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 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Politica rosa a passo di gambero

Su 18 capoluoghi ce n’è soltanto una. Bisogna andare ad Andria per trovare una donna eletta sindaca in questa tornata di elezioni amministrative: Giovanna Bruno (del centrosinistra) al primo turno, con il 77% dei voti. Nei ballottaggi di domenica e lunedì a Lecco, Arezzo, Chieti, Macerata, Trani e Agrigento non ce n’è traccia. D’altronde erano pochissime: 9 su 86 candidati a guidare i 18 comuni capoluogo andati al voto. È la percentuale più bassa degli ultimi anni: il 10%. Nel 2025 le donne erano state il 28%, nel 2024 il 23%. Quest’anno la metà dei capoluoghi al voto – Mantova, Venezia, Prato, Macerata, Chieti, Crotone, Reggio Calabria, Agrigento ed Enna – non avevano nemmeno una candidata a sindaco, nemmeno nelle liste minori.
Nei comuni più piccoli è andata anche peggio: c’erano solo candidati sindaco uomini nel 61% dei casi. E quasi la metà (il 48%) non è riuscita a rispettare le quote di genere nelle liste. La legge prevede che nei comuni tra i cinquemila e i quindicimila abitanti nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore ai due terzi dei candidati. È una norma, ribadita nel 2022 dalla Corte costituzionale, che serve a garantire una presenza minima di donne, il genere solitamente sottorappresentato. Quasi un piccolo comune su due, però, non ha trovato nemmeno un terzo di donne da inserire in lista, neppure nelle ultime posizioni (dove si mettono candidati di facciata, sapendo che non si avranno i voti per eleggerli).

Considerando i comuni oltre i 25 mila abitanti, ai ballottaggi ci sono solo due sfide tra candidate donne
: a San Giovanni Rotondo, città natale di Padre Pio, nel Foggiano, tra Floriana Natale, del centrodestra, e Rossella Fini, del centrosinistra. E a Viareggio (Lucca) tra Sara Grilli (centrodestra) e Federica Maineri (centrosinistra). Mentre le donne elette al primo turno sono pochissime: nel Milanese ce ne sono due, la candidata civica Manuela Occhipinti, a Baranzate, e Carolina Nizzola a Bollate, di centrosinistra. In Basilicata, sono quattro su 16 sindaci totali, in provincia di Cosenza (Calabria), tre su 18 sindaci eletti. Al di là degli schieramenti una cosa è certa: queste amministrative sono state una sconfitta per le donne.
È il paradosso dell’Italia guidata dalla prima premier donna e dove anche la leader del principale partito di opposizione è una donna. La vittoria del centrodestra alle ultime elezioni politiche, in generale, ha portato a una minore presenza di donne in Parlamento. Secondo un’analisi di Openpolis, sono solo un terzo di tutti i parlamentari. E la rappresentanza femminile è diminuita per la prima volta in quasi trent’anni, dal 1996. Al momento dell’insediamento, i gruppi al Senato con la minore presenza di donne erano quelli del Pd (32%), di Fratelli d’Italia (27%) e di Forza Italia (22%).

Il governo di Giorgia Meloni sulla parità di genere è andato indietro. Dopo le dimissioni di Daniela Santanchè le ministre sono rimaste soltanto cinque su 24, circa il 20%. È la percentuale più bassa degli ultimi anni. Il primo governo a vedere una presenza importante di donne è stato il governo Letta, nel 2013, con il 33% di ministre. Il record va al governo Renzi, che quando si è insediato, nel 2014, aveva la metà esatta dei ministeri guidati da donne (quando si è dimesso, nel 2016, erano scesi al 37%). A parte il primo governo Conte, con il 27% di ministre, i successivi hanno avuto sempre tra il 30 e il 33% di ministre. Il governo Draghi è stato il più paritario, se si considerano anche i sottosegretari, con il 41% di donne. L’elezione della prima premier è stata simbolicamente un passaggio importante, ha rotto un tabù. Ma non si è tradotta in maggior spazio per le donne in politica. Che anzi è diminuito.
Questi numeri non sono un vezzo. Ma il sintomo che l’«effettiva partecipazione» di tutti i cittadini alla vita politica del Paese, raccomandata dalla Costituzione, è ancora lontana.