1 giugno 2026
ClassificheI libri più venduti secondo Gfk Italia (Tuttolibri)1. Cristina Cassar Scalia, Le terme dell’Indirizzo, Einaudi [15
ClassificheI libri più venduti secondo Gfk Italia (Tuttolibri)1. Cristina Cassar Scalia, Le terme dell’Indirizzo, Einaudi [15.403 copie].2. Luciana Littizzetto, Il tempo del la la la, Mondadori [8.010 copie].3. Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi [6.469 copie].4. Maurizio De Giovanni, Il tempo dell’orologiaio, Feltrinelli [6.315 copie].5. Csaba dalla Zorza, Io sono Adele, Marsilio [4.313 copie].6. Elle Kennedy, Il contratto, Newton Compton [4.312 copie].7. Concita De Gregorio, La cura, Einaudi [4.311 copie].8. Pera Toons, Il gioco delle risate, Tunué [3.389 copie].9. Serena Dandini, Paura non abbiamo. Le donne che hanno fatto la Repubblica, Einaudi [3.081 copie].10. Giovanni Ferrero, Il discepolo, Salani [3.080 copie].
I libri più venduti secondo Amazon1. Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana.2. Elle Kennedy, Il tradimento, Newton Compton.3. Elle Kennedy, Lo sbaglio, Newton Compton.4. Elle Kennedy, L’imprevisto, Newton Compton.5. Antonio Manzini, I tramezzini di Rocco Schiavone, Sellerio.6. Elle Kennedy, L’eredità, Newton Compton.7. Lorenzo De Mutiis, Sofia Marasciulo, Camilla Pistone e Amadou Carlo Sall, Snack Club. Operazione K, Mondadori.8. Elle Kennedy, Il contratto, Newton Compton.9. Fifa World Cup 2026 Official Sticker Collection. Album + 5 Bustine, Panini.10. Elena Giappone, Le crepe sono fatte per l’oro. Storie giapponesi per riparare ciò che la vita ha rotto, indip.
I libri più venduti secondo Ibs1. Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana.2. Antonio Manzini, I tramezzini di Rocco Schiavone, Sellerio.3. Elle Kennedy, The Campus Series, Newton Compton.4. Cristina Cassar Scalia, Le terme dell’Indirizzo, Einaudi.5. Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi.6. Maurizio De Giovanni, Il tempo dell’orologiaio, Feltrinelli.7. Koda Aya, Alberi, Mondadori.8. Luciana Littizzetto, Il tempo del la la la, Mondadori.9. Philippe Daverio, Racconto dell’arte occidentale. Dai Greci alla Pop art, Solferino.10. Luciano Canfora, Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli.
Classifica delle classifiche (libri presenti in almeno due classifiche, con punteggio da 10 a 1 inversamente proporzionale alla posizione)1. Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana (20).2. Cristina Cassar Scalia, Le terme dell’Indirizzo, Einaudi (17).3. Antonio Manzini, I tramezzini di Rocco Schiavone, Sellerio (15).4. Emmanuel Carrère, Kolchoz, Adelphi (14).5. Maurizio De Giovanni, Il tempo dell’orologiaio, Feltrinelli (12).– Luciana Littizzetto, Il tempo del la la la, Mondadori (12).6. Elle Kennedy, Il contratto, Newton Compton (8). Trentatré libria cura di Simone FurfaroTutti i giornali (più o meno)Luigi Accattoli ed Emilia Flocchini, Otto alla Costituente. Gli uomini di Dio che hanno fondato la Repubblica, San Paolo. «Possono essere santi i politici? Può la politica condurre alla santità? Decisamente sì, sostengono Luigi Accattoli ed Emilia Flocchini, secondo i quali ci furono “otto santi” all’Assemblea costituente che tra il 1946 e il 1947 scrisse la nostra Costituzione. (…) Giornalista e scrittore, a lungo vaticanista del Corriere della Sera, Luigi Accattoli spiega nell’introduzione l’“affermazione provocatoria”: Alcide De Gasperi e Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati, Igino Giordani, Enrico Medi e Benigno Zaccagnini sono “otto santi” non perché ufficialmente tali per la Chiesa cattolica, ma perché esempio di uomini di fede. Se per tre di loro Luigi Accattoli parla di “santi senza causa” – anche se comunità religiose e autorità ecclesiastiche hanno sottolineato l’esemplarità della religiosità di Dossetti, Moro e Zaccagnini –, per gli altri cinque, scrive ancora il giornalista recanatese, “è già avviato l’iter per il riconoscimento canonico della esemplarità cristiana”. I ritratti degli otto, uno dopo l’altro, strutturano il volume. Ciascuno dei padri costituenti è presentato in quattro parti: le prime due, firmate da Luigi Accattoli, sono un profilo biografico e una breve antologia di testi; le seconde due si concentrano una sul lavoro alla Costituente di ognuno e una sulla sua fama di santità e sono firmate dalla saggista Emilia Flocchini, autrice anche della postfazione. Di ritratto in ritratto emerge ciò che accomuna gli otto e ciò che li distingue l’uno dall’altro. Il primo collante è l’antifascismo, vissuto in modi diversi, ma condiviso da tutti e da tutti sperimentato quale conseguenza della fede. (…) La formazione nell’Azione cattolica o in movimenti a essa apparentati è anche un tratto comune agli otto, così come la militanza nella Democrazia cristiana, nelle cui liste sono tutti eletti all’Assemblea costituente. La partecipazione ai lavori, l’interazione con gli altri eletti, anche non democristiani, rende ancor più affini i percorsi. Agli autori preme sottolineare in particolare i rapporti significativi che si sviluppano tra gli otto. (…) Quella che chiamano “comunione degli otto santi” è tra le “scoperte più avvincenti” dei due autori: “Ci è parso che, dopo la comune impresa costituzionale, gli otto si siano tenuti d’occhio e abbiano attraversato i decenni continuando – in qualche modo – a tessere la stessa tela”. (…) Culmina nella scelta la vicenda degli otto: la scelta della politica, nella politica, ma anche la scelta di lasciare la politica, come per alcuni di loro. Passa dalla scelta anche la loro santità. Tre giorni dopo l’elezione alla Costituente, in un’annotazione sul suo diario, Igino Giordani rivolge a sé stesso la domanda: “Può un uomo politico esser santo? Può un santo esser uomo politico?”. E si risponde: “Prova in te la soluzione del quesito, ora che diventi uomo politico”» [Marco Ventura, La Lettura 31/5/2026].•Anna Achmàtova, Stormo bianco (1912-1918), La Vita Felice. «“In un’epoca segnata da tanti esperimenti tecnici nella poesia, l’Achmatova brillò per il suo non-avanguardismo”, osserva in un famoso saggio, La Musa in lutto (1982), Iosif Brodskij, muovendo dai metri rigorosi, le rime esatte, le frasi brevi della poetessa. Allo stesso modo, il tema delle prime raccolte di Achmatova (1889-1966), compreso lo Stormo bianco del 1917, è il tema topico per eccellenza, quello amoroso, tanto più tradizionale in rapporto al grande evento pubblico della Rivoluzione russa, che si consumava in quello stesso anno. Brodskij: “Forse, furono proprio quegli assordanti tuoni di fondo a rendere tanto più nitido e vitale il ‘tremolo’ privato della giovane poetessa”. Tutto sta a intendere quali elementi la scrittrice sappia rifondere nel suo privato e nobile eloquio amoroso. Allo scopo può essere utile la nuova traduzione dello Stormo bianco, proposta da Bruno Osimo per La Vita Felice (nel frontespizio si fa riferimento al 1918 come data di arrivo dei testi, ma la traduzione si dichiara basata sull’edizione del ’17). Osimo (…) sceglie una versione il più vicino possibile all’andamento ritmico originario, con l’esito a volte di rendere arcaizzante e un po’ desueta la forma italiana; ma qualcosa del ritmo russo, per l’appunto, risuona in tal modo nella nostra lingua. In Stormo bianco l’amore, col suo tormento, si accompagna a due temi: il dono della poesia e la sacralità del mondo. Parlando d’amore, Achmatova sta penetrando la corteccia della realtà, alla ricerca del punto che non cede, che sfolgora e tripudia nelle tenebre. Solo il poeta può riconoscere il corpo sacro delle cose, facendo quasi da mediatore con il Mistero. Si spiega così una grande poesia della raccolta come Preghiera, che Osimo rende in questo modo: “Dammi anni amari da inferma,/ e di soffoco, insonnia, calore,/ togli a me il bambino, l’amico,/ e il dono segreto del canto –/ nella Tua liturgia prego, sì,/ dopo tanti tormenti angoscianti,/ che quel nembo sul buio di Russia/ possa farsi una gloria di raggi” (1915, giorno dello Spirito Santo, Pietroburgo). Come si vede, la poetessa parla e prega per un popolo intero, che in lei si riassume. Il dono della poesia è prezioso al pari della vita e non può essere tenuto al riparo. Già fin da questi testi, non ancora portati al corpo a corpo con la storia, con la follia autoritaria (come poi sarà in Requiem), chi scrive sa che il suo dono esige di essere comunicato, sparso, gettato al vento: “Ma non cercare di tener per te/ il dono che ti han fatto i sommi cieli:/ siam condannati – e lo sappiamo bene –/ a dissipare, e non serbare”. È in questa chiave che si giustifica il riferimento insistito alla Musa: “Con scialle bucato la Musa/ prolunga accorato il suo canto./ In cruda e acerba angoscia sta/ la sua taumaturgica forza”» [Daniele Piccini, La Lettura 31/5/2026].