Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 31 Domenica calendario

Chi perde se il voto è in parità

Molti lo prevedono, molti lo temono, alcuni ci sperano. Che effetti avrebbe il pareggio elettorale? Cosa accadrebbe se, conclusa la campagna elettorale delle elezioni politiche del prossimo anno, nessuna delle due coalizioni che si confronteranno ottenesse la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere? Il pareggio non è solo possibile perché il Paese è diviso in due. Lo è anche perché difficilmente le due coalizioni, in campagna elettorale, avranno una grande capacità di attrazione su indecisi e astensionisti.
È improbabile che ci riesca la coalizione di governo. A un anno dalle elezioni tutto ciò che essa potrà fare (se ci riuscirà: le condizioni internazionali sono davvero difficili) sarà garantire alla meno peggio il «galleggiamento» del Paese, tamponare falle, ricucire strappi. Non esiste alcun governo di coalizione che possa, a un anno dalle elezioni, fare molto di più. Ma neanche la coalizione di opposizione sembra in grado di sviluppare la capacità di conquistare le fasce di elettori necessari per ottenere una completa vittoria. Chi invita la coalizione di sinistra, o Campo largo, a mettere sul tavolo idee e progetti che sappiano conquistare gli elettori meno ideologizzati è in genere consapevole del fatto che tale invito è plausibilmente destinato a cadere nel vuoto. La ragione per cui quelle idee e quei progetti non ci sono né probabilmente ci saranno è che la coalizione è troppo divisa al suo interno perché una qualunque idea avanzata dal partito X (per esempio, tanto per citare un tema caldo, in materia di sicurezza) non cada sotto il veto del partito Y. Il «minimo sindacale» per una coalizione che sta all’opposizione e che aspiri a governare è, per lo meno, un accordo di massima sulla politica estera. Non c’è neppure quello.
Giunti in campagna elettorale le coalizioni scalderanno sicuramente i cuori degli ideologizzati ma non degli altri. Anzi, si potrebbe anche ipotizzare l’esistenza di un rapporto inversamente proporzionale fra la capacità di scaldare i cuori degli ideologizzati e quella di non annoiare tutti gli altri. Salvo poi, a urne chiuse, lamentarsi per l’astensionismo.
Dunque, il pareggio è una possibilità. Ci sono coloro che pensano (e non per banali ragioni) che sarebbe una buona cosa. Potrebbe favorire – pensano costoro – la formazione di governi diciamo così «centristi», permetterebbe la scomposizione delle attuali, troppo eterogenee, coalizioni, permetterebbe di tagliare fuori le «ali estreme». Alla peggio, sarebbe possibile, come si è sempre fatto nei momenti difficili della nostra vita parlamentare, tirare fuori dal cilindro un nuovo governo «tecnico». È la soluzione propugnata da chi non apprezza le componenti estremiste presenti nelle due coalizioni e pensa che, liberandosene, si darebbero ai governi prossimi venturi mezzi e opportunità per amministrare bene o abbastanza bene la cosa pubblica.
Però, non bisogna sottovalutare i rischi che un pareggio farebbe correre alla nostra democrazia. Il primo rischio è che il pareggio risulti la conseguenza di una polarizzazione sempre più forte. Immaginiamo uno scenario in cui tanto l’estrema destra (oggi rappresentata dal generale Vannacci) quanto l’estrema sinistra (i Mélenchon in versione italiana) ottengano un buon successo. Siamo sicuri che in un tale frangente esisterebbero i margini per accordi fra partiti ciascuno dei quali pressato e ricattato dalle ali estreme? Una qualche forma di compromesso, si chiami Grande coalizione oppure governo tecnico, richiede una disponibilità alla convergenza fra le forze politiche che dovrebbero formare la prima o sostenere il secondo. In uno scenario di accresciuta polarizzazione quella disponibilità potrebbe non esserci.
Nell’ipotesi del pareggio l’esito più probabile sarebbe quello della formazione di «governicchi» di breve durata e di cortissimo respiro. A tutto vantaggio delle ali estreme che potrebbero sfruttare l’insoddisfazione e il disgusto di un fascia ampia di elettori per l’inconcludenza della «politica».
Da questo punto di vista, il pareggio potrebbe rivelarsi un danno grave.
Nonostante i tanti problemi e le tante insufficienze delle due coalizioni contrapposte ci sono almeno altri due buoni argomenti contro il pareggio e a favore della vittoria netta dell’una o dell’altra coalizione. Il primo argomento è che se una coalizione governa è costretta dalla forza delle cose a spostare al centro il suo asse politico, a tenere a bada gli estremisti di casa propria. Il secondo argomento è che la stabilità di governo, è vero, di per sé non basta quando si tratta di politica interna. Un governo stabile può anche essere immobile, inefficiente. Però la stabilità di governo in quanto tale è un valore, una carta fondamentale da giocare, da parte del primo ministro, nei rapporti internazionali. Se il tuo governo è stabile gli interlocutori esterni sono costretti a prenderti sul serio. Non hanno nessuna ragione di farlo se ti sanno debole e dimissionario da un momento all’altro. E adesso, assai più che in tempi passati, l’arena internazionale è quella decisiva per tutti, Italia compresa.
Questo ragionamento porta a ritenere indispensabile la riforma elettorale? Poiché ciò che davvero conta nelle leggi elettorali sono i dettagli occorre sospendere il giudizio fino a quando la nuova non verrà varata (se lo sarà). Però la legge elettorale, cambi o meno l’attuale, non è tutto. Se lo fosse, Paesi con buone leggi elettorali (Gran Bretagna, Francia, Germania) non sarebbero ora ridotti come sono. E qui viene la parte veramente difficile. Per bloccare le dinamiche centrifughe (le fughe v erso l’estremismo) servono nuove idee su come arrestare il declino del Paese e capacità di persuadere il pubblico della loro validità. Resta però un dubbio. In certi casi non si sa mai con certezza se è l’offerta (politica) a mancare o se è la domanda (del Paese) a latitare.