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 2026  giugno 01 Lunedì calendario

Fubini intervista Mikhail Kokorich, ceo di Destinus

Ho parlato in questi giorni con un uomo di nome Mikhail Kokorich. Come descriverlo? Kokorich è, molto probabilmente, la persona che conta di più nel conflitto russo-ucraino di cui non avete mai sentito parlare. Buona parte delle armi che stanno colpendo la Russia in queste settimane sono prodotte da lui. E in questa intervista dà per la prima volta la sua visione del conflitto e delle sue conseguenze storiche. Fa saltare il mito di un’Europa debole, tecnologicamente poco avanzata (Italia inclusa); fa saltare anche il mito che servano spese dei contribuenti eccezionalmente alte perché l’Europa possa difendersi; prevede anche che l’innovazione continuerà a trasformare la guerra in Ucraina a velocità sempre più alta, con una linea del fronte lungo la quale gli eserciti presto dovranno stare schierati a cento chilometri gli uni dagli altri per poter combattere senza essere distrutti. E molto altro. La sua è una lezione di business dell’innovazione, applicazione dell’intelligenza artificiale, ma anche di filosofia politica.
Ma chi è Mikhail Kokorich?
È nato 49 anni fa ad Aginskoe, una cittadina siberiana vicina al confine della Russia con la Mongolia e con la Cina. Ha fondato la sua prima azienda quando frequentava le scuole superiori, per poi studiare fisica in Russia e conseguire un master esecutivo a Stanford. Oggi non è più un cittadino russo – nel suo Paese d’origine pende su di lui un mandato d’arresto – ma è una delle poche persone in grado di influenzare profondamente la guerra tra Russia e Ucraina. Ha progettato e sta producendo molte delle armi innovative che permettono a Kiev di difendersi e di colpire in profondità nel territorio russo. Così facendo, si trova in prima linea in una rivoluzione tecnologica che sta trasformando per sempre il modo di fare la guerra. In parte, Kokorich applica a questa crisi geopolitica una lezione appresa osservando da vicino Elon Musk durante la nascita di SpaceX.
Kokorich ha fondato e guida Destinus: una delle poche aziende della difesa europee che non esistevano fino a pochi anni fa e che ora produce a migliaia sistemi di attacco e intercettazione a lungo raggio. Il nuovo gruppo – con sedi principale nei Paesi Bassi e attività in Germania, Spagna, Svizzera e Ucraina – appartiene a una nuova generazione di attori industriali che il conflitto ucraino sta facendo emergere in Europa.
Kokorich, la guerra in Ucraina ha fatto nascere una nuova ondata di aziende della difesa europee. Chi sono e cosa li distingue dagli altri?
«È vero. Una nuova generazione di aziende europee della difesa sta prendendo forma e alcune di esse assorbiranno realtà minori, proprio come fanno Anthropic o OpenAI nell’intelligenza artificiale. Tuttavia, a definire questi soggetti strategici non sarà l’attenzione dei media, bensì il loro controllo dell’intera filiera: progettazione, propulsione, guida e capacità di produrre su scala industriale secondo standard ripetibili. È questo il punto debole storico dell’Europa: non la progettazione di sistemi avanzati, ma la loro produzione nei volumi richiesti da una guerra reale».
Quanti nuovi attori vede in questa industria?
«Non sarà un settore affollato. L’intensità di capitale, l’onere delle certificazioni e la solidità finanziaria necessarie per la produzione in serie lasciano spazio solo a pochi attori reali. Non vedo uno scenario con nuovi arrivati contrapposti ai leader storici, bensì una cooperazione tra innovatori agili e campioni consolidati che possiedono lo spessore industriale necessario. Velocità unita a solidità: è esattamente dove abbiamo scelto di posizionarci».
Queste aziende sono «unicorni» destinati a ricevere valutazioni di borsa da almeno un miliardo di euro e spesso molto di più. Corretto?