•Giorgio Agamben, Il corpo della politica, Bollati Boringhieri. «L’ipotesi che avanzo, scrive Giorgio Agamben nel primo dei due saggi raccolti ne Il corpo della politica, è una “politica anarchica, cioè non statuale, in cui i concetti di moltitudine e popolo e la stessa singolarità non siano definiti in relazione a una forma di governo o di Stato e conservino tuttavia un significato politico” (p. 46). Programma ambizioso, a misura dello straordinario talento ermeneutico del suo estensore, che si sostanzia del metodo che struttura da sempre il suo pensiero: accedere alla più bruciante attualità attraverso l’“archeologia”, vale a dire rivolgendosi al passato, perché in questioni che sembrano appannaggio della sola erudizione storico-filologica (…) vi sono tanto le radici della crisi politica e spirituale dell’Europa, tema del secondo saggio (che riprende una conferenza veneziana del maggio 2024), quanto le indicazioni possibili per uscirne con una nuova proposta politica. Una politica “anarchica”, appunto, fondata sul paradigma dell’“esilio”. Così infatti Agamben traduce il lemma plotinico phygè, normalmente tradotto con “fuga” e generalmente interpretato come passo oltre la condizione umana in direzione del principio divino. Una categoria eminentemente teologica, che sembra sancire un disimpegno mistico dal mondo, si trasforma, come spesso avviene in Agamben, in una categoria del politico. Agamben propone addirittura la diade “esilio-sovranità” come relazione giuridico-politico originaria, sostituendola a quella classica, di derivazione schmittiana, che fissava invece nella diade amico-nemico l’essenza del politico. Amico-nemico suppongono lo Stato, il diritto, una “moltitudine” costituitasi in “popolo” e risolta nell’istanza del potere costituito, il Dio mortale di Hobbes, insomma. Esilio-sovranità si dispongono invece sulla linea di fuga dell’eccezione: il sovrano è fuori dall’ordine perché lo istituisce e lo sospende, l’esule, il cui modello non può che essere il grande fiorentino, è fuori dal diritto, in fuga volontaria dallo Stato, forzatamente libero dalla Legge, in un rapporto immediato con il principio divino. In entrambi i casi a essere messa in questione è quella “identità” che ossessiona la retorica dei sovranismi. L’identità è infatti assicurata dalla forma-Stato, una “politica dell’esilio” sarebbe invece fuori dalla identità, in tensione verso una nuova (utopica?) forma di solidarietà politica che si genererebbe, secondo Agamben, proprio “nella sua stessa dissociazione da ogni predeterminata identità” (p. 59). (…) Che cos’è allora l’“anarchia” per Agamben? È una comunità che non può mai diventare Stato, che si pone in relazione con un principio con il quale non può mai identificarsi e rispetto al quale i suoi membri sono esuli (p. 62). L’anarchia è una comunità di uomini e di donne liberi perché il possibile, come scriveva programmaticamente Heidegger, si libra molto più in alto del reale» [Rocco Ronchi, Tuttolibri 30/5/2026].•Mario Avagliano e Marco Palmieri, Voto alle donne! La storia di una battaglia, dalle suffragette alla Costituente, Einaudi. «Il 2 giugno ricorrono gli ottant’anni della Repubblica. Probabilmente non c’è un solo italiano che ignori il significato della ricorrenza, visto il doveroso clamore delle celebrazioni. Ma forse non tutti riflettono sul fatto che il 2 giugno non fu solo la fine della monarchia attraverso il referendum. Fu anche altro. In particolare fu il diritto al voto delle donne esercitato per la prima volta. Non è proprio così, perché il mondo femminile aveva partecipato a un’elezione amministrativa in marzo. Ma ben altra era l’importanza istituzionale del 2 giugno, in cui si eleggeva anche l’Assemblea costituente. Nasceva la nuova Italia e il suffragio diventava pienamente universale. Oggi la questione appartiene al novero delle cose scontate, ma in quel lontano giorno non era così. Era un evento quasi rivoluzionario. Lo spiegano Mario Avagliano e Marco Palmieri in Voto alle donne!. Il titolo riecheggia il grido di guerra delle cosiddette suffragette, che tra la fine dell’Ottocento e i primi dieci-quindici anni del Novecento s’intestarono la battaglia civile volta a sanare la lacerazione nel tessuto del giovane Stato unitario. Il voto al sesso femminile non era tra le priorità dei padri del Risorgimento. Nemmeno Giolitti si dimostrò sensibile al tema. Ci volle la Prima guerra mondiale, con gli uomini al fronte, per riconoscere un ruolo attivo alle donne nella società di massa. È un paradosso, ma non tanto, che sia stato Mussolini a comprendere – sul piano teorico – la necessità di emancipare la donna, vista come strumento per creare consenso. Ma il voto, naturalmente, il Duce preferì metterlo nel cassetto: sia per gli uomini sia per le donne. Dopo la Liberazione, De Gasperi fu decisamente più favorevole di Togliatti a concedere quel diritto alle donne. E anche qui si capisce. Il capo del Pci temeva che l’elemento femminile sarebbe stato più conservatore degli uomini e condizionato dalla Chiesa di allora. Per cui i diritti civili apparivano facilmente sacrificabili di fronte all’interesse politico del partito. E al cinismo del capo. Avagliano e Palmieri conducono il lettore attraverso mille passaggi tortuosi, fino all’approdo del 2 giugno» [Stefano Folli, Robinson 31/5/2026].Anche: Pasquale Chessa, Il Messaggero 31/5/2026; Eliana Di Caro, Domenica 31/5/2026.•Mauro Balestrazzi, Il ritorno del Maestro. Toscanini, il fascismo, la guerra e la storica riapertura della Scala, Lim. «È un viaggio, questo libro, nell’intreccio tra arte e politica attraverso il trentennio forse più tumultuoso della storia nazionale, nella prospettiva d’un protagonista come Arturo Toscanini. Si percorre lo spazio infinito tra l’ottobre 1919 e il maggio 1946, partendo dalla candidatura nella lista di Mussolini, magnificata dalla prosa di Marinetti: episodio ben presto disconosciuto, utile a illuminare l’inevitabile visibilità del nostro e la complessità dei tempi agli occhi d’un lettore trascinato sulle montagne russe della storia dalla prosa avvincente di Mauro Balestrazzi, che dispone con naturalezza, in tono giornalistico, una quantità impressionante di dati documentari, solidamente poggiati su ricerche personali e bibliografia di vaglia. Si attraversano gli operosissimi anni scaligeri (43 recite di 10 titoli nel 1927/28, preludio al trentennale di direzione musicale del teatro) e i successi internazionali: 69 concerti in 5 mesi a New York nel 1930/31; Bayreuth, Salisburgo, Lucerna, fuggendo man mano l’avanzata hitleriana. Sì, perché Toscanini rappresentò costantemente una bandiera di coerenza e libertà, riconosciutagli da ogni parte. “In questi anni borgiani, ella è la sola persona la cui luce morale rimane immobile nella universale bassezza… L’Italia oggi è rappresentata non da Mussolini ma da Toscanini”: così Salvemini. Al tempo dell’estromissione di Luigi Albertini dal Corriere della Sera aveva disdetto l’abbonamento al giornale firmandosi “Maestro di musica accordato sempre all’istesso diapason”. Arriva poi la persecuzione del regime, (…) l’abbandono dell’Italia, il riparo negli Usa, dove non fu mai considerato cittadino d’un Paese nemico. Da lì, scriverà al presidente Roosevelt, “continuerò implacabile sulla strada che ho percorso in tutta la mia vita per la causa della libertà”. Nel luglio 1942 si assicura la prima americana della Settima di Šostakovič, rocambolescamente uscita dall’Urss, e difende in ogni sede il suo Paese, cui non andavano imputate le colpe del regime. In Italia il significato simbolico del grande assente trova la sua manifestazione più evidente e commovente nelle scritte in gesso che all’indomani del 25 luglio comparvero sulla facciata della Scala a invocarne il ritorno: “un invito al ritorno dei valori universali dello spirito”, si scrisse allora. E fu proprio Toscanini (…) a inaugurare la ricostruita sala del teatro, attraverso il linguaggio della musica, capace d’una parola intatta di libertà» [Raffaele Mellace, Domenica 31/5/2026].•Sergio Bartalucci, Il Sole perduto. La grande illusione della fusione nucleare, Bietti. «Il Sole perduto. La grande illusione della fusione nucleare (Bietti) di Sergio Bartalucci, fisico nucleare in importanti istituti di ricerca all’estero (Svizzera, Germania, Usa) e in Italia, affronta la ormai pluridecennale questione della realizzazione di questa nuova tecnica, da tutti attesa, quale fonte primaria di energia. L’autore prende parte da una celebre risposta che Lev Arcimovič, direttore del programma sovietico sulla fusione nucleare, dette alla domanda, postagli negli anni ’60, su quando sarebbe arrivato il primo reattore a fusione: “Quando l’umanità ne avrà davvero bisogno”, disse. Oggi, in piena crisi energetica globale, la domanda torna attuale, ma con un dubbio più urgente: riusciremo a ottenere questa tecnologia in tempo? Nel libro si descrivono in modo chiaro e realistico i tentativi di produrre sulla Terra la fusione nucleare su grande scala. L’autore combina un approccio storico, ripercorrendo tappe, esperimenti e risultati, con uno tecnico-scientifico, e lo fa senza troppi tecnicismi; anzi, con stile discorsivo illumina il lettore sui princìpi fisici che governano l’uso della fusione nucleare quale fonte d’energia. Si smentiscono i tanti luoghi comuni che leggiamo sui media, e poi echeggiati dai politici di turno, spesso digiuni dell’argomento. Già parlare di “riprodurre sulla Terra l’energia delle stelle” è un’inesattezza, perché la reazione che vorremmo realizzare è proprio quella che non avviene nelle stelle, e peraltro uno dei due componenti del combustibile usato per la fusione in laboratorio, il trizio, sulle stelle neanche esiste, né esiste altrove in natura: va creato appositamente, cosicché non può nemmeno essere considerato una fonte di energia. Altro mito è quello che vuole “pulita” l’energia da fusione, in contrapposizione alla fissione nucleare, detta “sporca” perché produce le famigerate scorie: anche i materiali dei reattori da fusione vengono radio-attivati e devono essere trattati opportunamente. Nulla di grave in linea di principio, ma quanto basta per attivare anche gli ambientalisti e i Signor-no di professione. La storia della fusione è ricca di fallimenti (tanti) e successi (pochi), e il libro li illustra con dovizia di particolari, che testimoniano l’interesse di tanti politici famosi e non, da Stalin a Perón, fino ai nostrani cinquestelle, che, con non senza ignoranza, tifano per la “fusione fredda”, che, pur colossale granchio, inspiegabilmente sopravvive come sogno tenacemente alimentato da scienziati non sempre affidabili ma comunque abili nel venderlo. Parlando di fusione vera, come di scienza in generale, bisogna guardare ai fatti e solo a quelli, perché si possono ingannare gli uomini, ma non la Natura, precisa Bartalucci, che si propone di fornire una rappresentazione oggettiva e scevra da contaminazioni ideologiche dei fatti» [Nicola Porro, il Giornale 31/5/2026].