Corriere della Sera, 31 maggio 2026
Le fratture interne al governo iraniano
Masoud Pezeshkian convoca una riunione con i dirigenti ultraconservatori di Irib, la televisione del regime. Li guarda in faccia e li accusa: «State facendo pubblicità contro il negoziato». Così, il poco ascoltato presidente della Repubblica islamica è in guerra con la tv, con una fazione del parlamento, con una parte del governo. E deve ancora trovare il modo di fare la pace con gli Stati Uniti.
Tre mesi dopo i primi raid israelo-americani su Teheran, fuori, il mondo aspetta la firma di un memorandum d’intesa; dentro, si è alla ricerca di una quadra che, per ora, non c’è. La nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, 56 anni, figlio del leader assassinato il 28 febbraio, non è mai apparso in pubblico e parla per comunicati. Con l’intenzione di dare la sensazione che tutto sia sotto controllo, Pezeshkian è costretto ad annunciare di averlo incontrato, giura di avergli parlato per circa due ore. In prima fila nella difesa dell’accordo ci sono lui, il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che da mesi conducono una maratona diplomatica estenuante tra Islamabad, Doha e il Golfo. Khamenei ha stabilito una condizione precisa: i termini devono essere approvati dai membri del Consiglio supremo all’unanimità, la stanza dove siede anche l’ultraconservatore Saeed Jalili, ex capo negoziatore sul nucleare ed ex capo della Sicurezza. «Se firmate tutti, nessuno può essere accusato da solo».
Il Fronte Paydari
Il problema è che «tutti» include chi non vuole firmare. Jalili appartiene al Fronte Paydari, ribattezzati i Super rivoluzionari. Sono pochi ma capillari, con uomini in parlamento, nelle televisioni, nelle moschee. E in questi mesi di guerra hanno contato, perché hanno tenuto vivo il consenso popolare attorno al regime. Per loro, il conflitto con gli Stati Uniti è un dovere metafisico. Su Raja News, la voce del Fronte, in un editoriale si legge: «Qui ci sono ancora gruppi disposti a negoziare, a stringere la mano a Witkoff, Vance e Kushner, e a sorridere agli assassini dei nostri martiri». È precisamente questa fazione, ci spiega l’esperto Vali Nasr, «che Mojtaba sta cercando di eliminare dalla scena politica». Infatti, l’insistenza sul consenso collettivo non va scambiata per debolezza: potrebbe diventare una trappola. Se Jalili firma, non può più sabotare. Se non firma, si isola.
In queste settimane il piccolo e rumoroso Fronte ha moltiplicato i tentativi di far deragliare i colloqui. Bagheri Kani, vicesegretario del Consiglio Supremo, ha scritto a Khamenei accusando Ghalibaf di essere troppo conciliante, rifiutandosi di firmare la lettera con cui il presidente del parlamento avvertiva il leader della crisi del Paese. Il clerico Rasaee, in un post, ha messo in discussione la legittimità dello stesso Khamenei, salvo ritrattare il giorno dopo. Mohsen Rezaei, ex capo militare e consigliere della Guida, ha parlato di tradimento della diplomazia.
Le due insidie
Restano così due le insidie interne sul negoziato: i falchi che lo vogliono far saltare, e l’abitudine degli ayatollah di allungare i tempi, un’arte che con Trump rischia di non funzionare. Sul tavolo rimane un testo che prevede 60 giorni di cessate il fuoco, lo Stretto di Hormuz riaperto e il nucleare rimandato a una seconda fase. I soldi restano un nodo complicato. L’Iran ha circa 24 miliardi di dollari congelati in banche estere e dice che senza sbloccarli non si tratta. Trump, che per anni ha attaccato Obama per i famosi pallet di banconote da 1,7 miliardi di dollari, non può permettersi di apparire come chi paga Teheran. La soluzione escogitata è barocca quanto il problema: il Qatar erogherebbe all’Iran l’equivalente dei fondi bloccati sul suo territorio, per poi recuperarli dai conti congelati. I diplomatici parlano anche di un fondo da 300 miliardi per la ricostruzione, da attivare solo in caso di accordo definitivo.
«Improbabile l’intesa»
Nasr scrive sul Financial Times che a Teheran le concessioni di Washington sono considerate troppo generose per essere vere. Il sospetto è che Trump non cerchi una pace ma la libertà di mantenere l’Iran isolato e debole. La deterrenza – Hormuz, le scorte di uranio – è l’unica cosa che conta per gli ayatollah. Trump chiede concessioni su entrambi i fronti. «Questo rende improbabile un’intesa», scrive l’esperto. «Dare agli americani quello che non sono riusciti a ottenere con due guerre non rende l’Iran più sicuro, anzi».