«Il termine ’unicorno’ è inadeguato in questo contesto. Un unicorno rappresenta una valutazione finanziaria; nella difesa, la prova del nove è la capacità di continuare a produrre – in grandi volumi, a costi sostenibili – anche quando una guerra si protrae nel tempo. Se applichiamo questo criterio, i soggetti rimasti sono davvero pochi.
Anche il tipo di produzione è fondamentale. I leader storici del settore sono straordinari nel realizzare piattaforme sofisticate e certificate, di una solidità indiscutibile. Ma la guerra in Ucraina ha messo in luce la necessità diversa: costruire sistemi d’arma semplici ed economici non a decine di unità, ma a decine di migliaia. Ed è un problema di fabbrica tanto quanto di ingegneria, ed è proprio questo il livello che stiamo costruendo».
«Non si tratta quindi di una sfida tra nuovi arrivati e vecchi leader, ma delle due diverse forze di cui l’Europa ha bisogno allo stesso tempo: la solidità dei grandi gruppi nell’integrazione e nella certificazione, e la scalabilità di attori nati per la produzione in serie. In Europa, pochissime aziende hanno effettivamente industrializzato questa seconda componente. È questa la vera linea di demarcazione».
Quale strategia dovrebbero adottare i governi europei nei confronti della vostra nuova classe di aziende?
«Primo: consentire a queste aziende di crescere attraverso commesse reali, non tramite progetti pilota che non crescono mai di scala. Nella difesa, un ordine d’acquisto è l’unica vera forma di finanziamento per la ricerca e lo sviluppo. Secondo: trattare la capacità produttiva stessa come un asset strategico. Bisogna decidere quali campioni industriali si vuole mettere in condizione di produrre su larga scala, sostenendoli prima di una crisi geopolitica e non quando è ormai ci è dentro. Terzo: resistere al riflesso di frammentare ogni cosa lungo i confini nazionali. È la barriera principale che separa l’Europa da una reale produzione di massa».
Come vede l’Italia in questa partita?
«L’Italia rappresenta un ottimo esempio di questa opportunità. Possiede una delle basi industriali più solide d’Europa – elettronica, certificazione, aerospazio, integrazione – e ha i propri campioni nazionali strategici. La questione geopolitica non è ’come proteggere ciò che abbiamo’, ma ’come unire i campioni nazionali, gli attori agili e la produzione scalabile per colmare i divari che già conosciamo’. È questo che trasforma una base industriale in un vero strumento di deterrenza».
Siete ciò che Apple è stata per IBM? Voi start-up e futuri unicorni state scardinando i grandi gruppi della difesa europei, che vantano legami tradizionali con i governi?
«Aziende come la nostra sono indispensabili perché la guerra è diventata una questione di rapporto costo-efficacia, saturazione dei cieli e rifornimento. Conta quanti sistemi efficaci si riescono a schierare e sostituire, non quanto sia sofisticato il singolo prototipo. Il modello tradizionale non è mai stato concepito per produrre a quei volumi e a quei costi che ora servono in Ucraina. Questo divario è reale. Tuttavia, ciò non elimina la necessità dei grandi gruppi della difesa. La difesa non è una tecnologia di consumo: la sovranità, la fiducia reciproca, l’integrazione e le certificazioni richiedono decenni per essere costruite. Restano fondamentali. Noi ci innestiamo in questo meccanismo, non lo sostituiamo. Si tratta di una divisione del lavoro».
Lei ha potuto osservare da vicino come lavora Elon Musk sull’innovazione industriale. Cosa ha imparato?
«Prendiamo l’esempio di SpaceX (il gruppo dell’aerospazio di Musk, ndr). Ha rivoluzionato il settore dei lanci spaziali proponendo soluzioni radicalmente più semplici ed economiche – verticalmente integrate e riutilizzabili – mentre la ULA (la tradizionale joint-venture fra Boeing e Lockheed-Martin, ndr) è rimasta legata a sistemi complessi e costosi. Eppure, i rover e i veicoli spaziali diretti verso Marte e Giove vengono ancora costruiti dagli attori tradizionali. Il nuovo arrivato ha trasformato il costo per raggiungere l’orbita; i sistemi unici e sofisticati sono rimasti prerogativa delle aziende storiche. Questa è esattamente la divisione del lavoro a cui mi riferisco. E la semplicità, in questo tipo di guerra, non è un compromesso ma il vantaggio decisivo». 