•Caroline Bicks, I segreti di Stephen King. Manoscritti e versioni inedite dello scrittore che ha cambiato l’immaginario contemporaneo, Sperling & Kupfer. «Credevamo di sapere quasi tutto sul metodo di scrittura di Stephen King dopo aver letto On Writing, ma ora scopriamo che Carrie White si trasforma in una creatura dotata di corna, che la madre di Danny Torrance muore nell’Overlook Hotel, che Oz il Grande e Terribile che viene più volte citato in Pet Sematary era in origine Raggedy Ann, la bambola di pezza con i capelli rossi dei libri di Johnny Gruelle, e che un’epidemia di influenza al college portò alla creazione del racconto Risacca notturna e di The Stand. Succede, a poter compulsare le prime versioni delle opere più amate di Stephen King: e succede quando una docente di letteratura dell’Università del Maine, Caroline Bicks, ottiene la cattedra intitolata a King, e quando quella stessa docente prima invita lo stesso King a tenere una conferenza ai nuovi studenti e poi ottiene l’autorizzazione a studiare il suo archivio di Bangor per trarne un libro. Ovvero I segreti di Stephen King, che ora esce per Sperling & Kupfer tradotto da Luca Briasco. (…) Una volta negli archivi, Bicks si concentra su cinque testi: Carrie, Le notti di Salem, Shining, A volte ritornano e Pet Sematary. A disposizione ha le bozze dattiloscritte che le permettono di seguire le tracce dell’editing e delle correzioni, e dunque dell’attenzione, per dirla con King, a “tutto ciò che risuonerà nell’orecchio del lettore”. (…) Shining è quello che ha subìto le modifiche più interessanti: The Shine, come doveva chiamarsi all’inizio, e che, per ammissione di King, doveva essere (e in parte è) una versione horror di Amleto, subisce diverse asciugature, sia nella parte, spaventosa, del fantasma femminile nella vasca da bagno, sia in quelle tre pagine perfette dove Danny immagina che il tubo della manichetta antincendio si trasformi in serpente velenoso. Nella prima versione il serpente è “reale”, nella seconda è il lettore a decidere se sia vero o meno. La variante più forte è la morte della moglie di Jack, che inizialmente si chiama Jenny e non Wendy: nella primissima idea di King doveva morire anche Danny, per diventare parte dell’Overlook, ma il primo finale che scrisse vede il bambino correre via incontro a Dick Hallorann» [Loredana Lipperini, Tuttolibri 30/5/2026].Anche Antonella Lattanzi, La Lettura 31/5/2026.•Paolo Brusasco, Ninive. Mito e realtà, La nave di Teseo. «Da villaggio neolitico sulle sponde del Tigri, nel Nord dell’attuale Iraq, Ninive si trasformò con il re Sennacherib (740-681 a.C.) nella capitale del regno assiro, per diventare con Assurbanipal (685-631 a.C.) il faro culturale del mondo antico. La ricerca della città, motivata soprattutto da citazioni bibliche, fu tra le prime indagini archeologiche svolte sul campo in Mesopotamia. Parte proprio dalla scoperta, a metà Ottocento, e risale alle origini la “biografia” della città Ninive. Mito e realtà (La nave di Teseo, pp. 336, € 22) di Paolo Brusasco, docente di Archeologia e storia dell’arte dell’Asia occidentale e del Mediterraneo orientale antichi all’Università di Genova» [La Lettura 31/5/2026].•Peppino Calderisi, Storia di una riforma mai nata. Quarant’anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni, Rubbettino. «Un dato si impone nel racconto: ci hanno provato tutti, leader politici, premier, partiti. Ci hanno provato per 40 anni. E l’autore del libro non fa sconti a nessuno, né al Pd e nemmeno a Berlusconi, a Renzi come alla Meloni, nonostante una militanza parlamentare pluriennale, prima come radicale, poi nelle file di Forza Italia e del Pdl. Il volume di Peppino Calderisi è un’analisi distaccata, severa e soprattutto amara delle difficoltà del nostro sistema istituzionale di riformarsi, stare al passo con i tempi di un mondo che non gira più alla velocità del 1948, quando nacque la nostra Costituzione. E parlare di difficoltà è un eufemismo, perché la ricostruzione che sta per uscire per Rubbettino (Storia di una riforma mai nata) è una storia di fallimenti. Nel libro riecheggia l’auspicio di Giorgio Napolitano al momento della rielezione, che guardava al “tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza”, che avrebbe dovuto avere alla base “il reciproco riconoscimento dei due schieramenti” e il “superiore interesse generale”. Due approdi che restano illusori, imprigionati in un “bipolarismo muscolare” che appare insuperabile. Il libro è un excursus documentato dei tentativi andati a vuoto: sul sistema di governo, sul superamento del bicameralismo perfetto, su una legge elettorale che “dovrebbe accompagnare entrambe le cose” invece di anticiparle. Un sistema afflitto da quel “complesso del tiranno” che “non è mai stato superato dalla Costituente in poi, e cioè la paura che avere un esecutivo con maggiori poteri, come le altre cancellerie, significa correre il rischio di una deriva autoritaria”. Nel libro vengono sfatati, con dati e analisi comparate, i corollari di quello che per l’autore è il tabù della “Costituzione più bella del mondo”. Mentre l’Italia sarebbe diventata “la Repubblica dei poteri di veto”, dove sull’interesse comune prevalgono propaganda ed eccesso di tatticismi. E una forma di governo che risale al 1948 ci restituisce l’unicum di un premier che, a differenza di tanti colleghi, non può sostituire un ministro e tantomeno prospettare il ritorno alle urne. Ma siamo anche l’unica democrazia europea che “ha due Camere che fanno le stesse cose”. Il risultato è una sorta di paralisi della capacità di riformarsi del nostro sistema, che ha prodotto in pochi anni ben 4 leggi elettorali diverse. E se ne avremo una quinta poco cambia, perché “ogni legge elettorale, da sola”, come una chimera, “è del tutto insufficiente ad assicurare stabilità e governabilità”. Che fare? Per Calderisi occorrerebbe una riforma che adotti il modello della “democrazia da investitura”, in cui i governi durano una legislatura e l’opposizione viene riconosciuta come “governo potenziale in attesa”. Non facile, ma possibile» [Marco Galluzzo, Corriere della Sera 31/5/2026].•Alessandra Caputi, In nome del paesaggio. Una battaglia legale della famiglia Croce contro la speculazione edilizia (1957-1967), Rubbettino. «Un libro esemplare, che racconta per filo e per segno una vicenda emblematica nel nostro Paese, durata dieci anni, dal 1957 al 1967: una costruzione illegale in una delle più importanti zone di Napoli, la battaglia intrapresa dalla vedova e continuata dalle figlie del filosofo Benedetto Croce, il coinvolgimento dell’opinione pubblica e della classe dirigente nazionale, il successo ottenuto con l’abbattimento di due piani di un edificio costruito in spregio dei vincoli paesaggistici e urbanistici esistenti. La vicenda è narrata e analizzata traendo gli elementi di dettaglio da corrispondenza, sentenze, cronache giornalistiche che hanno accompagnato questi dieci anni difficili, materiale in gran parte raccolto presso la Fondazione Biblioteca Benedetto Croce. Inoltre, il lavoro si arricchisce di una documentazione fotografica dei luoghi, nonché dei giornali dell’epoca. Il caso è emblematico perché vi si incrociano ben due disposizioni costituzionali. Quella dell’articolo 42, secondo cui la proprietà privata è riconosciuta ma deve sottostare ai vincoli dettati per assicurarne la funzione sociale. E quella dell’articolo 9, secondo la quale la Repubblica tutela paesaggio e patrimonio storico e artistico. La diagnosi è molto istruttiva. La costruzione aggirava prescrizioni di legge e disposizioni locali. Vi si intrecciavano competenze locali e centrali, che finivano per confliggere. L’attivismo della famiglia Croce mosse il mondo della politica e della cultura. (…) Fu importante l’ausilio di due avvocati di grande fama come Giuseppe Chiarelli e Giuseppe Guarino. E fu importante anche l’attenzione prestata da una parte della burocrazia ministeriale. Il successo fu dovuto anche alle strategie giudiziarie suggerite dagli avvocati e al peso dell’opinione pubblica, ma al fondo gli elementi importanti furono la tenacia della vedova e dei discendenti della famiglia Croce, giudici amministrativi attenti e amministratori illuminati. L’unico aspetto negativo fu la durata: come detto, dieci anni. Vicende di questo tipo dimostrano che la gestione degli interessi pubblici è divenuta sempre più complessa negli ordinamenti moderni» [Sabino Cassese, Domenica 31/5/2026].