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 2026  maggio 31 Domenica calendario

Intervista a Massimo Popolizio

Incontriamo Massimo Popolizio a Trinità dei Monti, lungo la scala in cui viene assassinato in Romanzo Criminale. Una scena di culto.
«Non avevamo i permessi per girare. Otto ore rubate».
Lei era Er Teribbile.
«Ora Fuortes mi ha commissionato Romanzo Criminale in opera per il Maggio fiorentino. Musica di Piovani, libretto di De Cataldo».
È vero che lei da ragazzo disse no a Strehler?
«“Caro Massimo ti ho visto recitare, sei molto bravo, vorrei che interpretassi lo studente nel mio Faust”. Giorgio Strehler mi aveva mandato una lettera! Ero contentissimo. Poi ho scoperto che scriveva a tutti gli attori» (Popolizio sorride).
E lei rifiutò.
«Avevo già deciso di andare a Torino per lavorare con Ronconi. È durato trent’anni».
Si è mai chiesto come poteva cambiare la sua vita se avesse accettato?
«No. Ronconi era un altro mondo. Con lui ho conosciuto tutti i grandi: Mariangela Melato, Annamaria Guarnieri, Luciano Virgilio, Umberto Orsini, Massimo De Francovich...».
Come è stato lavorare con lui?
«Non ho avuto un certo tipo di giovinezza perché facevamo anche due o tre spettacoli l’anno, ero sempre impegnato e anche impanicato. Luca ti permetteva di giocare in super Serie A, ti dava il cavallo. Però te lo dovevi meritare, anche alle prove. È quello che cerco di insegnare ai miei studenti dell’Accademia Silvio d’Amico: non basta essere bravi, recitare non è una fede, una missione, voglia di cambiare il mondo. È un lavoro».
Avete mai litigato?
«Era impossibile. Però mi è capitato due volte di piangere perché mi sentivo attaccato ingiustamente».
Quando?
«Ronconi era in Cina e aveva affidato ad Annamaria Guarnieri e a me la ricostruzione delle scene e la scelta degli attori per la tournée europea del Peer Gynt. A Cracovia, prima del debutto, era furioso: cosa stai facendo? Chi ti credi di essere? Io comincio a piangere, e Annamaria: “Non farti vedere...”. Ronconi rifiutò di assistere alla generale».
Come finì?
«Alla prima in platea c’era tutta l’intellighenzia polacca. Siamo stati chiamati in scena almeno cinque volte. All’amministratore della compagnia dissi: racconta a Ronconi cosa abbiamo fatto. Fu una rivincita».
E la seconda volta che ha pianto?
«Eravamo a Palermo, non ricordo per quale spettacolo. Dovevo essere frustato. All’attore che doveva farlo scappò la mano».
Tipo Corinne Clery in Histoire d’O.
«Mi sono fermato: “Non puoi frustarmi sul serio!”. E Ronconi: “Smettila di lamentarti e andiamo avanti!”».
Mai una parola buona?
«Prima che morisse eravamo al Piccolo per la Lehman Trilogy, era già in dialisi, mi invitò: mangiamo insieme. In trent’anni non era mai successo di pranzare da solo con lui. A tavola mi disse: grazie per la generosità. Mi vennero le lacrime, questa volta buone».
Lei è sempre in giro. Dove vive?
«A Roma, nel quartiere Trieste. Però possiedo una sola casa, in campagna, a Todi. Lì accumulo libri, copioni, le conchiglie che colleziono. È il mio contenitore».
Lei è romano ma è nato a Genova, vero?
«Mamma di origini siciliane e papà pugliese si sono incontrati lì. Si sono sposati ma non c’erano soldi, avevano affittato una camera dove hanno vissuto per dieci anni, poi sono nato io e dopo quattro mesi papà è stato trasferito a Roma per lavoro».
Dove abitavate?
«A Monteverde Vecchio, dopo di me sono arrivati tre fratelli».
Qual è il suo primo ricordo privato?
«Mi mettevano sempre in posa per le foto, da noi andavano di moda i ritratti con il tigrotto in mano o al telefono. Ho tante foto coi pantaloncini corti, il maglioncino, la cravattina e la cornetta all’orecchio».
E il primo ricordo pubblico?
«La neve a Roma, credo fosse il ‘69. Ho una foto con mio fratello: due gnappetti coi guantini di lana e le facce coperte dai passamontagna con i pon pon. Oggi quell’immagine fa tenerezza, sembra venire dal giurassico».
Com’è Roma oggi?
«La Roma di quegli anni non esiste più, ora è una Disneyland per turisti. A 12 anni andavi in cortile a giocare a pallone, a tirare con le cerbottane. E poi io sono un figlio di parrocchia».
In che senso?
«A San Pancrazio c’era un francescano, padre Raffaele, uomo coraggiosissimo. In Africa era stato imprigionato da Bokassa. A Roma si accordò con il capo della sezione del Pci per costruire un teatrino, un campo da basket e uno di calcio».
Tipo don Camillo e Peppone.
«Sì, ma erano pieni di debiti. Padre Raffaele promise: non mi taglio la barba finché non li ho ripagati tutti. Finì che diventò lunghissima, sembrava un pope».
Lei è stato un prete per Aldo Giovanni e Giacomo.
«Padre Amerigo. Quei tre sono persone straordinarie. I loro ciak andavano avanti finché non entravano nel ritmo, ne potevano fare anche 40 per una scena».
Crede in Dio?
«A San Pancrazio ho fatto il chierichetto. Strinsi un patto con il prete che aveva comprato una chitarra Eko a 12 corde. Bellissima, non me la sarei mai potuta permettere».
Qual era il patto?
«L’avrei potuta tenere, ma dovevo suonare alle messe beat. Non so se ho fede in Dio, di sicuro non sono indifferente alla spiritualità».
La morte le fa paura?
«Sì, tantissimo. Ho un blocco anche di fronte alla malattia, non riesco ad andare in ospedale e nemmeno ai funerali. È successo pure con i miei genitori, non ho li ho seguiti fino all’ultimo, c’era mia sorella con loro. Mi mancano molto, ma è come se non se ne fossero andati: rinuncio all’idea che si chiuda una cosa quindi la tengo sempre con me. È una finzione, ma è anche un’ancora di salvezza. Soprattutto ultimamente che sono più fragile, un po’ depresso. Sono stato sposato, divorziato ma non mi sono riprodotto. Credo sia diverso per chi ha dei figli, vedere la vita in loro aiuta».
Non li ha voluti?
«No, forse per paura, fragilità».

