Corriere della Sera, 30 maggio 2026
Intervista a Michele Emiliano
Michele Emiliano, da che famiglia proviene?
«Famiglia di militari. Mio nonno, Michele Emiliano, era maresciallo maggiore del Regio esercito e aveva fatto tre guerre. Libia. La Grande Guerra. Poi la Seconda Guerra mondiale lo sorprese in Albania, dove si occupava di radiocomunicazioni e logistica. Visto che con il solo stipendio dell’esercito non si campava, aveva tirato su un allevamento di polli a Durazzo. Mandava uova e galline tutti i giorni alla famiglia via mare col postale per Bari. Le “uove d’Albania”, con la e, erano ricercate perché meno care. Mio padre da grande non poteva soffrire uova e polli: ne aveva mangiati troppi».
Cosa fece il nonno dopo l’8 settembre?
«Finì in Germania in un campo di prigionia dove si fabbricavano gli aerei Messerschmitt, riuscendo nell’impresa di non separarsi dai due figli maggiori, militari di leva. Rifiutarono di andare a Salò. Scelsero di restare nei lager».
Tornarono?
«Sì, ma non erano più gli stessi. Pesavano quaranta chili. Spezzati dentro».
Suo papà?
«Da ragazzo era stato calciatore professionista. Tanta serie C e una serie B sfiorata a Trani. Guadagnava bene. Quando conobbe mia mamma, figlia di un’importante famiglia di Gioia del Colle, lo scambiarono per un cacciatore di dote».
Si sbagliavano?
«E non di poco. Mio nonno materno fece un clamoroso fallimento. Ad aiutarli economicamente trovò solo mio padre, che lasciato il calcio era entrato in azienda».
Qual è il suo primo ricordo?
«Io che arrivo a notte fonda a Bologna stringendo un salvagente col marchio della Fina nel sedile posteriore della Seicento di papà. Avevo tre anni. Una volta i bambini li sradicavi dalle loro radici e gli facevi cambiare città senza dargli spiegazioni, come se fossero un bagaglio».
Perché vi spostaste da Bari a Bologna?
«Per il lavoro di mio papà, che era impiegato nel più grande concessionario italiano della Berkel, l’azienda delle affettatrici. Era un mago della finanza. Un giorno disse al suo capo, il cavalier Binetti, di tenere a freno le uscite e quello l’aveva maltrattato davanti a tutti. La sera Binetti telefonò a casa convocando mio padre con la massima urgenza e intimandogli di portarsi appresso anche me, che ero un bambino. Mio padre non dormì la notte perché era sicuro del licenziamento».
E invece?
«Ricordo questo ufficio megagalattico dove sulla scrivania c’era il modellino di un bastimento che non avremmo mai potuto permetterci. Era un regalo per me. A mio padre Binetti regalò un orologio. In pratica si voleva scusare per averlo trattato male e voleva farlo davanti al figlio. Se ci ripenso, mi si rizzano i peli. Qualche tempo dopo tornammo a casa perché mio padre iniziò a occuparsi della concessionaria della Berkel di Bari».
Dove vivevate?
«Nello stesso palazzo di Ernesto Quagliariello, moroteo, rettore dell’Università di Bari, presidente del Cnr e padre di Gaetano, futuro ministro, che all’epoca era radicale».
E suo padre?
«Mio padre era fascista. E io comunista».
Il suo miglior amico?
«Gianrico Carofiglio. Un giorno giravamo sulla Bianchina di sua madre...».
La macchina di Fantozzi.
«Sembravamo due elefanti. Lo mandarono affanculo nel traffico di Bari Vecchia. Lui scese per regolare i conti, io non potevo lasciarlo solo: ci ritrovammo in due contro trenta».
Carofiglio è un cultore di arti marziali.
«Io invece sono autodidatta: menavo e basta. Dei due quello considerato pericoloso ero io, per via della stazza. Ma il vero pericolo pubblico era Gianrico. Però, siccome era autorevole, sistemò gli avversari con un’occhiataccia».
Come mai diventò magistrato?
«Sempre per Carofiglio. Finita l’università, Gianrico aveva cominciato a fare l’avvocato e io lavoravo in azienda con mio papà, guadagnando bene. Durante una cena, alcuni nostri compagni ci fecero una sorta di processo politico: non stavamo facendo nulla per la società. Il giorno dopo ci ritrovammo in palestra e decidemmo di provare quasi per scherzo il concorso in magistratura. Andammo a Roma insieme, sempre sulla Bianchina. Lo passammo entrambi».
Come mai era diventato comunista?
«Per Berlinguer. Andai ai suoi funerali. Ricordo quella folla immensa. Il silenzio rispettoso al passaggio di Almirante. La gragnuola di fischi per Craxi, che l’aveva fatto fischiare al congresso di Verona. Presi la tessera, ma entrando in magistratura dovette rinunciarvi».
Sa cosa dicono i suoi critici?
«Cosa dicono?».