•Maria Grazia Ciani, Lettere a un nipote sull’Iliade. La pace, la guerra e il futuro degli antichi, Marsilio. «Un breve saggio narrativo che compie l’impresa all’apparenza impossibile di “spiegare” Omero preservandone il fascino: la grecista Maria Grazia Ciani, storica traduttrice per Marsilio dell’Iliade (1990) e dell’Odissea (1994), nel suo libro Lettere a un nipote sull’Iliade (Marsilio) si rivolge a un giovane che affronta per la prima volta il poema, avvertendolo di tutte le meraviglie e le sorprese che contiene. In 14 capitoli brevi come lettere, la studiosa attraversa la guerra di Ilio sfatando i falsi miti e facendo scintillare i miti veri: la figura centrale di Achille, “simbolo di violenza primitiva” ed eroe umano; il “catalogo delle navi”, che non è un mero elenco ma illumina la gloria nascente delle città greche. E poi il “timore dell’indicibile” che serpeggia tra gli antichi, l’incombere del destino, della Moira, che rende effimero l’iniziale vantaggio di Ettore e dei suoi. Ciani enumera i duelli mortali, spiega la svolta decisiva dell’uccisione di Patroclo da parte di Ettore, chiarisce le trame di Zeus, che ha già deciso la vittoria degli achei. Ma, se questo è utile a chi affronta verifiche ed esami, utile a tutti i lettori è scoprire l’attualità di Omero, che svela il crudo dualismo della guerra: uccidere o morire. Fino al “canto dell’ombra”, il XXIV, dove l’Occidente scopre la pietà: quando Achille solleva sul carro del nemico Priamo il cadavere del figlio che gli ha ucciso» [Ida Bozzi, La Lettura 31/5/2026].•Francesco Clementi, Cittadine a metà. Dalla conquista del voto alla sfida degli algoritmi, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. «L’autore si sofferma sulle cosiddette “azioni positive” a vantaggio delle donne previste da una legge del ’91 (al fine di “colmare i divari di fatto, non solo vietare discriminazioni esplicite”). Ricorda la riforma costituzionale dell’articolo 51 della Carta (2003), nel quale viene esplicitamente indicato l’impegno a promuovere le pari opportunità anche “con appositi provvedimenti”. Un’idea già emersa nella riforma del Titolo V, nel passaggio che impone alle leggi regionali di “rimuovere ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne”. Sono sollecitazioni alla concretezza e all’effettività del principio cardine della Costituzione, rafforzate anche da sentenze della Corte costituzionale. Il punto è, osserva acutamente l’autore, che “la partecipazione effettiva richiede non solo regole d’ingresso, ma anche garanzie di permanenza e di sicurezza, perché la presenza femminile non si costruisce senza un ambiente che riconosca legittimità e protegga l’esercizio del mandato”. Una riflessione che chiama in causa il potere degli algoritmi e i potenziali danni di sistemi digitali che, se non governati con rigore, sono in grado di pregiudicare il processo democratico e ampliare le distorsioni di genere» [Eliana Di Caro, Domenica 31/5/2026].•Bruno Corra, Sam Dunn è morto. Racconto insolito, Luni. «Bruno Corra (1892-1976), pseudonimo di Bruno Ginanni Corradini, è stato un futurista, a modo suo, prima di avventurarsi nei più vari territori della letteratura. Sam Dunn è morto è uno dei capolavori misconosciuti della letteratura italiana. È una brevissima “non storia” con una profezia che si è avverata: sotto alla superficie del mondo si prepara una esplosione di fantasia che connetterà il mondo intero. Sarà forse internet?» [Alessandro Gnocchi, il Giornale 31/5/2026].•Guido Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi (1945-2026), Donzelli. «Mentre con il crollo del Muro di Berlino stava cambiando il mondo, i partiti proseguirono nella loro perdita di credibilità e autorevolezza, fino al definitivo tracollo certificato da “Mani pulite”. La Repubblica nata dai partiti dell’antifascismo era finita. Lo testimonia il prosieguo della narrazione del periodo successivo, che ritroviamo nel volume Storia della Repubblica rieditato da Guido Crainz, aggiornandolo con un capitolo sugli ultimi dieci anni. Con il definitivo disfacimento dei partiti tradizionali, in un Paese sempre più frammentato, incapace di pensare a ideali di futuro e regredito agli antichi particolarismi e al trasformismo di sempre. Era il berlusconismo a farsi interprete di queste diffuse sensibilità sociali, proprie di un “popolo” portato a fare del proprio egoistico interesse il raggiungimento della vera libertà. Grande fu lo sforzo di portare il Paese dentro i parametri economici di un’Europa sempre meno attrattiva in molti dei Paesi membri, fino alla crisi del 2011 a rischio di bancarotta, mentre la corruzione appariva dilagante, la partecipazione alle elezioni calava paurosamente e si affermava un movimento, i 5 stelle, ostile all’intero ceto politico e alle stesse pratiche della democrazia parlamentare. Il racconto è ritmato sull’incalzare delle cronache giornalistiche, sempre più impietose nei confronti di schieramenti di partiti ormai personalistici, dominati dalle urgenze “dell’immediato”. Fallito il tentativo riformatore del governo Renzi, come pure il connubio “antisistema” Lega-5 stelle e le successive alleanze, non restava al Paese che misurarsi – afferma l’autore – con “un cambio d’epoca [col quale] sembriamo incapaci di confrontarci”» [Angelo Varni, Domenica 31/5/2026].•Benedetto Croce, Perdersi negli altri e nelle cose. Lettere scelte, Adelphi. «Bella antologia curata da Emanuele Cutinelli-Rèndina. (…) Date alla mano, leggendo questo prezioso libretto ci si rivelano ben marcati i tratti di un uomo talmente retto, talmente reattivo di fronte alle forme più dilaganti di arroganza e cialtroneria che gli accadeva di osservare, che il suo antifascismo… precede lo stesso fascismo! Come quando lamenta, in una lettera del dicembre 1914 al filosofo gentiliano Armando Carlini, “la semplice fede e il solito lavoro sostituiti dalla scomposta immaginazione e dallo spirito di avventura”. E del resto, aggiunge, come si fa a pretendere rispetto per il “faticoso lavoro in una miniera, dove si sa che non si troverà altro che del buon combustibile per bisogni della vita”, da gente che “sogna il vello d’oro, il tesoro dei Nibelunghi o il San Graal”? (…) A stampare queste lettere prive di indirizzi, formule di cortesia e firme in calce, le si potrebbe scambiare, molte volte, per microscopiche dissertazioni: un pensiero in divenire, capace di registrare le occasioni e le traversie dell’esistenza, senza perdere mai di vista la fisionomia intellettuale del destinatario, ma sempre conseguente ai suoi altissimi presupposti. Sì, perché anche nelle forme della saggezza pratica, della tenerezza domestica, e addirittura della stizza per l’importunità subita, quella di Croce è sempre filosofia, se è vero l’aureo precetto che si legge in una lettera del 1916: “Io considero filosofia tutti i pensieri degli uomini”, con l’altrettanto rispettabile corollario che “nessun uomo e nessun popolo raggiunge mai il culmine del pensiero”. (…) Croce è filosofo, nella sua saggia e lungimirante accezione della filosofia, anche con un affittuario, che gli aveva chiesto di far figurare nel contratto un mensile minore di quello effettivo (“Qualcuno deve pur pagare tasse e imposte, se non vogliamo che l’Italia fallisca; ed è meglio che le paghiamo voi ed io, che non per questo soffriremo la fame”: marzo 1923); ed è filosofo pure con una ragazzina di tredici anni di Torino che gli ha mandato le sue poesie nell’autunno del 1930, e fa di nome Natalia Ginzburg, e ha l’età delle sue figlie maggiori; ed è filosofo con il senatore Luigi Messedaglia, presidente di un prestigioso istituto, che dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali nel settembre del 1938 gli chiede di compilare un esecrabile questionario che attesti la sua arianità. Croce ribatte a stretto giro di posta: pur di non compiere l’atto “odioso e ridicolo insieme” di dichiarare di non essere ebreo, “proprio quando questa gente è perseguitata”, preferisce essere espulso dall’istituzione “come supposto ebreo”» [Emanuele Trevi, La Lettura 31/5/2026].•Paolo Di Stefano, Casa come me: Einaudi, Electa. «La casa è il nostro ritratto: estensione caratteriale e autobiografia architettonica. La casa per me, casa come me. Se racconti una casa, racconti anche chi l’ha abitata. Ed è bella l’idea della nuova collana Electa “Casa come me” (curata da Andrea Cortellessa ed Emanuele Trevi), dedicata al rapporto, nel ’900 italiano, tra uomini di cultura e i loro spazi creativi. Si parte con il libro di Paolo Di Stefano – con foto d’epoca, piantine e disegni – sulla casa (non solo editrice) di Giulio Einaudi, via Biancamano 1, Torino: fra tavoli di design e opere d’arte alle pareti, qui si fece e disfece l’egemonia culturale. Librerie svedesi, sale riunioni (del mercoledì…), forte identità e saper fare» [Luigi Mascheroni, il Giornale 31/5/2026].Anche Andrea Kerbaker, Domenica 31/5/2026.