Corriere della Sera, 1 giugno 2026
Kiev in regola per entrare in Ue. Ma lo «sprint» preoccupa
Se chiedi ai piani alti della Commissione europea rispondono senza nascondere una punta di imbarazzo: «Gli ucraini hanno fatto un lavoro preparatorio eccezionale, e non tutti se lo aspettavano». Negli uffici alle dirette dipendenze della presidente Ursula von der Leyen, spiegano anche in questo modo l’uscita di dieci giorni fa del cancelliere tedesco, che ha parlato di associazione alla Ue come primo passo, e non di adesione formale di Kiev. E non si stupiscono delle perplessità che dai due vicepremier italiani, Salvini e Tajani, sino all’intervista di Guido Crosetto al Corriere, emergono anche nel governo.
Da qualche settimana infatti, da quando sono stati diffusi in via riservata i risultati dei prenegoziati fra Bruxelles e Kiev, ambasciate e cancellerie europee hanno avvertito una sorta di «freddo nella schiena». L’esito del lavoro preparatorio che va avanti da diversi mesi si è infatti concluso con largo anticipo e già entro la fine di giugno Commissione e presidenza cipriota di turno della Ue hanno intenzione di aprire il primo cluster (capitolo di negoziati formali) per l’adesione dell’Ucraina.
Ma il problema è proprio lo zelo degli ucraini, per paradosso. Di solito quando iniziano i negoziati formali si apre il primo cluster sullo stato di diritto, come primo step cui seguiranno altri negoziati su singole materie: energia, sanità, mercato interno, bilancio. In tutto sono sei i più importanti, che per alcuni Paesi dei Balcani sono aperti da anni. L’eccezionalità del caso ucraino è che «i sei cluster sono praticamente pronti per essere aperti», ammettono senza reticenze ai vertici della Commissione, lasciando intendere che una volta aperti nulla impedisce una verifica spedita di tutte le riforme che Kiev ha portato avanti nel corso, e a dispetto, della guerra.
Anche così dunque si spiega la posizione della Germania e la cautela della stessa Giorgia Meloni, che di fatto è emersa attraverso le parole dei due vicepremier e del ministro della Difesa. Un conto è essere al fianco dell’Ucraina senza sfumature, così come Berlino e Roma hanno dimostrato durante la guerra, un altro è essere pronti ad assorbire un’economia di più di 60 milioni di abitanti, con punte di eccellenza nel settore agricolo e della difesa, e per di più bisognosa di fondi per la ricostruzione stimati in 500 miliardi di euro. Anche a Bruxelles sono consapevoli che le conseguenze di un’adesione accelerata schiuderebbero non pochi squilibri e problemi, che finirebbero sulle spalle degli Stati membri.
A Palazzo Chigi assicurano che non ci sono novità rispetto alla posizione di Merz, che Roma mostra di condividere, e che se ne discuterà fra venti giorni al Consiglio europeo, ma intanto non c’è più Orbán che si oppone. Tirare il freno a mano, operazione che sta coinvolgendo altre capitali, dalla Polonia alla Romania, serve a fronteggiare una dinamica che ha spiazzato quasi tutti.
Un ulteriore paradosso è che l’accelerazione impressionante di Kiev è stata causata, incredibilmente, dalla Casa Bianca e dal Cremlino. In una delle bozze di accordo per una tregua, lo scorso autunno, all’ultimo punto americani e russi includevano nell’intesa l’adesione di Kiev alla Ue nel 2027. Bozza che non produsse frutti e sulla quale non furono consultati gli Stati europei. Ma da quel momento gli ucraini hanno corso ancora più veloce.