Lei spiega che voi sostituite la complessità dei sistemi tradizionali con soluzioni più semplici. Concretamente, come?
«Attraverso tre metodi. Primo: l’integrazione verticale, mutuando la lezione di SpaceX. Costruiamo internamente le componenti più costose, come i motori turbogetto e i propulsori a razzo a combustibile solido. In questo modo controlliamo i costi e la scala produttiva, senza dipendere da una catena di fornitura fragile. 
Secondo: l’adozione di componenti intrinsecamente più semplici. Scegliamo un turbogetto al posto di un turbofan, una testata meno complessa e un minor numero di componenti esotiche. Ognuna di queste scelte sacrifica una minima quota di prestazioni non indispensabili, guadagnando però in termini di costi e producibilità, che sono i fattori cruciali. 
Terzo – ed è qui che l’intelligenza artificiale fa davvero la differenza – sostituiamo l’hardware costoso con componenti economiche rese intelligenti dal software. Nessuna di queste soluzioni deve essere la più sofisticata immaginabile; deve semplicemente essere affidabile, economica e riproducibile a migliaia.
Quindi il rapporto di costo di un vostro missile rispetto a un Tomahawk americano o a un Taurus tedesco è all’incirca di uno a dieci?
In linea di massima sì, ed è proprio in questo rapporto che risiede il fulcro di tutta la questione. La cifra esatta conta meno del suo reale significato. La vera deterrenza non si ottiene con poche centinaia di sistemi ultra-sofisticati, ma con decine di migliaia di sistemi efficaci. Con costi che si aggirano sui tre o quattro milioni di euro al pezzo, nessun bilancio statale può sostenerne l’acquisto in massa; e certamente non ci si può permettere di impiegarli. L’unica via credibile è l’esatto opposto: una capacità scalabile e reintegrabile a una frazione di quel prezzo. Una deterrenza che si possa effettivamente schierare, utilizzare e ricostruire». 
Anche la vostra velocità di produzione di ogni singolo missile a lungo raggio è di circa dieci volte superiore a quella dei grandi gruppi tradizionali?
«Sì, e su questo fronte il divario è ancora più netto. Noi produciamo circa duecento di questi sistemi al mese. L’intera produzione europea di sistemi d’attacco a lungo raggio della stessa categoria – come gliStorm Shadow, gli SCALP e i Taurus – si attesta, secondo i dati pubblici, all’incirca sulla stessa cifra, ma in un anno. E questo non è un fallimento dei grandi gruppi industriali; è stata una scelta deliberata in tempo di pace. Per quindici anni la produzione è rimasta sostanzialmente dormiente, perché nessuno credeva che volumi simili sarebbero mai serviti di nuovo. La guerra ha cancellato questa convinzione: la deterrenza basata sulla saturazione si misura in decine di migliaia di unità, non in centinaia. È questa la capacità industriale che l’Europa deve ricostruire, e in fretta».
Ricevete molti feedback sull’efficacia delle vostre armi dagli ucraini che combattono sul campo?
«Moltissimi, ed è il motivo per cui questi sistemi si evolvono così rapidamente. Un’arma validata solo in un poligono di tiro è un’ipotesi; un’arma impiegata in operazioni reali – contro l’interferenza sulle radiofrequenze, le contromisure, il maltempo e gestita da normali soldati sotto stress – viene testata nell’unico modo che conta davvero. I riscontri arrivano nel giro di giorni, non di anni, e finiscono dritti nel lotto di produzione successivo. Una lezione che abbiamo appreso è che la velocità di lancio è essa stessa un fattore di sopravvivenza. Chi lancia rapidamente e si sposta, sopravvive; più a lungo una squadra rimane esposta, più facilmente il nemico la individua e la colpisce. Per questo progettiamo i sistemi per un lancio e un riposizionamento rapidi. Questo ciclo continuo – progettazione, schieramento, apprendimento, miglioramento – è ciò che la difesa europea aveva dimenticato fosse necessario».