•Paolo Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, Sellerio. «La catastròfa (Sellerio) di Paolo Di Stefano è un libro civile, un testo etico, un’opera commovente. Si prendano le pagine della nuova edizione, in libreria per il settantesimo anniversario, che vede l’aggiunta di quattro capitoli, e si leggano queste righe che, chiuso il libro, tornano alla mente con violenza, e ci interrogano: “Ho visto un operaio che era a terra contro un legno con gli occhi aperti, morto, si capiva che aveva pianto perché le lacrime avevano cancellato la polvere e lasciato il solco”. Il viso nero dell’uomo, la solitudine della morte, la disperazione, la lacrime che lavano la fuliggine. Di questo parla il testo di Di Stefano sulla tragedia di Marcinelle, avvenuta l’8 agosto 1956. Il libro è un coro, un’orazione pubblica di un disastro non solo italiano ma europeo, un evento che getta una luce sinistra sul nostro dopoguerra, nel quale si coagulano alcuni temi fondamentali della nostra modernità, nata dalle macerie della Seconda guerra mondiale, e che si trovano sepolti nelle vene di una miniera di carbone, diventata letteralmente una tomba di fuoco, fumo per molti uomini. Il racconto della catastròfa, così è definita la tragedia in quella sorta di lingua immaginifica che è l’italiano dei nostri migranti, è il punto apicale che l’autore utilizza per narrare un mondo, (…) ovvero quello dell’immigrazione italiana negli immediati anni dopo la Seconda guerra mondiale. (…) È il Paese che esce da una disastrosa esperienza e cerca in qualche modo di ricostruirsi, di pagare i debiti, di saldare le spese. Ne La catastròfa è impressionante il numero di racconti e di testimonianze, raccolte e narrate con grande maestria da Di Stefano, che toccano il tema dei soldi. (…) È un libro che parla della povertà, che la mostra, che la evidenzia nelle traiettorie dei sopravvissuti, di coloro che sono orfani di genitori, vedove di mariti, e che lentamente giorno dopo giorno (di anni, ne son passati settanta) spariscono a loro volta. Sono il lento scomparire del secolo. (…) I minatori (…) non erano esseri umani, non erano i loro bisogni, desideri, ansie, rivalsa per il passato ingrato, ma oggetti. Servivano per uno scambio: tot lavoratori italiani, tot carbone dato all’Italia: “Eravamo 50 mila in tutto il Belgio, eravamo 30-40 mila solo nella Vallonia. Prima però c’è da dire che il Belgio per mille operai ricevuti regalava all’Italia da 2.500 a 5.000 tonnellate di carbone. Non so se mi spiego, non so”. Bisogna ricostruire, c’è bisogno di materia prima: è il motto. Ci stiamo preparando agli anni del boom economico, della rinascita dei Sessanta, la spensierata tragica bellezza della Dolce vita: La catastròfa ne mostra un lato oscuro lontano. (…) Di Stefano compie nelle sue pagine un lavoro meritorio, rimette al centro l’uomo, ricostruendone la vita e anche l’attimo finale, il baluginio della morte. (…) Le voci, i dialetti, gli anacoluti, i vocaboli sformati dalla fatica ci accompagnano dentro ogni singola vita di ogni singola persona» [Demetrio Paolin, La Lettura 31/5/2026].•Jonas Enander, Affrontare l’infinito. I buchi neri e il nostro posto sulla Terra, Neri Pozza. «C’è un modo per sapere che cosa accade in un buco nero? Per rispondere, il fisico e divulgatore svedese Jonas Enander (Stoccolma, 1981) ci è, metaforicamente, entrato dentro. Nel saggio Affrontare l’infinito. I buchi neri e il nostro posto sulla Terra (traduzione di Andrea Mazza, Neri Pozza, pp. 352, € 30), frutto di 5 anni di lavoro, Enander indaga il cosmo e i suoi misteri con un reportage in cui ha incontrato scienziati e Nobel e viaggiato dall’osservatorio del vulcano Mauna Kea (Hawaii) all’archivio dell’Università di Gottinga» [La Lettura 31/5/2026].•Emanuele Ertola, Tracce fasciste. L’eredità materiale del Ventennio, Laterza. «Le pietre sopravvivono alle storie. Da Augusto a Hitler, da Nerone a Mussolini: l’architettura ha bisogno della sintonia con il potere. La persistenza materiale del fascismo, la “memoria difficile” del Ventennio è al centro della attenta ricostruzione che Emanuele Ertola (Università di Siena) ha intitolato Tracce fasciste. L’esaustività delle fonti inedite, il contrappunto fra storia globale e locale, ci impone di riflettere su un problema non più percepito, inattuale per l’assuefazione dello sguardo: “Nulla al mondo è più invisibile dei monumenti” (Robert Musil, 1936). Perciò suona stonata la convinzione di Ertola che appunto quel “fascismo di pietra” sia il segno politico di un passato che non passa. Che fare? Abbattere la Casa del Fascio di Como dell’architetto Giuseppe Terragni considerata un capolavoro da Bruno Zevi oppure scrostare le tempere fasciste di Duilio Cambellotti celebrate da Leonardo Sciascia con un simpatetico saggio sul restauro della Prefettura di Ragusa? Insomma, non ci sarà bisogno di spianare il Colosseo per riscattare i cristiani dalla damnatio ad bestias» [Pasquale Chessa, Il Messaggero 31/5/2026].•Maria Laura Lanzillo, Harriet Taylor Mill, Carocci. «La filosofa Harriet Taylor Mill (Londra, 1807-Avignone, 1858) ha vissuto a lungo schiacciata dalla fama del marito, il filosofo John Stuart Mill, con cui ha condiviso trent’anni di vita. Ma anche dal fatto di essere donna, “un essere al quale nell’Inghilterra vittoriana, nonostante le discussioni e le lotte portate avanti all’interno di alcuni circoli riformisti e radicali, si faticava ad attribuire capacità intellettuali di valore e un posto autonomo nella sfera pubblica”. Parte da qui la storica Maria Laura Lanzillo in Harriet Taylor Mill (Carocci, pp. 128, € 13), prima biografia in italiano della pensatrice, di cui ricostruisce, tra l’altro, proprio l’impegno politico e filosofico per l’emancipazione delle donne» [La Lettura 31/5/2026].•Ursula K. Le Guin, Non c’è tempo da perdere, NN. «Ultima raccolta di saggi pubblicati in vita da Ursula K. Le Guin (morta nel 2018), da poco arrivata in Italia. In realtà, non sono veri e propri saggi, ma qualcosa di meno codificato e, quindi, più prezioso. Nel 2010 Le Guin, che non è stata solo la più grande scrittrice di fantascienza di sempre, ma anche una pensatrice acuta, ironica e generosa, ha una rivelazione: il blog del suo mito José Saramago, da poco trasformato in libro (Il Quaderno, Feltrinelli), era troppo bello perché non ci provasse anche lei. Del resto, se ce l’aveva fatta lui, a 85 anni, perché non poteva riuscirci lei, neo-ottantenne? Non c’è tempo da perdere, suddiviso in quattro parti interpuntate dalle tenere “Cronache di Pard”, il gatto “smoking” fuori di testa adottato con il marito Charles, si apre proprio con la sezione “Superare gli ottanta”, un riflessione sulla vecchiaia – la propria, la definisce “scontrosa” – innescata dall’arrivo di un questionario di Harvard agli ex alunni. Domanda: “Come trascorri il tempo libero?”. Risposta: lei non ne ha idea, perché tutto il suo tempo è occupato o dalla faticosa manutenzione del corpo o, in generale, dal vivere. Conclusione: un’anziana, il tempo libero, non se lo può proprio permettere. Dopo un tot di chilometri, continua, e “negare non serve a nulla”, il corpo si usura. Ogni corpo: “La vecchiaia è per chiunque ci arrivi. I guerrieri invecchiano, le schiappe invecchiano”. Che fare, quindi? “Si può ricavare molto da ciò che va a scemare, se ci si impegna”, è la sua conclusione. Non c’è tempo da perdere non è, però, una semplice “autobiografia” della vecchiaia. Dentro troviamo testi di critica letteraria, lettere dei giovani lettori (“Sono il tuo fan più gigantoso”), un elogio dell’imparzialità di Omero e di Furore di Steinbeck, per lei “il” Grande Romanzo Americano, oltre a una deliziosa prova di abilità in un saggio tutto dedicato all’uovo alla coque. Interessante è la “rivendicazione dei diritti” della letteratura fantastica. “Non deve essere per forza così. Questo è ciò che dice il fantasy”, scrive. Un’affermazione sovversiva, perché mostrare come le cose potrebbero essere se andassero diversamente è politicamente pericoloso. (…) È questo continuo esercizio di pensiero critico e di osservazione appassionata del mondo a costituire il cuore di questa raccolta, perfettamente a suo agio nell’opera di questa geniale autrice, da sempre incentrata sulla resistenza e, appunto, la sovversione. (…) Le Guin fa tutto tranne che guardare al Passato. Il suo regno resta quello del Futuro, che è il posto in cui è possibile ripensare le narrazioni e dove non esistono limiti all’immaginazione» [Laura Pezzino, Tuttolibri 30/5/2026].•Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana. «Non intendiamo (…) proporre la trama di quel testo molto ampio (245 paragrafi) o un’analisi del cardine fondamentale e del suo contesto. (…) Ci accontenteremo di stare più in superficie, attraverso una sorta di libera variazione, andando alla ricerca della filigrana delle citazioni o delle evocazioni che sostengono il programma tematico del testo. Scontato e un po’ dilagante è il rimando al magistero precedente dei pontefici, con un primato per papa Francesco. Analogo è l’emergere dei molteplici documenti ecclesiali. (…) Altrettanto prevista è la presenza dei documenti conciliari e della voce dei Padri della Chiesa e dei grandi teologi come Tommaso d’Aquino. Ovviamente sulla ribalta c’è l’amato s. Agostino, sempre incisivo come in questo motto: “Vuoi conseguire la pace? Pratica la giustizia!” (n. 215). Il nostro sguardo a questo punto va alle figure socio-culturali. Suggestivo è l’aggettivo latino magnifica attribuito all’umanità. Nella classicità era assegnato agli imperatori come Augusto; poi divenne monopolio dei principi rinascimentali come Lorenzo de’ Medici; ancora oggi è, un po’ retoricamente, riservato ai “magnifici rettori” delle università. Per papa Prevost “magnifica” per eccellenza è, invece, la creatura umana nella sua totalità. Su questa scia ecco apparire le istituzioni internazionali come l’Onu con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (nn. 54 e 123) o il Trattato per la proibizione delle armi nucleari firmato nel 2021 da oltre 70 Paesi (n. 194), o il benemerito operato della Croce rossa (n. 123), e così via. Entrano in scena altri personaggi, non solo ecclesiastici. (…) Ecco (…) sfilare anche “alcune opere che hanno assunto un valore quasi profetico: la Nona di Beethoven come desiderio di unità; Guernica come denuncia della disumanizzazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio” (n. 122). (…) Unico rappresentante della letteratura è Tolkien, che nella parte terza del suo Signore degli anelli (1965) metteva in bocca al protagonista questo consiglio: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare” (n. 213). Concludiamo con la sintesi papale della Lettera VII di Platone, che indica un metodo epistemologico generale: “Le cose più profonde e importanti si imparano solo dopo molto tempo e molta fatica, impegnandosi nella discussione con gli altri a ‘sfregare’ i concetti e le esperienze come fossero pietre focaie, finché in noi non scocchi la scintilla della comprensione” (n. 140)» [Gianfranco Ravasi, Domenica 31/5/2026].•Norman Mailer, Marilyn, La nave di Teseo. «È il 1973 quando Norman Mailer pubblica Marilyn: non una biografia, piuttosto un atto di possesso intellettuale su un’icona che l’America aveva già trasformato in reliquia: “Marilyn rappresentava la relazione amorosa di ogni uomo con l’America”. La nave di Teseo lo rimanda in libreria per il centenario della Monroe con la traduzione di Andrea D’Anna (pagg. 320, 22 euro). Mailer costruisce un ritratto che è anche confessione: ossessione virile mascherata da esegesi. Il risultato è un libro scomodo, involontariamente rivelatore di chi scrive quanto di colei di cui si scrive. Vale la rilettura» [il Giornale 31/5/2026].•Giovan Battista Manso, Enceclopedia, Bibliopolis; Saverio Ricci e Pietro Giulio Riga (a cura di), L’«Enceclopedia» di Giovan Battista Manso. Enciclopedismo e modelli filosofici e letterari nella Napoli spagnola, Bibliopolis. «Ci sono molti testi inediti che giacciono nelle nostre biblioteche. Può capitare che il riportarne alla luce uno possa aiutarci a ripensare a un momento della nostra storia dove vecchi schemi di pensiero convivevano con le spinte al nuovo, con mai sopite inquietudini intellettuali. È questo il caso di un’operazione che coinvolge Giovan Battista Manso (1569-1645), la pubblicazione della sua inedita Enceclopedia a cura di Giovanni De Vita, il convegno di studio che a partire da questo testo si è interrogato su “Enciclopedismo e modelli filosofici e letterari nella Napoli spagnola”. (…) Con Giambattista Manso, uomo d’arme e diplomatico, ma anche scrittore, poeta, mecenate, ci troviamo nel cuore di un momento, fra Cinque e Seicento, complesso e quanto mai ricco e contradditorio della cultura napoletana. (…) L’Enceclopedia (così leggiamo nel titolo, nel manoscritto della Biblioteca Nazionale di Napoli XIII F 63 che la conserva) è un’opera incompiuta, per molti aspetti “emblematica”, scrive Giovanni De Vita, “delle aspirazioni e dei limiti di un sapere che si vuole totalizzante, ma che si misura costantemente con la complessità del reale”. Siamo nel pieno di una cultura che sogna di raccogliere entro una struttura onnicomprensiva l’intero sapere. È l’età, del resto, in cui nascono i teatri della memoria, i grandi dizionari, i repertori che insegnano a decifrare le immagini degli dèi antichi e a rappresentare, grazie all’iconologia, le immagini di tutti i concetti astratti. Manso dispone, nel suo testamento, che venga pubblicata insieme alle altre sue opere e vi confida il sogno di una cultura che diffonda il sapere e contribuisca a migliorare la società. Doveva comprendere dieci libri, ma ce ne sono arrivati solo i primi quattro, Filosofia, Logica, Retorica e un’incompiuta Poetica, più un frammento del libro dedicato alla matematica. Ma ci sono degli schemi ad albero, dei diagrammi che ci danno un’idea dello schema generale, secondo la tendenza a rendere visibile il sapere, a delineare un percorso logico, di classificazione delle discipline, che aiuti la conoscenza e la memoria. Il primo libro delinea una storia della filosofia che prende le mosse da Adamo, cui Dio concede una sapienza universale, che si trasmette oralmente fino a che si scontra con la “magia, … da’ demoni inventata e primieramente a Zoroastre insegnata”. È un quadro storico, nota Saverio Ricci, che ha un’impostazione tardocinquecentesca, e tende a concordare la tradizione platonizzante col tomismo. Tornare a quella conoscenza primigenia è forse il sogno che sta alla base dell’Enceclopedia, un sogno destinato a restare incompiuto» [Lina Bolzoni, Domenica 31/5/2026].•Pier Vincenzo Mengaldo, Una verità raggiungibile. Scritti su Gianfranco Contini, Quodlibet. «Il filologo muore il primo febbraio [1990 – ndr]. (…) Il 3 febbraio esce sul Mattino di Padova un ricordo, dal titolo editoriale “Il più grande”, a firma di Pier Vincenzo Mengaldo, forse il vero successore di Contini nella critica stilistica italiana: “Naturalmente qualcosa di lui, posto che il resto sia veramente imitabile, rimane assolutamente inimitabile, ed è lo stile, non meno teso nel filologo che nel saggista. Contini, fermamente convinto che il vero critico dovesse essere anche scrittore, è stato senza dubbio uno dei grandi prosatori di questo secolo”. La scrittura di Contini è tesa alla complessità del reale, al mistero della realtà, non ha paura dell’irrazionale, lo sfida, anzi, cercando di considerarlo all’interno della razionalità del testo letterario: “Ora, in un certo modo noi siamo affetti, in sede critica, da ‘miopie’ opposte: io tenendo gli occhi appresso al testo, e tu alla tua propria autobiografia”. Così scriveva Contini al pressoché coetaneo francesista Carlo Bo nel 1933. Tuttavia è possibile parlare di autobiografia per l’opera del “più grande” filologo, ed è possibile anche ritrovare nell’analisi dettagliata, puntualissima, che egli fa dei testi un po’ dell’autobiografia di ciascuno. In questo volume, Una verità raggiungibile, si raccolgono, per le attente cure di Davide Colussi, uno dei massimi storici della critica presenti oggi in Italia, gli interventi, alcuni dei quali ormai dei veri propri classici (come Preliminari al dopo Contini), che Mengaldo ha dedicato a Contini nel corso degli anni per cercare di comprendere che cosa possiamo imparare da quell’equilibrio difficile tra fedeltà all’opera e seduzione intellettuale, tra attaccamento al magnetismo della vita ed estremo rigore metodologico, che ci incute parimenti timore ed entusiasmo. Afferma lucidamente, e con molta finezza, Colussi che, nonostante la diversità di stile (arduo quello di Contini, pieno di continui balzi espressivi, mentre quello di Mengaldo “è tentato dall’introdurre contrappesi per via di metafore concretizzanti a quel che di astratto e grigiamente tecnico comporta ogni descrizione di fatti linguistici”), i due critici hanno qualcosa di profondissimo in comune da insegnare e trasmettere: la necessità di “versare elementi di soggettività propri della tradizione saggistica entro lo stampo specialistico”. In altre parole, (…) è la tensione verso un’autobiografia che riveli quanto di umano e viscerale si nasconde tra le righe tanto di un altissimo capolavoro quanto di un umile appunto di chissà chi dimenticato in un archivio. È la capacità, in fondo, di riscoprire la verità, raggiungibile, di ogni scrittura» [Jacopo Parodi, Tuttolibri 30/5/2026].