta parlò di Auschwitz. Era un chimico ed era appassionato di scienze e di storia, queste erano le nostre conversazioni».
E Giulio Bollati invece?
«Era chiamato Giulio II, perché era l’uomo più importante dopo Einaudi. L’ho conosciuto quando avevo 16 anni, era il padre di una mia compagna di scuola; era un uomo elegante, fascinoso, coltissimo, a differenza di Einaudi che era un animale dal fiuto finissimo. Fu incuriosito da me, mi invitò a passare il Natale con la sua famiglia e mi regalò la Crestomazia di Giacomo Leopardi che aveva curato egli stesso».
Ha un rito giornaliero?
«Ho una sorta di nevrosi lavatoria: mi lavo le mani almeno 25 volte al giorno e non vado a dormire senza aver fatto la doccia. Ho due acque di colonia, una per il giorno e una per la notte. Quando facevo il servizio militare ebbi qualche problema con la convivenza, sfiorai un esaurimento nervoso».
E la storia con Anna, sua moglie?
«Ci siamo conosciuti e fidanzati molto presto, al liceo. Ha sopportato tutte le mie nevrosi, che sono molte. Io, per conto mio, ho avuto una grande solidarietà nei suoi confronti, facendo un passo indietro, quando necessario, rispetto alla sua carriera personale. Due volte mi hanno offerto un incarico a Parigi, ma Anna non sarebbe venuta, dunque ho scelto di non andarci».
Racconti di un suo difetto.
«Ne ho diversi. Per esempio, ho le mani bucate, compro di tutto: fiori, piatti, bicchieri, lenzuola, arredamento per le case. Poi sono ipocondriaco, molto ansioso e persino ossessivo, dall’ordine sul lavoro fino a come vengono disposte le saponette».
Una passione oltre alla storia e ai libri?
«I tappeti. Passo le serate, soprattutto quando sono giù di tono, a guardarli online insieme alle stoffe. Ho corrispondenze con i più grandi tappetai del mondo che mi mandano tutte le novità. Molti, purtroppo, non li posso acquistare, ma li osservo con molto piacere. È una sorta di terapia e lo faccio da solo perché mia moglie detesta lo shopping».
Se non avesse fatto questo lavoro, cosa le sarebbe piaciuto fare?
«Il giornalista. Avrei scelto di fare l’inviato, occuparmi di costume e di cultura. Era la mia prospettiva immaginaria. Leggevo i giornali come fossero libri o storie di avventura».
E invece venne assunto subito all’Einaudi.
«Sì. Una volta congedato dal servizio militare, Bollati mi volle subito in azienda. Mi presentò a Giulio Einaudi, che mi guardò con fare altezzoso e mi disse: “Mi dicono che avresti potuto finire all’Università”. Non risposi nulla, ero anche timido».
Come cominciò l’avventura nell’editoria?
«Posso dire che l’inizio fu rocambolesco. Lavorai con Ruggiero Romano, un uomo litigiosissimo. In quel periodo vennero stampati Gli annali della storia d’Italia e cominciammo una tournée per promuoverli: Firenze, Napoli, Roma, Bari, ecc. Gli feci da autista e da compagno di viaggio: nessuno voleva andare con lui, e poi compresi il perché. Scelsero me per capire come sarebbe andata, fu una sorta di test; avevo 25 anni e mi diedero una macchina enorme, una Mercedes».
E come andò?
«Romano era anche un bevitore: beveva una bottiglia di whisky durante la giornata e la sera passava al vino. Mi propose di bere già dalla mattina dell’inizio del nostro viaggio itinerante, ovviamente rifiutai. Fu una settimana in cui ne successero di tutti i colori: litigò e insultò tutti. A Bari, al Petruzzelli, venne quasi giù il teatro. Tuttavia, alla fine fu così contento di me che chiese di triplicarmi lo stipendio; io pregai l’amministrazione di non farlo per non creare invidie. Mi costò molto».
Un aneddoto su Einaudi?
«L’Einaudi era un posto infernale. Finire sotto le suole di personaggi molto importanti era molto facile, a cominciare da Giulio Einaudi. Un giorno mi fece chiamare per dirmi di andare in macchina con l’autista; dopo qualche minuto arrivò lui che non mi guardava e non mi parlava. La macchina partì senza che sapessi dove stessimo andando. Imboccammo l’autostrada e, dopo ore di viaggio, arrivammo a Fermo, nelle Marche».
E poi?
«Lui venne portato in una villa, io rimasi in macchina con l’autista. Cercai un telefono pubblico per avvisare mia moglie, comprai il cambio e lo spazzolino da denti. Il giorno dopo ripartimmo con Giulio Einaudi, che continuò a non parlarmi, con mio infinito imbarazzo. A Chivasso, finalmente, si rivolse a me e mi chiese: “Cosa ne pensi di Carlo Ginzburg?”. Il giorno dopo mi volle anche come assistente personale».
Il vostro rapporto com’era?
«Di stima che non andava oltre l’ambito lavorativo. Non si capacitava del fatto che non frequentassi la sua corte, che non fossi presente alle serate mondane, che non lo invitassi da me. Una volta si presentò a casa mia in montagna vestito da sci. Sono rimasto indipendente, non sono un ruffiano e questo, probabilmente, mi diede credito ai suoi occhi».
Lei ha studiato molto.
«Sì. Oltre agli studi fatti per mio conto, l’editore mi mandò a Parigi tutti i fine settimana per 11 anni, dove conseguii due dottorati di ricerca; ovviamente continuai a lavorare nei restanti giorni. La mia vita familiare è stata molto complicata».
C’è una convinzione che la guida?
«Credo che la cultura sia come la medicina: fa bene alla salute. L’approfondimento, che tende alla ricerca della verità, una verità che forse non si può catturare, è determinante. Se non ci fosse la propensione a questa ambizione filosofica, non esisterebbe la ricerca».