State quindi scardinando un intero settore molto costoso, e i contribuenti europei potrebbero spendere molto meno per ottenere la capacità di difesa che i loro governi desiderano?
«La metterei in un altro modo. La questione riguarda meno lo scardinare un settore e più ciò che il contribuente ottiene per ogni euro che viene speso. Quindi sì, un euro investito in sistemi più semplici e scalabili garantisce molta più deterrenza rispetto allo stesso euro speso esclusivamente per sistemi ultra-sofisticati. Ma questo non significa che l’industria tradizionale sia stata inefficiente. I suoi sistemi erano stati concepiti per una minaccia diversa, un’epoca in cui una manciata di armi di precisione era sufficiente. La minaccia è cambiata – oggi parliamo di massa, saturazione e logoramento – e il modello dei costi deve cambiare di conseguenza. Il contribuente non dovrebbe trovarsi a scegliere tra qualità e quantità: l’Europa ha bisogno di entrambe, e finora le è mancato proprio il livello dei sistemi economici su larga scala». 
Quindi non è vero che l’Europa sia tecnologicamente arretrata o incapace di innovare. Il problema è che agli innovatori come lei è stata data scarsa visibilità. È così?
«Assolutamente. All’Europa non sono mai mancati le idee o il talento ingegneristico; ciò che mancava erano la domanda e l’autorizzazione a procedere. Per decenni il settore della difesa è stato politicamente e culturalmente sgradito: nessun governo voleva finanziarlo apertamente, nessun fondatore di imprese voleva essere associato a questo mondo. Di conseguenza, l’innovazione è avvenuta in sordina, quando non è rimasta del tutto ferma. A essere cambiate non sono le capacità dell’Europa, ma la sua volontà di metterle a frutto. Il talento c’è sempre stato; solo che adesso, finalmente, gli viene chiesto di farsi avanti».
Quanto costa un drone Ruta B1, il vostro modello di missile-drone più in uso?
«Più che un dato da foglio di calcolo, le indico una fascia di prezzo. Un Ruta costa qualche centinaia di migliaia di euro; la prossima generazione, che include il modello Kryla, costerà poche centinaia di migliaia di euro. In ogni caso, parliamo di un ordine di grandezza inferiore rispetto ai 3-4 milioni di euro dei sistemi tradizionali. E la tendenza è a senso unico: il drone d’attacco convenzionale, per come lo abbiamo conosciuto finora, verrà rapidamente superato. Questa guerra sta comprimendo un decennio di evoluzione degli armamenti nello spazio di un paio d’anni».
In che modo questo scenario cambia la guerra?
«Cambia la geometria stessa del campo di battaglia. Per un secolo la linea del fronte è stata definita dalla gittata dell’artiglieria, poche decine di chilometri. Oggi quella zona si sta espandendo in modo drammatico e le armi che richiedono un posizionamento ravvicinato diventano sempre più difficili da impiegare. L’artiglieria conta ancora, certo, ma non è più l’unico fattore decisivo. Lo spartiacque diventa la capacità di produrre in serie sistemi a lungo raggio difficili da intercettare – droni da crociera da oltre i 300 chilometri di gittata, artiglieria a razzo oltre i 150 chilometri – e di costruirli non a centinaia, ma a migliaia, se non a decine di migliaia. Gittata unita ai volumi di massa: è questa la nuova equazione strategica, e chi la risolverà per primo detterà le regole del gioco».
E chi ci arriverà primo, la Russia o l’Ucraina e i suoi alleati?
