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 2026  maggio 31 Domenica calendario

Kevin Spacey parla del suo presente

Kevin Spacey, lo sguardo infatuato e sornione di Lester Burnham sotto la pioggia di petali in American Beauty, o quello mutante e grandioso di Keyser Söze mentre si allontana dal commissariato nei Soliti Sospetti. Eppure, a Foggia al festival Mònde (che si conclude oggi) e che gli tributava un premio alla carriera e standing ovation, il due volte premio Oscar Kevin Spacey non recitava, non monologava, raccontava di sé, degli ultimi 9 anni passati dalla caduta, citando Federer quando dice che la perfezione è impossibile. «Quando vinci un punto – si confessa dal palco – è la cosa più importante che hai, ma se lo perdi è dietro di te e non puoi farci niente. La recitazione mi ha dato tanti punti, persi e vinti. Qualunque sia la tua professione, certe volte perdi la partita, la stagione, il lavoro, puoi perdere anche 9 anni di vita e di carriera. Ma quello che conta è rialzarsi con grazia, e questo essere qui oggi davanti a voi dimostra che mi sono rialzato con grazia». È così, ha voglia di ritornare, di raccontarsi. Lo fa con noi, prima della premiazione.
Mister Spacey, come si sente?
«Per me è un onore, sono momenti molto belli, mi commuove incontrare persone che vogliono celebrare il mio lavoro. E poi in Italia, un posto così ricco di storia del cinema, spero di continuare a lavorare con gli italiani. Anzi, accadrà presto, a ottobre, con un film intitolato Melodies in the Forest, dove interpreto un ex ufficiale nella Seconda guerra mondiale, implicato nei fatti di Terezín».

Molti dei suoi colleghi americani amano riamati il nostro Paese.
«Io sento di aver adottato l’Italia e al 150 per cento di esserne stato adottato. Soprattutto gli ultimi 9 anni sono stati di amicizia e scambio di grande professionalità. Vi ho lavorato come attore, ho tenuto dei workshop, sono stato invitato dai festival, come questo che mi dà l’opportunità di conoscere una nuova regione. Sono stato sul Gargano, siamo arrivati molto tardi, di notte, e quindi l’ho potuto vedere solo al mattino, svegliandomi ed è stato incantevole, siamo scesi in spiaggia. Assolutamente incredibile, certo le rocce sono un po’ difficili, ma siamo rimasti là fuori per un bel po’ di tempo a contemplarle»
Cosa pensa dell’America oggi?
«Amo il mio Paese».
Come si relaziona adesso al suo straordinario talento? Resta un dono, una responsabilità, una forma di salvezza?
«Sono stato molto fortunato da bambino, non solo ad avere la sensazione di volermi esprimermi, ma anche ad avere un certo numero di mentori e insegnanti che me lo permettessero, riconoscendo in me qualcosa nonostante la timidezza. Penso a mister Corelli, il mio primo insegnante di recitazione, l’ho rivisto qualche tempo fa, ha 95 anni e lo chiamo ancora mister Corelli. Come lui ci sono così tante persone che mi hanno visto, hanno creduto in me, mi hanno dato opportunità. Quindi, quando penso al lavoro che sono stato in grado di fare, alle persone con cui sono stato in grado di lavorare e al fatto di essere stato benedetto con un’abilità, sono enormemente grato».
Il suo collega Matthew Modine, proprio qui a Foggia, ha detto che non sceglie personaggi negativi perché gli rimangono addosso. Lei di villain ne ha interpretati tanti.
«Infatti, per me non vale. Amo sapere di essere un attore che alla fine della recita appende il suo costume e va via. Quando finisco un film non ci ripenso più. Certo capita, soprattutto nel cinema, di trovarti in un posto emotivamente scomodo, ma è raro. Aggiungo che quando li interpreto non penso a questi personaggi come negativi, devo solo interpretarli e credere in loro e nelle loro idee anche se sono opposte alle mie. È per il pubblico giudicare un personaggio, ma a sorpresa spesso tifano per i cattivi. È quanto imparato dal Riccardo III, che mi ha aiutato quando mi preparavo per House of Cards. Shakespeare lì inventò qualcosa mai fatto prima, l’indirizzo diretto, ovvero quando l’attore guarda direttamente negli occhi del pubblico e lo coinvolge, lo porta dalla sua parte, alla fine lo fa sentire quasi un co-cospiratore fino a quando uccide i bambini nella torre e allora la gente si sente male per aver parteggiato per lui. Per House of Cards mi ricordai di quella sensazione, guardavo nella cinepresa e recitavo le battute direttamente al pubblico a casa».
Qual è, tra i tanti e memorabili, il personaggio più amato?
«Penso sia quello che non ho ancora interpretato».