Lei Popolizio oggi è forse il più importante uomo di teatro che abbiamo in Italia. Come fa a essere depresso?
«Ne soffro come mio padre. Ogni dieci anni, in maniera ciclica, si ripresenta. Non parlo di malinconia, ma di momenti in cui non ti vuoi alzare dal letto, in cui non ce la fai a pensare, tutto è faticoso».
Come esce da queste crisi?
«Facendomi forza. Ho preso molti farmaci in passato, non ne voglio più. Non sono contro, so che servono. Però questa depressione viene anche dal momento che viviamo. Punto molto sul lavoro, ma mi chiedo: che senso gli do? Non posso sempre fare “Furore”».
Però ora lo rifà. Il capolavoro di Steinbeck a teatro.
«Un testo potente e profetico, che parla di cambiamento climatico, immigrazione e fa venire in mente quello che sta succedendo a Gaza».
In teatro ha portato M. di Scurati, ma il personaggio di Mussolini era sdoppiato tra lei e Tommaso Ragno, che con quel ciuffo bianco non pareva proprio il duce.
«Qualsiasi stivalone o pelata indossi sul palcoscenico è meno forte di un docufilm o di un documentario dell’epoca. Più cerchi di avvicinarti a quello che era, più perdi forza e diventi finto. Io facevo un duce da varietà. Quell’idea un po’ grottesca era già nella scrittura di Scurati».
Luca Marinelli che l’ha interpretato in tv ha detto: io che ho una famiglia antifascista ho sofferto.
«E se devi fare Riccardo III, un infanticida, quanto devi soffrire?».
Per l’anno prossimo prepara La pazzia di Re Giorgio di Alan Bennett.
«Il tema è fortissimo: follia e potere. Io sarò Re Giorgio, e dovrò dirigere 21 attori».
Attuale.
«Penso esista un’epidemia di pazzia, dopo il Covid si è generata una follia generale. Non parlo solo di Trump, anche se lì di matti ne hanno messi parecchi».
Per chi ha votato?
«Non per la Meloni».
E l’aldilà come lo immagina?
«Un mio amico vede i morti, dice che si trovano soprattutto nei supermercati. Io spero solo che non sia un posto peggiore di questo».
Ci crede quindi?
«Avevo una zia medium, mamma mi raccontava le sedute spiritiche in cui i tavoli si muovevano. Non aveva motivo di dirmi falsità, magari era solo la sua immaginazione... non lo so. Però sono convinto che ci sia un rapporto tra questa vita e il dopo. E credo esistano persone con questo tipo di sensibilità che io non ho. In famiglia il nonno paterno era un rabdomante».
Come si chiamava?
«Arcangelo. Infatti il mio nome completo è Massimo Arcangelo Michele. Nonno era un rabdomante di quelli seri, che entrano in trance. Cercare l’acqua era un rituale cui assisteva tutto il paese, lui si vestiva come per un matrimonio: abito scuro, cravatta e il bastoncino di sambuco, quello a forma di y. Quando finiva era in un bagno di sudore».
Al cinema lei è stato Sbardella, lo squalo della Dc, e Falcone, un eroe civile.
«Mi piace cambiare, è il mio mestiere. Il cinema è soprattutto un modo per imparare altre cose. Da ragazzo ho girato fiction. Era terrificante, sempre in tensione. Mariangela Melato mi ha detto che pure lei soffriva molto, le veniva l’acne per il nervosismo. Allora la produzione escogitò uno stratagemma: le comunicavano quando doveva girare soltanto la sera prima».
Ha doppiato Scar del Re Leone e Voldemort di Harry Potter: i due cattivi.
«Ho anche dovuto cantare Sarò Re, con il coro delle iene. Alla fine mi hanno detto: “Vabbé non sei nemmeno tanto stonato”. Grazie».
A quali attori guarda?
«Se devo leggere Dante, mi vado a vedere su YouTube Vittorio Gassman».
E tra Carmelo Bene e Albertazzi chi sceglie?
«Carmelo non è stato un attore, è stato un grandissimo dicitore. Non interpretava un personaggio, si era inventato un modo. Albertazzi ricopriva dei ruoli. Come incisività, Carmelo è della stessa famiglia di Vittorio, ha lo stesso potente genoma. Albertazzi è più per le signore».
Totò o Sordi?
«Totò è un patrimonio nazionale, ma Sordi è il più grande di tutti. Si dice: interpretava i vizi degli italiani. Sì, vabbé, vallo a fa’ però».