•Florence Noiville, Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera, Neri Pozza. «Non è biografia in senso classico, ma il racconto rapsodico in forma di frammenti, impressioni e ricordi dell’amicizia di una giornalista di Le Monde, Florence Noiville, (…) verso lo scrittore che più di tutti ha esecrato il genere biografico, essendo così geloso della propria vita da cercare, all’apice del successo, di cancellare sé stesso e scomparire dal circo mediatico. “Bisogna far credere alla posterità di non essere vissuto”, pensava Flaubert, e Milan Kundera con lui. Voleva essere un romanziere e basta, e ha passato la vita a schivare curiosità e indiscrezioni, depistando i segugi giornalisti e persino i lettori, pur di proteggere la sua vita vera, intima e privata, e difendere l’unica vita che secondo lui contava, e cioè quella riflessa dall’opera. Ma per Florence Noiville ha fatto un’eccezione: ha accettato di incontrarla, di conoscerla e di frequentarla con sua moglie Véra, il “portento di donna” rimasta sessant’anni al suo fianco. Con lei e il marito, altro boemo di origine, ha condiviso gli aperitivi al Lutétia, i pomeriggi in rue Récamier, le cene a base di soufflé nell’omonimo ristorante sotto casa, e alla fine ha persino accettato che si mettesse a scrivere su di lui, “che strana idea!”, viaggiando in lungo in largo per la Moravia e la Boemia, perlustrando le strade di Brno, città in cui era venuto al mondo come un pesce d’aprile il primo aprile 1929, e l’Accademia di musica fondata dal padre grande amico di Janáček e il quartiere di Královo Pole in cui era cresciuto, inseguendo persino le tracce di Olga Haas Kunderová, sua prima moglie per soli otto mesi, e setacciando a Praga negli archivi della Stb, filiale ceca del Kgb, i fascicoli di sorveglianza di Elitar I, “individuo fuori dal comune, ma non conforme, apertamente critico del regime, incontrollabile, quindi pericoloso”, e perciò sottoposto a rapporti tanto minuziosi quanto deliranti, del tipo “Si è passato la mano sinistra sulla testa calva”, “Ha ordinato una Pilsen e cento grammi di insalata russa”» [Marina Valensise, Il Messaggero 31/5/2026].•Francesco Panarelli, Guglielmo III, il re bambino. L’ultimo re degli Altavilla, Laterza. «Già Giovanni Boccaccio nel suo De casibus virorum illustrium narrò il tragico destino di Guglielmo III, l’ultimo discendente della casa d’Altavilla. Il bisnonno era stato Ruggero II d’Altavilla, che aveva fondato il Regno di Sicilia nel 1130. Gli successe nel 1154 il figlio Guglielmo I e già due anni dopo Guglielmo il Buono, che morì senza eredi. Tra i rivali alla successione, la spuntò Tancredi di Lecce, ma morì di lì a pochi anni, così come il suo primogenito. Fu incoronato Guglielmo III, ultimo figlio di Tancredi, ancora bambino, che però finì barbaramente ucciso. Ora ne scrive lo storico Francesco Panarelli in Guglielmo III, il re bambino. L’ultimo re degli Altavilla (Laterza, pp. 58, € 8)» [La Lettura 31/5/2026].•Maurizio Pugno, Emergenza malessere. Dalle cause economiche, sociali e individuali ai rimedi per uno sviluppo più umano, Rubbettino. «Un libro che affronta con rigore e ampiezza uno dei paradossi più inquietanti del nostro tempo. La tesi di fondo è semplice ma non per questo meno dirompente: il malessere non è un residuo patologico di società imperfette, ma è il frutto malato di sistemi economicamente avanzati. I dati che con chiarezza e rigore Pugno analizza convergono nel mostrare quanto il disagio psicologico sia aumentato in questi anni, ben prima della pandemia, e colpisce in modo particolare le generazioni più giovani, senza risparmiare, seppure con modalità diverse, anche le fasce adulte. Ma il valore del libro non sta soltanto nella ricostruzione empirica. Il punto decisivo è il modo in cui questo fenomeno viene interpretato. Pugno invita a superare spiegazioni riduttive, che attribuiscono il malessere a fattori isolati – l’uso degli smartphone, lo stress scolastico, la fragilità educativa –, per restituirne invece la natura sistemica. Il disagio contemporaneo nasce dall’intreccio tra trasformazioni economiche, mutamenti sociali e dinamiche individuali; è il prodotto di un equilibrio che si è progressivamente incrinato. Da qui l’idea, centrale nel volume, di una vera e propria “trappola del malessere”. Non si tratta di una condizione passeggera, ma di un meccanismo che tende ad autoalimentarsi. Le condizioni economiche e sociali generano insicurezza e perdita di senso, le risposte individuali – dalle dipendenze all’isolamento autoimposto – finiscono per aggravare il problema, rendendo sempre più difficile uscire dalla “trappola”. In questo circolo vizioso, la crescita economica non riesce più a trasformarsi in benessere soggettivo. È in questo passaggio che il libro compie l’operazione più interessante. La via d’uscita non può consistere né in un ingenuo appello alla decrescita, né in una medicalizzazione diffusa del disagio. Pugno propone invece di riportare al centro lo sviluppo delle capacità umane. (…) Le capacità a cui Pugno fa riferimento sono quelle che rendono possibile una forma di benessere resistente alle crisi: la capacità di orientarsi nel tempo, di sostenere relazioni significative, di tollerare l’incertezza, di investire su obiettivi non immediatamente gratificanti. (…) Il benessere, in questa chiave, non coincide con il comfort né con la soddisfazione immediata, ma con la possibilità di sviluppare capacità che rendano la vita non solo vivibile, ma ricca di senso. È una proposta che restituisce profondità al dibattito contemporaneo, sottraendolo sia al riduzionismo economico sia a quello psicologico. Emergenza malessere è, dunque, un libro che non si limita a descrivere una crisi che è ormai conclamata, ma ci invita a cambiare sguardo» [Vittorio Pelligra, Domenica 31/5/2026].•Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’Operazione Fritz all’enigma Pacepa. Un mosaico dalle infinite verità, All Around; Federico Zatti, Il disegno. La mappa che riscrive il caso Moro, Piemme. «I brigatisti rossi che uccisero la scorta di Aldo Moro in via Fani e rapirono lo statista davvero fecero il tragitto che hanno raccontato? Ed è credibile che lo abbiano tenuto prigioniero per cinquanta giorni in un vano di appena quattro metri quadrati e senza bagno in via Montalcini? Forse bisogna guardare da tutt’altra parte, in una direzione nuova e straniante. Secondo Federico Zatti (Il disegno) è stato ignorato un edificio enorme che sorge poco distante dal luogo dell’eccidio della scorta: il complesso della Loyola University, un ateneo privato collegato ai gesuiti statunitensi. Ci sono diversi indizi convergenti che portano alla Loyola University. Uno strano disegno, trovato dalla polizia nel covo brigatista di via Gradoli, planimetria di edifici dal design molto particolare: sul momento fu collegato a un carcere di nuova costruzione; si pensò che le Br preparassero un attentato. Zatti invece studia il disegno con Google Maps, poi si intrufola nei locali dell’università, e la planimetria s’illumina di tutt’altro senso. Può sembrare poco. La Loyola University, però, si trova in via Massimi, e su quella strada si erano concentrate le ricerche della commissione parlamentare d’inchiesta che ha identificato alcune palazzine sospette dello Ior. I commissari scoprirono che in uno degli appartamenti era stato ospitato clandestinamente il brigatista Prospero Gallinari. Sempre in via Massimi si ritiene che potesse esserci un garage dove i brigatisti nascosero le loro macchine. L’ipotesi della Loyola University, insomma, è verosimile. (…) Il giornalista Stefano Romei (Storia segreta del caso Moro) prova a mettere assieme le tessere di “un mosaico dalle infinite verità” e approfondisce il possibile ruolo della Raf, ovvero i tedeschi della Rote Armee Fraktion. Sono davvero tanti gli indizi di una “mano” tedesca in aiuto alle Br. La pianificazione del rapimento con strage della scorta assomiglia in maniera impressionante all’azione contro Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca. Lo scambio di armi e documenti contraffatti tra le due organizzazioni era continuo. Così gli incontri e gli scambi di elaborati ideologici. A dicembre 1977 era a Roma uno dei capi, Rolf Clemens Wagner. Un altro, Christian Klar, fu sospettato di far parte del gruppo di fuoco di via Fani, o così almeno pensavano gli investigatori tedeschi che giunsero subito a Roma a supporto degli italiani. C’è poi la storia di un furgone con targa contraffatta, visto a Viterbo cinque giorni dopo l’eccidio, “con a bordo sette persone”, scrive Romei, “di cui una armata. La targa del pulmino era stata rinvenuta poche settimane dopo in Germania e il proprietario del mezzo era risultato proprio un uomo legato alla Raf”. Una dimensione internazionale del commando spiegherebbe molte cose» [Francesco Grignetti, Tuttolibri 30/5/2026].