Corriere della Sera, 31 maggio 2026
L’AI avanza in Italia, ma sulla svolta tecnologica le imprese sono lente
A Brescia un ingegnere laureato al Politecnico di Milano, manager di un’azienda industriale, ha creato una nuova attività nel tempo libero. Mattia Assanelli per farlo si è affidato a Claude Code, il modello di intelligenza artificiale (Ai) di Anthropic per le imprese. Con quello ha disegnato una piattaforma di compravendita di bovini vivi in rete – borsabovini.it – dopo aver allenato il sistema a riconoscere da una foto o da un video il peso, la specie, l’età e il prezzo degli animali. Assanelli ha anche fatto fare un balzo alla sua piattaforma di vendita di carne fresca (“carnegenuina.it”); ha caricato sull’AI i dati dei clienti che hanno dato il consenso e adesso Claude gli consiglia offerte su misura per ciascuno. «Il giro d’affari è cresciuto del 40%», dice Assanelli.
Il suo non è un caso isolato in Italia. Un’impresa di Milano, Datapizza, ha quasi decuplicato il fatturato da 450 mila euro nel 2023 a quattro milioni nel 2025 aiutando le aziende che integrano l’intelligenza artificiale nei propri sistemi. Nata nel 2023 da quattro neolaureati, Datapizza oggi ha 80 addetti e ha sviluppato una comunità in rete di decine di migliaia di esperti. Fra questi seleziona i profili per le imprese che cercano competenze per far funzionare i modelli di Ai, oppure fornisce direttamente servizi nel settore.
Non tutto va così veloce, però. L’ultimo sondaggio dell’agenzia statistica europea Eurostat mostra che nel 2025 l’uso dell’intelligenza artificiale fra le imprese in Italia è ancora sotto la media dell’Unione europea. In Danimarca riguarda oltre il 40% delle aziende, in Germania oltre il 25%, in Italia appena più del 15%. Sono i temi su cui è intervenuto venerdì con le sue Considerazioni finali Fabio Panetta. Il governatore della Banca d’Italia ha ricordato che occorre favorire l’adozione della nuova ondata di tecnologie anche fra le piccole e medie imprese. La loro prevalenza nel tessuto produttivo spiega del resto il relativo ritardo dell’Italia su questo fronte. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, in Italia oggi hanno un’adozione strutturata il 71% delle grandi imprese e solo il 7% delle piccole e il 15% delle medie. In compenso il 47% degli addetti (dunque quasi tutti i colletti bianchi del Paese) usa autonomamente l’Ai per guadagnare efficienza nelle proprie funzioni, anche a costo di caricare sui grandi sistemi americani dati riservati delle proprie imprese. Gli esperti la chiamano l’«Ai sommersa»: l’azienda non la pratica ufficialmente, ma i suoi dipendenti sì. Fa guadagnare tempo ai singoli, ma non genera nuovi prodotti o nuovi modi di strutturare le organizzazioni.
Non è un caso se Panetta ha citato uno studio di Banca d’Italia di Luigi Bellomarini, Francesco D’Amuri e altri – sarà pubblicato la prossima settimana – che mette a fuoco le ragioni per cui in Italia non si adotta di più l’intelligenza artificiale. Fra le imprese che sono tentate e poi rinunciano, la causa più citata (da sei su dieci) è la difficoltà di trovare le competenza adatte; quasi la metà delle piccole e medie però citano anche la mancanza di dati ad allenare i modelli o gli agenti di Ai, ma pesano anche i «rischi per la riservatezza» e l’«incertezza normativa». Tra un quarto e un quinto delle aziende spiega la propria rinuncia anche con «considerazioni etiche» (probabilmente legate alla tutela dei dati dei clienti). Alla luce di queste barriere – come ha spiegato Panetta venerdì – lo studio di Banca d’Italia sottolinea che un certo tipo di intervento pubblico «sistemico» può sbloccare molti passaggi. Sembra molto probabile che non debba trattarsi necessariamente dell’entrata in campo di un ministero. Potrebbe funzionare meglio un’azione da parte di entità separate dalla politica, per esempio l’Istituto italiano di tecnologia o i Politecnici di alto livello del Paese.
Luigi Zingales dell’Università di Chicago ha mostrato come l’Italia ha iniziato a restare indietro dai primi anni ‘80, quando le imprese piccole e medie hanno perso terreno nell’accettare la prima rivoluzione digitale. Ora il Paese è di fronte alla terza o alla quarta, con impatti potenzialmente anche più forti. E dalla Banca d’Italia arriva un invito al Paese a non voltarsi dall’altra parte. Ma a governare e prendere il meglio della nuova ondata che arriva.