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 2026  maggio 31 Domenica calendario

La Germania scopre che anche i “nonni buoni” erano nazisti

Quando, a marzo, gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti hanno pubblicato online le scansioni dei microfilm contenenti 12 milioni di schede d’iscrizione del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP), l’enorme interesse ha mandato in tilt i server che le ospitavano. Migliaia di tedeschi hanno iniziato a controllare la storia dei propri nonni e bisnonni, che fino ad allora ritenevano aver avuto un ruolo marginale durante l’Olocausto e la Seconda guerra mondiale, o addirittura essersi opposti al regime.
«Mi dicevano: non scavare»
Secondo un sondaggio realizzato l’anno scorso dal settimanale Die Zeit, il 58% dei tedeschi è convinto che i propri antenati non abbiano alcuna responsabilità per il periodo del nazionalsocialismo, mentre l’11% ritiene il contrario. Oltre il 30% non sa esprimere un giudizio. A un’altra domanda, soltanto il 3% degli intervistati ha dichiarato che la propria famiglia aveva sostenuto attivamente il regime di Hitler. Gli altri non sapevano cosa avessero fatto i loro antenati. Oggi molti scoprono con stupore che, contrariamente alle leggende familiari, i loro parenti erano iscritti al NSDAP.
A fare luce sul passato non contribuiscono soltanto gli archivi americani. Anche i media tedeschi hanno creato propri algoritmi per consultare le banche dati. Lo Spiegel ha raccolto numerose testimonianze di persone che hanno scoperto la verità sui propri familiari. Tra queste c’è la storia di un ex commissario di polizia di Brema, oggi settantacinquenne, che ha scoperto con sgomento che erano membri del NSDAP suo nonno, il suo bisnonno, sua nonna, la madre di quest’ultima e l’intera famiglia materna. Persino sua madre, che per anni gli aveva ripetuto di non indagare sul passato. «Quello che è stato è stato», gli diceva sempre. «Ora so perché», racconta al settimanale.