«Chiunque disponga della base industriale più solida. E questa è l’Europa, con un ampio margine di vantaggio, se solo decide di sfruttare la sua base industriale. Questo è l’aspetto che più viene sottovalutato. Produrre questi sistemi su larga scala non è tanto una questione di design ingegnoso; riguarda la fusione, la forgiatura, la fresatura e la catena di fornitura di precisione che ne sta alla base. La Germania, l’Italia, la Svizzera e altri Paesi rimangono tra i luoghi con la maggiore capacità industriale al mondo: questo ecosistema è la vera arma strategica dell’Europa. La Russia deve fare i conti con gravi limiti strutturali in questo tipo di manifattura di precisione e dipende sempre più da terzi per colmare i propri vuoti. Di conseguenza, se l’Europa si impegna concretamente a produrre sistemi da crociera e artiglieria a razzo nell’ordine delle decine di migliaia di unità, la Russia non potrà competere. La questione non riguarda il saperlo fare. Riguarda il volerlo fare».
Per funzionare, i modelli dei vostri missili o droni con l’intelligenza artificiale hanno bisogno di dati. Da dove provengono i dati?
«L’addestramento avviene sempre più spesso in ambienti sintetici: si crea un modello digitale della minaccia, come un drone di tipo Shahed o un carro armato, e si addestra il sistema a contrastarlo. In questo modo si evita di dipendere dalla raccolta infinita di dati nel mondo reale. Dall’altro lato, ci sono i dati operativi reali raccolti direttamente sul campo».
Stiamo arrivando ad armi che colpiscono un obiettivo autonomamente?
«Su questo ci tengo a essere preciso, perché c’è molta mistificazione intorno all’intelligenza artificiale militare. Non stiamo parlando di armi autonome che scelgono i propri bersagli da sole. L’obiettivo è sempre stabilito da un operatore umano, che può trovarsi a grande distanza, a Kiev o, in linea di principio, a Roma. Ciò che l’intelligenza artificiale fa è aiutare il sistema a navigare e a raggiungere in modo affidabile quel bersaglio designato dall’uomo, soprattutto quando i segnali GPS e le comunicazioni sono disturbati dalle interferenze sulle radiofrequenze. Non è magia e non è autonomia fine a se stessa. Si tratta di garantire l’affidabilità in un ambiente conteso, sempre sotto il controllo umano».
Quindi i nuovi sistemi d’attacco avranno sempre più l’aspetto di piccole piattaforme ad ala fissa con puntamento automatizzato?
«Sì, e si può già osservare questa transizione nel raggio d’azione ravvicinato del campo di battaglia. Gli attacchi a corto raggio sono oggi dominati dai multicotteri (droni a eliche, ndr), compresi quelli guidati tramite cavi a fibra ottica con una portata di venti o trenta chilometri; prevalgono perché il multicottero è lo strumento più semplice da guidare con precisione sul bersaglio per un essere umano. Ora la transizione si sta muovendo verso sistemi alati dotati di collegamenti radio a lungo raggio o satellitari e guida terminale assistita dall’intelligenza artificiale: l’operatore sceglie ancora il bersaglio, ma l’intelligenza artficiale pilota il velivolo negli ultimi metri, preservando la precisione a distanze decisamente superiori».
Con quali conseguenze?
«La conseguenza è concreta: nel giro dei prossimi sei mesi circa, questo passo in avanti può ampliare la zona d’azione efficace al fronte dai venti o trenta chilometri attuali fino a settanta o cento chilometri. Un cambiamento che ridefinisce l’estensione del territorio che ciascun esercito può difendere o occupare. La piattaforma continuerà a evolversi; ciò che resta fondamentale è la capacità di produrre ogni nuova generazione (di armi aeree, ndr) su scala industriale».
La Russia combatte da anni, mentre l’Europa non vive un conflitto da generazioni. Mosca potrebbe cercare di sfruttare il bagaglio di competenze accumulate in Ucraina contro un Paese europeo?
