Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 01 Lunedì calendario

L’altro costo di 3 guerre. Il crimine ambientale

Solo nell’ultimo anno si contano 59 guerre, il numero più alto dal 1945. Un tragico quadro di devastazione umana, sociale ed economica che ne alimenta silenziosamente un altro sull’intero pianeta: il peggioramento della crisi climatica, ormai prossima a un punto di non ritorno.
Le attività militari sono responsabili del 5,5% delle emissioni mondiali di gas serra. Se il comparto bellico fosse uno Stato, sarebbe il quinto più inquinante dopo Cina, Usa, India e Ue.
Ucraina, guerra e emissioni
Dal febbraio 2022, le emissioni generate dall’attacco russo all’Ucraina hanno superato 311 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. È quanto documenta lo studio Climate Damage Caused by Russia’s War in Ukraine: una quantità di CO2 poco inferiore alle emissioni annuali prodotte dall’Italia.
Il 37% sono legate al consumo di combustibili fossili di carri armati e aerei da combattimento, produzione di munizioni e sostituzione di mezzi distrutti.
Il 23% è diffuso dagli incendi che, nel solo 2025, hanno devastato 1,4 milioni di ettari di territorio. Il 6% dai raid russi sugli impianti energetici. Tra marzo 2025 e febbraio 2026 si sono registrati almeno 15 massicci attacchi contro impianti di produzione e stoccaggio del gas e altri 19 contro infrastrutture civili.
A questi si sono aggiunti raid con droni kamikaze, missili balistici e da crociera che hanno colpito centrali termoelettriche causando blackout prolungati e costringendo milioni di persone a usare generatori a diesel o benzina.
Parallelamente, le forze ucraine hanno condotto 140 attacchi contro raffinerie e depositi petroliferi e di fertilizzanti in Russia e nei territori occupati dall’armata russa.
Il resto delle emissioni è dovuto alla distruzione di edifici e infrastrutture e alla loro ricostruzione.
Terreni contaminati e mine
E poi c’è l’inquinamento che rimane sul terreno. Un recente studio pubblicato sulla rivista Environmental Problems rivela come i terreni intorno all’Oblast di Sumy, una delle aree più colpite dai combattimenti, presentino livelli elevati di piombo, zinco, rame, cromo, cobalto e arsenico che alterano le proprietà chimiche del suolo, compromettendone fertilità e sicurezza alimentare per decenni.
A rendere incoltivabili i terreni agricoli ci sono anche le mine, peraltro spesso non mappate, che secondo l’agenzia statale Demine Ukraine occupano 132 mila chilometri quadrati, un’area grande quanto la Grecia. Questi ordigni, oltre a causare amputazioni e a mettere in pericolo la vita di migliaia di civili, impediscono anche la semina dei campi riducendo, secondo le Nazione Unite, la crescita del Pil del Paese tra il 3 e il 5%.
Gaza rasa al suolo
La distruzione di Gaza ha generato oltre 1,3 milioni di tonnellate di CO2. Le emissioni, segnalate da uno studio pubblicato sulla rivista One Earth, riguardano esclusivamente le attività militari: i voli e i bombardamenti israeliani, le operazioni statunitensi per trasportare in Israele 50 mila tonnellate di equipaggiamenti e rifornimenti, oltre all’impiego di razzi e artiglieria
. Gli attacchi hanno raso al suolo infrastrutture, ospedali, condomini, strade, reti fognarie, scuole e università, mentre la Fao segnala che oltre l’80% delle terre agricole è stato danneggiato dai bombardamenti. Lo studio prevede che i costi climatici aumenteranno esponenzialmente con la ricostruzione, fino a raggiungere 33,2 milioni di tonnellate di CO2: un valore equivalente alle emissioni generate in un anno dalla Giordania. Occorrerà aggiungere i dati sugli attacchi israeliani al Libano, che al momento non sono ancora stati quantificati.