•Enrico Terrone, Il seriale. Un’indagine filosofica, Einaudi. «Terrone, che è un professore di Estetica, è interessato soprattutto a riconoscere serialità di tipo diverso fra i prodotti dell’ingegno umano. La prima idea da accantonare, certo, è quella che la serialità non abbia nulla a che fare con l’arte, la creatività e la fantasia. Scavalcando l’ingombro del romanticismo e della sua apodittica identificazione fra opera d’arte e oggetto singolarmente irripetibile, ci avvediamo che nell’antichità non c’era problema ad associare ars e techne con l’eccellenza di un modello multieseguibile. E dobbiamo convenire che molte opere d’arte consistono in effetti in types astratti che ammettono realizzazioni seriali: è il caso delle sinfonie e delle sonate, ma anche delle tragedie e delle commedie, che necessitano di ripetute esecuzioni che le rendano sensorialmente fruibili, sebbene già prima siano composte in modo completo. In questi casi, le serie traducono i types platonici o matriciali (si pensi all’incisione) in tokens esperibili. Questo senso di serialità è quello di cui parla Benjamin nell’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, e uno dei contributi importanti di Terrone è la riflessione sulla trasformazione che il digitale ha imposto alle arti basate su immagini e suoni quando ha reso queste due cose identificabili con serie di numeri (0 e 1), facendo sì che non abbiamo più bisogno di un criterio storico-causale per decretare che una occorrenza di un’opera visiva o cinematografica sia autentica. (…) C’è poi un’altra accezione di serialità, che è quella che interessa di più Terrone: esistono alcune opere che sono seriali nel senso che sono composte, a loro volta, da una serie di opere. È il caso delle serie televisive, che sono opere audiovisive di per sé, ma sono composte a loro volta da opere audiovisive che si ripetono secondo una struttura e un ordine: gli episodi. Terrone, che già nel 2021 ha firmato un libro sull’argomento, esamina a lungo la nozione di serie televisiva, con particolare riferimento a Twin Peaks, l’opera seriale di David Lynch, e all’interessante problema se Twin Peaks. Fuoco cammina con me – il film del 1992 presentato circa un anno dopo la messa in onda dell’ultimo episodio della seconda e ultima stagione – sia o no un membro proprio della serie. Il libro di Terrone è notevole anche solo per il fatto che, per fornire buone analisi filosofiche di alcuni problemi riguardanti la serialità di Twin Peaks e degli omicidi del mostro di Firenze, non si esime dal prodursi in esaustive e seriali descrizioni di tutti i possibili vagoni di questi convogli, senza temere alcuna “vertigine della lista” – perché una delle cose che bisogna accettare di fare se si esamina il concetto di serie è entrare nella successione delle sfilze e scorrerle senza temere le accumulazioni» [Fabio Bacchini, Domenica 31/5/2026].•Madeleine Thien, Il libro dei ricordi, 66thand2nd. «“L’unico modo di ricordare è dimenticare, lasciare che il tempo riempia la storia e la ricrei daccapo”. Così dice un uomo che sta per morire alla figlia Lina, convinta di potersi imprimere nella memoria quel che il padre Wui aveva vissuto e solo ora le aveva raccontato: l’unica vera eredità che le lasciava, l’eredità che non si può rifiutare. Da anni i due erano bloccati in un luogo enigmatico chiamato il Mare, una città di rovine, un alveare che mutava ogni giorno sul bordo di un oceano dove, senza preavviso, comparivano barche all’orizzonte e tutte, o quasi, le persone di passaggio che abitavano quell’effimero avamposto si riversavano sulla spiaggia per farsi portare in altri luoghi, luoghi di cui al momento di partire non conoscevano neanche il nome. (…) È Lina la voce narrante del Libro dei ricordi, capolavoro della scrittrice canadese di origine cinese, malese e hongkonghese Madeleine Thien. Ormai cinquantenne, la donna racconta quando, a sette anni, era approdata a quel porto con Wui, ma senza il resto della famiglia: la madre, il fratello e la zia che aveva cresciuto il padre. Lo racconta con minimi dettagli, ricostruendo un luogo e una vicenda dai contorni fluttuanti, slabbrati, che potrebbe essere ambientata in questo secolo come in quello passato o in quello ancora precedente. Unico indizio ad ancorarci al presente o a un futuro prossimo la passata professione del padre, che in Cina aveva gestito le strutture del cyberspazio: “Aveva lavorato come ingegnere per il governo e, in seguito, contro di esso. Non parlava mai di mia madre, mia zia o mio fratello. Mi ripeteva invece che l’esilio era una fortuna perché ci eravamo liberati da un impero in rovina, una sala degli specchi in cui persone perbene potevano tradire sé stesse senza neanche saperlo. ‘D’ora in avanti’, amava dire, ‘neanche un’ora andrà sprecata. Apparteniamo a un mondo nuovo’”. E invece erano lì da anni, in quel mondo di mezzo, bloccati dalla malattia paterna o forse – come molti rifugiati – dallo struggimento per un passato che non vuole passare e da un futuro tanto sognato da rendere impossibile vivere il presente. (…) Quando il padre rivela infine le vicende che avevano deviato la loro esistenza e separato la loro famiglia, la riflessione da esistenziale e astratta si fa molto più politica. La seconda parte del libro analizza infatti il sistema di potere e di controllo che tiene in piedi la Cina e fa sì che anche chi crede di sapere usare il sistema a suo vantaggio finisca per esserne comunque un’inconsapevole pedina, intrappolata nella rete. Nella terza parte del romanzo, ormai grande, Lina afferma di aver scritto un “libro dei ricordi”: “una storia vera nascosta dentro a una di fantasia, un amore incontaminato nascosto dentro a un mondo di tradimenti”» [Lara Ricci, Domenica 31/5/2026].
Gli altri titoli recensiti. Gli asterischi segnalano i libri di cui Anteprima s’è già occupata.• Marianna Aprile, La promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a Palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta, Rizzoli [Eliana Di Caro, Domenica 31/5/2026]*.• Alberto Arbasino, Autocronologia, Adelphi [Andrea Cortellessa, Domenica 31/5/2026]*.• Eztizen Artola Iturrate, Bambina con zainetto, Crocetti [Matteo Sacchi, il Giornale 31/5/2026].• Asakura Akinari, Gli ultimi sei, Feltrinelli [Licia Troisi, Robinson 31/5/2026].• Atieh Attarzadeh, Guida per morire con le piante medicinali, Polidoro [Farian Sabahi, Tuttolibri 30/5/2026].• Serena Bortone, Le dirimpettaie, Rizzoli [Mirella Serri, Tuttolibri 30/5/2026].• Sandro Campani, La casa del dormiveglia, Einaudi [Angelo Ferracuti, La Lettura 31/5/2026].• Bebetta Campeti, La guaritrice ferita. L’iniziazione sciamanica di una donna occidentale, Bompiani [Andrea Gentile, Robinson 31/5/2026].• Luca Carboni, Luca non parlava mai, Sem [Paolo Giordano, il Giornale 31/5/2026]*.• Angelo Carotenuto, I Mondiali immaginari, Sellerio [Giovanni Tesio, Tuttolibri 30/5/2026].• Barbara Comyns, L’albero di ginepro, Safarà [La Lettura 31/5/2026].• Giorgio Cosmacini, Una geniale studentessa e due celebri professori. Una storia italiana 1939-1945, La Vita Felice [Francesca Rigotti, Domenica 31/5/2026]*.• Giuseppe Culicchia, La mia Germania. Storia di un amore clandestino, Neri Pozza [Enrico Arosio, Tuttolibri 30/5/2026]*.• Marina Cvetaeva, Ai poeti. Versi per Blok, Achmatova, Majakovskij e Puškin, Einaudi [Roberto Galaverni, La Lettura 31/5/2026]*.• Barbara D’Acierno, Lupo giù per terra, Bompiani [Piergiorgio Paterlini, Robinson 31/5/2026].• Serena Dandini, Paura non abbiamo. Le donne che hanno fatto la Repubblica, Einaudi [Ursula Beretta, La Lettura 31/5/2026]*.• Maylis de Kerangal e Joy Sorman, La diga, Prehistorica [Vanni Santoni, La Lettura 31/5/2026].• Andrea Esposito, Innocenza, Ponte alle Grazie [Peppe Fiore, La Lettura 31/5/2026].• Roberto Esposito, Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica, Einaudi [Pasquale Chessa, Il Messaggero 31/5/2026]*.• Melissa Febos, Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso, Nottetempo [Laura Di Corcia, Domenica 31/5/2026].• Goffredo Fofi, Cinema e bizzarria, La nave di Teseo [Cristina Battocletti, Domenica 31/5/2026]*.• Francesca Giannone, Gli anni in bianco e nero, Nord [Enrica Tesio, Tuttolibri 30/5/2026].• Han Byung-chul, Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil, Nottetempo [Carlo Pizzati, Robinson 31/5/2026]*.• Philip Hensher, L’impero del gelso, Settecolori [Paolo Bertinetti, Tuttolibri 30/5/2026].• Orazio Labbate, Cumùriu, Polidoro [Marzia Fontana, La Lettura 31/5/2026].• Maria Lazar, Quattro volte me, Adelphi [Cristina Taglietti, La Lettura 31/5/2026].• Sepp Mall, Un cane andò in cucina, Keller [Marco Ostoni, La Lettura 31/5/2026].• Antonio Manzini, I tramezzini di Rocco Schiavone, Sellerio [Raffaella Silipo, Tuttolibri 30/5/2026]*.• Paul McVeigh, Il bravo figlio, Barta [Stefano Friani, Robinson 31/5/2026].• Jonas Mekas, Scrapbook degli anni ’60. Scritti 1954-2010, Quodlibet [Pablo Maurette, Robinson 31/5/2026]*.• Guido Melis, Le istituzioni della Repubblica Italiana. 1946-1994, il Mulino [Angelo Varni, Domenica 31/5/2026]*.• Banu Mushtaq, Interno indiano, Frassinelli [Andrea Frateff-Gianni, Il Messaggero 31/5/2026; Eleonora Barbieri, il Giornale 31/5/2026].• Stefano Petrocchi, Romanzo privato, Mondadori [Renato Minore, Il Messaggero 31/5/2026]*.• Sara Rattaro, Il vestito di mia madre, Piemme [Jessica Chia, La Lettura 31/5/2026].• Elena Rui, Vedove di Camus, L’Orma [Filippo La Porta, Robinson 31/5/2026].• Giuliana Salvi, Il dolore dell’oca, Einaudi [Ermanno Paccagnini, La Lettura 31/5/2026].• Gianluca Scroccu, Sandro Pertini, Salerno [Umberto Gentiloni, Robinson 31/5/2026]*.• Pajtim Statovci, La mucca partorisce di notte, Sellerio [Andrea Frateff-Gianni, Il Messaggero 31/5/2026].• Mira Miriam Stijak, Corpi scomposti. La crisi della postura nella società borghese, La Traccia Buona [Andrea Gentile, Domenica 31/5/2026].• Giovanni Testori, Con Roberto Longhi. Lettere e scritti, Feltrinelli [Maurizio Cecchetti, Tuttolibri 30/5/2026]*.• Willy Vlautin, Nessuno al posto giusto, Jimenez [Eraldo Affinato, Tuttolibri 30/5/2026].• Anne C. Voorhoeve, Chicken impossible, Emons [Luca Crovi, il Giornale 31/5/2026].• Lea Ypi, Dignità, Feltrinelli [Andrea Frateff-Gianni, Il Messaggero 31/5/2026]*.SF