«Nessuno lo sa: è la classica domanda da un milione di dollari. Tuttavia, ci sono due verità indiscutibili. La Russia ha trascorso anni immersa in una guerra moderna, assimilandone le dinamiche su scala industriale; per loro, la guerra è diventata la normalità. L’Europa, al contrario, non affronta un conflitto ad alta intensità da generazioni – e il nostro stesso successo ci rende vulnerabili. Siamo una civiltà aperta, iper-connessa, basata sul modello del just-in-time e dipendente da flussi costanti di energia, logistica e dati: una struttura che non è mai stata concepita per subire attacchi. Una società in guerra si indurisce; una prospera e pacifica è fragile, e un attacco a queste vulnerabilità sarebbe devastante. La conclusione è semplice: non si può fondare la propria sicurezza sulle intenzioni della Russia. È necessario costruire una capacità interna tale da rendere qualsiasi tentativo di aggressione palesemente insostenibile per il nemico. Questa è la vera deterrenza, ed è proprio il tassello che finora è mancato all’Europa».
L’Europa è fragile anche perché le mancano i volumi di missili necessari per rispondere a un eventuale attacco?
«Sì, il cuore del problema è esattamente questo. La deterrenza non si fa con una manciata di armi di prestigio; si fa con la profondità degli arsenali; ovvero, con la capacità di assorbire un attacco e rispondere colpo su colpo, migliaia di volte. Oggi gli inventari europei sono essenzialmente simbolici. E qui si nasconde una trappola: se si tenta di costruire quella profondità basandosi sui sistemi tradizionali, che costano tre o quattro milioni di euro ciascuno, si esaurisce il bilancio molto prima di aver raggiunto cifre significative. Il volume diventa insostenibile proprio laddove conta di più. Questo è il vuoto che il livello dei sistemi economici e scalabili punta a colmare: non per sostituire le tecnologie d’avanguardia ad a«lto costo, ma per dotare l’Europa di riserve abbastanza profonde da fungere da reale deterrente».
Lei è nato in Russia ed è cresciuto lì. Ora costruisce armi che colpiscono la Russia. Perché? In fin dei conti, è il suo Paese d’origine.
«Sono nato in Russia, è vero, e lì ho fondato le mie prime aziende. Ma ho anche visto quel Paese scivolare verso l’autoritarismo e l’aggressione. Comprendo le ambizioni e i metodi dello Stato russo meglio di molte persone nell’Europa occidentale. Tuttavia, non considero questo conflitto come una guerra personale. Oggi la Russia non è più il mio Paese; non sono più un cittadino russo, e la Russia mi ha condannato etichettandomi come terrorista. Cerchiamo quindi di essere chiari su cosa sia davvero tutto questo: non è una guerra di nazionalità, è uno scontro tra sistemi politici, e le persone che lo guidano ne sono la dimostrazione».
Cosa intende dire?
«Il generale che oggi comanda l’esercito ucraino, Oleksandr Syrskyi, è nato in Russia: nella regione di Vladimir, da una famiglia di etnia russa. Suo padre è un ufficiale sovietico e russo in pensione, e i suoi genitori vivono ancora in Russia. Eppure, Syrskyi ha scelto l’Ucraina. Dall’altro lato, una delle figure più visibili del Cremlino per quanto riguarda l’Ucraina, Kirill Dmitriev – a capo del fondo sovrano russo e oggi inviato di Vladimir Putin, un uomo che lo stesso Tesoro statunitense ha definito ’un sodale stretto di Putin’ – è nato a Kiev. Un russo comanda la difesa dell’Ucraina; un banchiere nato a Kiev parla a nome di Mosca. Veniamo tutti dallo stesso mondo sovietico. Il punto è esattamente questo: non si tratta di russi contro ucraini. È una scelta su quale idea politica si sia disposti a difendere».
E nel suo caso?
«Io ho osteggiato Putin fin dall’inizio e ho lasciato la Russia molto tempo fa. Penso agli italiani che hanno combattuto contro Mussolini – contro i loro stessi connazionali – perché rifiutavano quella direzione. Provo qualcosa di molto simile. Non sono contro il popolo russo, e non potrei mai esserlo: la Russia fa culturalmente parte dell’Europa: la stessa eredità greco-romana, gli stessi libri, la stessa infanzia. Anche noi leggevamo Gianni Rodari. La tragedia è che un regime ha spinto la Russia fuori da quel percorso. Sconfiggere quel sistema non è un atto contro la Russia; nel senso più profondo, è anche nel suo stesso interesse».