Golfo Persico, i primi 15 giorni
Anche per il monitoraggio completo dell’attacco condotto da Stati Uniti e Israele in Iran e della risposta di Teheran, occorrerà attendere. Per ora c’è solo l’analisi del think tank Climate and Community Institute: il centro di ricerca stima che nei primi 15 giorni i bombardamenti abbiano prodotto oltre 5 milioni di tonnellate di CO2, pari a quelle emesse in un anno da 1,1 milioni di automobili a benzina. Quasi la metà delle emissioni è stata causata dalla distruzione di edifici militari e civili, inclusi 16.191 abitazioni, 3.384 unità commerciali, 77 centri medici e 69 scuole. La Ong Conflict and Environment Observatory che ha monitorato oltre 300 operazioni belliche, sostiene che le conseguenze degli attacchi alle infrastrutture hanno prodotto contaminazione dell’aria, del suolo e delle acque, oltre a rilasciare sostanze inquinanti come combustibili, oli industriali, metalli pesanti, esplosivi, Pfas, amianto, diossine e furani.
Petrolio e gas in fiamme
Un terzo delle emissioni è stato generato dalla combustione di petrolio durante gli attacchi a infrastrutture energetiche e impianti di stoccaggio. Tra il 7 e l’8 marzo sono stati colpiti 30 depositi di petrolio a Teheran e nelle aree circostanti, mentre la quantità di greggio distrutto nella regione del Golfo è stimata tra 2,5 e 5,9 milioni di barili. Da parte sua l’Iran ha attaccato con droni raffinerie e depositi di petrolio nei Paesi vicini. Tra i raid più imponenti quelli alla raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita e al porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Il 18 marzo, dopo l’attacco israeliano al giacimento di gas di South Pars in Iran, uno dei più grandi al mondo, Teheran ha risposto colpendo l’impianto di Ras Laffan, in Qatar, che produce circa il 20% delle forniture globali di Gnl.
Pioggia nera e catrame
Gli attacchi ai depositi di carburante a Teheran hanno esposto 9 milioni di abitanti a una «pioggia nera» che ha rilasciato sostanze tossiche sprigionate dalle nubi di fumo. L’esposizione prolungata a queste microparticelle – spiega uno studio su Nature – è causa di malattie polmonari e cardiovascolari. Gli incendi a pozzi e depositi hanno sprigionato particolato, ossidi di azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e altre sostanze chimiche tossiche che aumentano il rischio di malattie tumorali. Non si salva nemmeno l’ecosistema marino del Golfo Persico, già caratterizzato da un lento ricambio delle acque che favorisce l’accumulo di inquinanti. Gli attacchi a impianti offshore e ad almeno 16 petroliere e navi commerciali bloccate nello Stretto di Hormuz hanno provocato sversamenti di greggio lungo le coste.
La perdita più imponente è stata rilevata a maggio vicino all’isola di Kharg, in Iran, dove si stima siano stati dispersi fino a 3 mila barili di petrolio. Ad aprile, la distruzione di una raffineria a Lavan ha causato uno sversamento che ha raggiunto e compromesso l’habitat naturale dell’isola di Shidvar. Nei giorni successivi la fauna selvatica è rimasta intrappolata nella marea nera, mentre carcasse di animali galleggiavano lungo le coste e masse di catrame si depositavano sui fondali marini. Ci vorranno mesi, o forse anni per quantificare l’ampiezza del disastro ambientale nel Golfo Persico.
Chi ci guadagna
Un ecosistema compromesso non sarà riparabile dall’intelligenza artificiale, e il clima non conosce frontiere. Nell’enciclica Magnifica Humanitas papa Leone XIV avverte sul rischio altissimo di «costruire un mondo disumano e più ingiusto», una nuova Torre di Babele. Da questo mondo disumano intanto c’è chi trae vantaggi.
Secondo i dati elaborati dalla Ong Global Witness, pubblicati a metà aprile dal Guardian, nel primo mese di guerra le 100 maggiori compagnie di petrolio e gas hanno registrato extraprofitti per circa 23 miliardi di dollari, grazie all’impennata del prezzo del greggio a seguito della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Mentre per l’industria bellica, che non ha mai conosciuto momenti di crisi, sono anni d’oro. I numeri sono raccolti nell’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute pubblicato nel 2025 e basato su dati del 2024: i profitti delle prime 100 aziende produttrici di armi hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con una crescita del 26% in dieci anni.