In famiglia si sosteneva che soltanto il nonno fosse stato «cattivo». Dopo la guerra era stato condannato a morte da un tribunale francese. Ancora oggi il nipote non sa per quale motivo. «Per quarant’anni sono stato un investigatore di polizia. Per tutta la vita mi sono occupato di estorsioni e rapine. Oggi ho 75 anni e il caso più difficile da risolvere è quello della mia stessa famiglia».
Kirsten Endres, sessantacinquenne di Friburgo, ha trovato negli archivi del partito la scheda di suo nonno Heinrich. Non lo aveva mai conosciuto e tutto ciò che sapeva di lui proveniva dai racconti della madre. Secondo la versione familiare, Heinrich, spedizioniere marittimo, avrebbe addirittura aiutato gli ebrei acquistando i loro mobili affinché potessero finanziare la fuga negli Stati Uniti e salvarsi dai nazisti. Ma Endres ha scoperto che Heinrich era in realtà uno di quei tedeschi che si arricchirono grazie ai beni confiscati agli ebrei. Si trattava della cosiddetta “Aktion M”, avviata nel 1942. Gli ebrei deportati dalla Francia e dai Paesi del Benelux verso i campi di concentramento lasciavano dietro di sé appartamenti vuoti. I loro mobili venivano poi venduti a prezzi vantaggiosi ai cittadini della Germania occidentale. Tra questi acquirenti c’era anche il nonno di Endres. Per questo motivo, dopo la guerra, gli americani perquisirono la sua abitazione e vi trovarono mobili sottratti agli ebrei.
Negli archivi americani è stata ritrovata anche la sua tessera del partito. Era entrato nel NSDAP il 1° maggio 1933, proprio il giorno in cui i nazisti annunciarono la sospensione delle nuove iscrizioni. La misura era stata presa a causa del massiccio afflusso di candidati dopo l’ascesa di Hitler al potere e per impedire agli opportunisti di aderire al partito. Quella fu infatti l’ultima occasione per iscriversi fino al 1937.
Secondo la narrazione familiare, il nonno della cinquantunenne Nina le Viseur avrebbe resistito ai nazisti e addirittura sofferto a causa delle loro persecuzioni. Per decenni in famiglia si raccontò la storia di come avesse dato deliberatamente a due cavalli, che ogni anno doveva mettere a disposizione per una parata ufficiale, nomi sarcastici destinati a ridicolizzare il regime. Era soltanto una leggenda.
La donna ha scoperto che il nonno era membro del NSDAP. Alcuni degli intervistati dallo Spiegel cercano di giustificare i propri antenati parlando di paura del potere oppure di semplice opportunismo, grazie al quale poterono fare carriera nello Stato nazista.
Michael Jöde, quarantottenne di Amburgo, ritiene che suo nonno Fritz, insegnante di musica, si sia iscritto al NSDAP per ottenere un posto presso il Mozarteum di Salisburgo. Il nonno glielo aveva ammesso personalmente, sostenendo però di essersi cancellato dal partito poco tempo dopo. Jöde non ha mai trovato prove che confermassero questa versione e racconta allo Spiegel quanto sia difficile reperirle.
Dopo la guerra, proprio l’assenza di documentazione fu spesso sfruttata dagli ex membri del NSDAP nei processi di denazificazione.
Il nonno della sessantacinquenne Lilli Götz, sottufficiale della SA in riserva, era stato inizialmente condannato per la deportazione degli ebrei. In appello, tuttavia, una giuria popolare lo assolse, stabilendo che fosse stato soltanto un sostenitore passivo del nazismo.
Dopo la guerra solo l’1% degli imputati tedeschi venne condannato
Per Hinrichs, giornalista del quotidiano Welt, ricorda che sentenze di questo tipo erano molto frequenti nella Germania del dopoguerra. Nel 1949, i tribunali popolari considerarono oltre la metà dei 2,5 milioni di tedeschi accusati di crimini legati al nazismo come semplici «sostenitori passivi». Un terzo dei procedimenti fu archiviato e soltanto l’1,4% degli imputati venne riconosciuto colpevole.
L’Agenzia Federale Tedesca per l’Educazione Civica (BPB) aggiunge che durante quei processi mancavano spesso prove concrete; inoltre gli imputati tendevano a minimizzare reciprocamente le proprie responsabilità
. A ciò si aggiungeva una crescente pressione politica affinché i tribunali della Germania occidentale assolvessero gli accusati, nel contesto della Guerra fredda contro l’Unione Sovietica.
Anche Hinrichs ha trovato suo nonno negli archivi del NSDAP. Come molti altri, era convinto che si fosse iscritto per opportunismo. Friedrich Hinrichs era ginecologo e si raccontava che negli anni Trenta avesse perso il proprio incarico per motivi politici. Il nipote ha però scoperto che non era così: il contratto era semplicemente scaduto e non era stato rinnovato. Con ogni probabilità il nonno aderì al partito per convinzione ideologica.
“Spiegel”: come parlare del passato con i nonni
Nel suo articolo Hinrichs cita lo storico tedesco Jürgen Falter, che invita a «non giudicare tutti gli iscritti al NSDAP a mente calda». «Ritengo problematico giudicare le persone dopo così tanto tempo senza tenere conto delle circostanze dell’epoca», afferma Falter, sottolineando che dopo il 1933 la maggioranza degli iscritti al NSDAP era costituita da opportunisti che speravano di fare carriera. Allo stesso tempo riconosce che anche loro contribuirono alla stabilizzazione del sistema del Terzo Reich. Lo Spiegel pubblica persino consigli su come affrontare il tema del passato con i propri nonni. «Può accadere che il passato sia stato sepolto molto in profondità e che sia ancora doloroso. Parlare di questi argomenti richiede tatto. Consiglierei di non insistere troppo e di lasciar perdere quando ci si accorge che la conversazione si è bloccata», afferma Henrik Kessler, direttore della Clinica di Psicoterapia di Fulda.
Secondo un sondaggio realizzato da Die Zeit all’inizio del 2025, il 53% degli intervistati concordava con l’idea che la società tedesca nel suo complesso non fosse responsabile dei crimini di guerra e che la colpa ricadesse soltanto sui singoli individui. Il 47% non era d’accordo. Nello stesso sondaggio, il 67% degli intervistati dichiarava che la Germania aveva affrontato in modo efficace il proprio passato nazionalsocialista nel dopoguerra e poteva rappresentare un modello per altri Paesi.