Corriere della Sera, 31 maggio 2026
Fisco e nome sul Kennedy center, i giudici fermano Trump
«È impossibile per me essere trattato equamente», il giudice che ha pronunciato la sentenza «è un hater anti-Trump», il Kennedy Center «è arrugginito, fatiscente, infestato da topi e insetti» e «chiuderà comunque, probabilmente per non riaprire mai più». È il sunto di un lungo sfogo del presidente degli Stati Uniti sul suo social, Truth.
La vicenda giudiziaria a cui fa riferimento è la sentenza con cui venerdì un giudice federale, Christopher Cooper, ha bloccato i piani di chiusura e ristrutturazione del Kennedy Center, il più grande centro culturale e artistico degli Stati Uniti. E soprattutto ha ingiunto che il centro torni entro due settimane al vecchio nome: il presidente lo aveva ribattezzato «The Donald J. Trump Kennedy Center».
Il Kennedy Center, a Washington, ha il più ricco e influente programma di spettacoli dal vivo: teatro, balletto, danza, opera, jazz, musica contemporanea. Dall’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump ha avviato una sorta di «scalata» al Centro, per «cancellare», così aveva annunciato nel 2025, «gli idoli woke». I Premi Kennedy dello scorso anno, per esempio, erano andati a un «Pantheon» di celebrità vicine ai repubblicani e a Trump, da Gloria Gaynor a Sylvester stallone; per molti critici, le mire di Trump sul Kennedy Center fanno parte di un più ampio tentativo di cancellare i valori progressisti dal mondo della cultura.
La ridenominazione del Kennedy Center fa parte di un programma che Trump si è dato per il secondo mandato: lasciare il proprio nome o la propria effigie sul maggior numero di monumenti e luoghi istituzionali della capitale.
Li ha fatti aggiungere a diversi edifici governativi, tra cui la sede del Department of Justice. Sta cercando di far costruire un Arco di Trionfo sul fiume Potomac. Di queste iniziative fa parte per esempio la demolizione dell’ala Est della Casa Bianca, per farne una grande sala da ballo; anche questa fermata da un giudice, che ha decretato a fine aprile che la costruzione della nuova ala della Casa Bianca va approvata dal Congresso, mentre non ci sono problemi a che prosegua la costruzione del bunker sotterraneo.
Ma anche su altri fronti si moltiplicano le sentenze e le impugnazioni di decisioni controverse prese dal presidente degli Stati Uniti, proprio nelle ore in cui, dice, si è vicini «a una determinazione finale» circa un possibile accordo con l’Iran.
Di venerdì è un’altra sentenza a livello federale, pronunciata da una giudice della Virginia, che blocca (temporaneamente, riesame il 12 giugno) l’istituzione di un fondo di risarcimento da 1,78 miliardi di dollari (pubblici) per i cittadini «ingiustamente bersagliati dai precedenti governi». La sentenza risponde a una causa sollevata da diversi gruppi di cittadini: tra questi l’ex magistrato Andrew Floyd, che aveva indagato proprio sugli scontri al Campidoglio dell’Epifania 2021. Come Christopher Cooper, anche la giudice della Virginia, Leonie Brinkema, è stata nominata da Obama.
Anche una giudice in Florida, Kathleen Williams, ha preso di mira ieri l’accordo tra Trump e il Department of Justice che prevede proprio l’istituzione del fondo di cui sopra. L’accordo con il Dipartimento di giustizia riguarda una causa intentata da Trump, per 10 miliardi di dollari, all’Irs – più o meno, un equivalente dell’Agenzia delle Entrate – per una presunta gestione impropria delle sue dichiarazioni dei redditi, che avrebbe portato alla diffusione di informazioni riservate ai media. L’accordo proposto prevede, a titolo di risarcimento, la creazione del fondo da 1,78 miliardi; ma trentacinque giudici federali in pensione hanno presentato una mozione che definisce l’accordo «una frode ai giudici».