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 2026  maggio 31 Domenica calendario

Dimmi 3 nomi cinesi

Xi Jinping è sempre più convinto che «l’Occidente è in declino e la Cina è in ascesa». Il leader di Pechino cominciò diversi anni fa ad esprimere questo pensiero per galvanizzare i quadri del Partito comunista: sembrava solo uno slogan, uno tra le migliaia coniati fin dai tempi del Libretto Rosso di Mao Zedong.
Xi ha parlato di declino dell’Occidente, ma è evidente che pensa agli Stati Uniti, l’unica potenza imperiale dei nostri tempi. Non l’ha citata solo per convenienza diplomatica e certamente non ha bisogno di indicare l’Europa perché il nostro continente non è unito e non ha ambizioni neoimperialiste.
Mentre Xi e i suoi compagni e consiglieri studiano in tempo reale ogni accadimento politico in Occidente, noi non abbiamo la stessa conoscenza delle dinamiche interne al governo della Repubblica popolare cinese. Nei talk show televisivi sentiamo dire incessantemente «la Cina vuole», «i cinesi pensano». Per ogni conflitto in corso in questi anni di caos eretto a sistema la diplomazia internazionale ha invocato la mediazione cinese, dall’Ucraina all’Iran. Dichiarazioni ambigue o retoriche a favore di un cessate il fuoco vengono prese come impegni. Finora Xi non ha voluto o potuto spegnere alcun focolaio. Eppure, politici importanti sia in Europa sia negli Stati Uniti continuano a dire che solo Pechino può convincere Vladimir Putin a sotterrare l’ascia di guerra o imporre ad ayatollah e pasdaran iraniani di accettare i termini della tregua.
Il problema è che i governanti europei e presumibilmente nemmeno Donald Trump e i suoi consiglieri sanno davvero «che cosa vuole» e «come pensa» la Cina.
Un sistema opaco
La rivista francese di geopolitica e dibattito intellettuale le Grand Continent nel suo ultimo numero, sotto la direzione di Giuliano da Empoli, ha raccolto un dossier che invita a «comprendere l’altra metà del mondo». Nella presentazione gli autori partono da un giochino illuminante, «Il test dei tre cinesi», chiedendo di citare tre cinesi viventi (importanti per la politica e l’economia mondiale). Xi Jinping, naturalmente, anche se non tutti sanno che Xi è il cognome, che in Asia si mette sempre prima del nome: qualche anno fa un ministro italiano si rivolse al leader cinese chiamandolo «presidente Ping». Il Grand Continent, che ha anche un’edizione in italiano, non vuole che chi sia rimasto spiazzato dal test introduttivo si senta in colpa, così precisa: «In Italia e in Europa si può essere colti, leggere stampa e libri, seguire gli affari internazionali e tuttavia ignorare quasi tutto di quello che accade nell’altra metà del mondo. È un problema».
È possibile che la stampa internazionale non racconti abbastanza la Cina, quello che c’è dietro le dichiarazioni ufficiali e i grandi numeri dell’economia. Ma anche se criticare giornali e televisioni è molto popolare, non tutta la colpa delle lacune va attribuita ai media poco interessati a raccontare al loro pubblico le sottigliezze della politica e della cultura mandarina. Quello cinese è un sistema opaco, studiato per tenere il mondo esterno all’oscuro dei propri obiettivi.
La frase di Deng
Celebre in questo senso la frase coniata dal saggio Deng Xiaoping negli Anni Ottanta: «tao guang yang hui», che invitava il gruppo dirigente della Repubblica popolare a «celare la forza e guadagnare tempo», per diventare superpotenza senza destare sospetti. A Pechino, gli intellettuali del Partito contestano questa lettura straniera e sottolineano come l’insegnamento di Deng andrebbe tradotto semplicemente «tenere un basso profilo» e dovrebbe essere valutato nel contesto di quel tempo: una Cina arretrata che poteva concentrarsi solo sul proprio sviluppo interno.
Sta di fatto cha ai funzionari del Partito è vietato discutere, se non autorizzati, questioni politiche o anche sociali con gli stranieri. Nel codice etico per gli oltre 90 milioni di tesserati comunisti, diffuso nel 2015 dal Comitato centrale, compare ancora il divieto di «discutere in modo indiscreto le politiche e gli indirizzi del centro rischiando di distruggere l’unità e minare la centralità del Partito».
Il lavoro della stampa estera in Cina, dopo la grande apertura di inizio Duemila, è diventato sempre più difficile. Gli uffici di corrispondenza dei giornali americani sono stati decimati dal rifiuto di rinnovo dei visti. L’ultimo caso è quello del New York Times, la cui corrispondente Vivian Wang è stata espulsa per punire il quotidiano di aver intervistato il presidente di Taiwan Lai Ching-te.