Che lei indaga la Missione Arcobaleno voluta da D’Alema, e D’Alema la candida sindaco di Bari.
«È una menzogna. Io fui candidato a furor di popolo. Il centrosinistra mi scelse per i sondaggi schiaccianti, che vennero confermati dal voto».
E D’Alema?
«D’Alema non c’entrava nulla con l’inchiesta».
D’Alema aveva voluto la missione Arcobaleno.
«Mica era colpa sua se questi rubavano sugli aiuti. Però D’Alema non mi voleva sindaco. Non mi ha mai visto con simpatia, né allora né mai. Prese atto della scelta fatta: si trattava di portare a sinistra una città, Bari, che di centrosinistra non era e non è».
Suo padre fascista come la prese?
«Mio papà era un fascista antropologico, di maniera più che di sostanza. Uno di quelli che diceva “sono missino perché non ho mai fregato nessuno”. Prima dell’inizio della campagna, mi portò a casa il fratello di Pinuccio Tatarella, Salvatore, di cui era amico. Mi propose di fare il candidato civico con il centrodestra. Io ero seduto sul divano, come la zita di cui si andava a chiedere la mano, e mio padre si comportò in quel modo, da padre della zita. Li ascoltò e poi si rivolse a me: be’, e tu cos’hai da dire?».
E lei?
«Risposi che se avessero accettato di allearsi con il Pds, Rifondazione comunista e tutti gli altri, una loro lista sarebbe stata la benvenuta».
Oggi che non è più il governatore della Puglia fa lo scrittore. Per Solferino ha pubblicato L’Alba di San Nicola. Un po’ giallo, un po’ romanzo storico.
«C’è una ragazza che viene trovata uccisa all’alba della festa di San Nicola, un presunto assassino e un maresciallo, Michelangelo Piemontese, che non si rassegna a una verità precostituita. Sullo sfondo l’Italia che si prepara alla Guerra di Libia con Mussolini in versione socialista e pacifista, che si sdraia sui binari a Ravenna per fermare i treni militari. Il giallo diventa un intrigo internazionale perché il maresciallo Piemontese, che è un pasticcione con una moglie strepitosa, non si ferma davanti a nulla».
Il maresciallo Piemontese è l’alter ego del magistrato Emiliano?
«Un po’ si...».
Anche lei ha una compagna giovanissima.
«Conosciuta durante il Covid. Faceva la volontaria in un hub vaccinale».
Un’artista.
«Dipinge. E lavora col papà e il fratello, hanno un’azienda informatica; viene da un mondo lontanissimo dal mio. Ci siamo innamorati senza cercarlo, è successo».
Ed è nata Maria Antonietta, che oggi ha otto mesi, dopo tre figli grandi del suo primo matrimonio.
«Sono diventato prima nonno, poi sono diventato di nuovo papà per la quarta volta. Maria Antonietta a otto mesi è la zia di Enea, il figlio di mio figlio, che ne ha quattro».
I suoi figli come l’hanno presa?
«Non benissimo, ma hanno capito. Anche separarmi dalla mia ex compagna è stato molto doloroso, straziante. Ma innamorarsi e avere un figlio alla mia età è la cosa più straordinaria e meravigliosa che possa accadere nella vita».
Come si fa il papà a sessantasei anni?
«Con i neonati sono un fenomeno: posso smontare il seggiolino dalla mia macchina e rimontarlo su un taxi in tempi da record. Con i grandi fare il papà è più complicato».
Le piace Elly Schlein?
«Può diventare presidente del Consiglio. Ma fare il leader del centrosinistra è molto più difficile che fare il leader del centrodestra, cui basta avere la ferocia del capo. Elly deve tenere tutti dentro. E ci sta riuscendo».
Conte?
«Ha già fatto il premier. Nessuno può dire che non lo saprebbe fare».
Dovendo scegliere tra Schlein e Conte?
«Schlein. E spero di darle una mano».
Giorgia Meloni?
«La ferocia non le manca. Ma la sua sembra una leadership indebolita. Anche perché mi pare che in ambito internazionale nessuno voglia per l’Italia una leadership stabile e forte. Certo Trump l’ha scaricata molto in fretta».
Crede in Dio?
«Ogni tanto spero con tutto me stesso che esista».
La morte la spaventa?
«Non più. Mi ha spaventato, e tantissimo, quand’ero bambino. Perché sforzandomi di imparare a memoria l’Infinito di Leopardi ho capito la poesia. L’idea dell’eternità mi sgomentò. Fu un trauma micidiale, durato due o tre anni, dal quale è stato faticosissimo venire fuori».
Come immagina l’aldilà?
«Non riesco. Forse aveva ragione Gassman: il vero paradiso è l’aldiquà, è quello in cui stiamo vivendo. Certo mi sono pacificato con l’idea della morte respingendola, ignorandola e disinteressandomene, perché è una cosa troppo più grande di me. E vivere è troppo bello».