Corriere della Sera, 30 maggio 2026
L’ambasciatore Usa in Italia compra il Caesars Group
«Shut Up and Listen!», «Taci e ascolta!» è il titolo del libro nel quale qualche anno fa Tilman Fertitta, che ha da pochi giorni festeggiato il primo anno da ambasciatore americano in Italia e San Marino, illustrava la sua filosofia di business. Origini siciliane, è un self-made man che da ragazzo puliva gamberi nelle cucine della friggitoria paterna e la sua è una di quelle belle storie di successo che l’America continua da due secoli e mezzo a produrre: 294esimo uomo più ricco del mondo secondo Forbes, proprietario di catene di ristoranti e casinò e della squadra di basket degli Houston Rockets e molto altro. Nel libro Fertitta ricorda come il cliente sia sempre al centro dell’hospitality perché «non abbiamo un cliente di scorta», e che lavorare sul 5 per cento di cose che non funzionano è il segreto del successo, e che la comunicazione in azienda deve sempre essere franca ai limiti della brutalità evitando «bullshit», cioè le «str...ate».
Con la stessa franchezza bisognerebbe sottolineare che il gigantesco «deal» appena annunciato – ha comprato la Caesars Entertainment Inc. per 5,7 miliardi di dollari escluso il debito, aggiungendo così una cinquantina di resort al portafoglio che già comprende proprietà come la catena di casinò Golden Nugget e marchi di ristorazione come Rainforest Cafe e Bubba Gump Shrimp – è un evento altamente irrituale.
Perché è vero che ormai i diplomatici di carriera sono soltanto il 60 per cento del totale degli ambasciatori americani, e grandi uomini d’affari come Fertitta possono dare un importante contributo di idee per partnership commerciali tra Paesi. Ma ora che si è aggiudicato nel «pacchetto» dell’acquisizione anche il mitologico albergo-casinò Caesars Palace di Las Vegas (Cesare che divorziò perché la moglie non doveva neanche esser sfiorata dal sospetto), viene spontaneo rileggere l’«ethics agreement» che gli è valso la conferma nel suo ruolo da parte del senato con voto bipartisan (84-13). Nel corso delle audizioni a Washington, Fertitta aveva presentato al dipartimento di Stato un «accordo etico dettagliato» nel quale s’impegnava a dimettersi da incarichi esecutivi e dirigenziali (ad esempio, da amministratore delegato di Fertitta Entertainment e Landry’s), al mantenimento di partecipazioni passive, ad astenersi da conflitti d’interesse riguardanti l’Italia, San Marino o settori legati alle sue attività (come ad esempio l’ospitalità e il gioco d’azzardo). Ha ricevuto allora l’ok dall’Ufficio per l’etica governativa e dal Dipartimento di Stato (non gli fu chiesto di cedere beni di rilievo come per esempio gli Houston Rockets).
Tutto vero, e il voto del Senato 84-13 che l’ha inviato a Roma non è un dettaglio ma una significativa legittimazione politica. Però una cosa è l’irritualità che riguarda le questioni formali: l’ambasciatore durante i lavori a Villa Taverna (pagati di tasca sua) ha vissuto (per settimane o mesi, le versioni variano) sul suo superyacht ancorato al largo di Civitavecchia, spostandosi in elicottero, cosa normale per un uomo dal patrimonio di 11 miliardi di dollari. È cosa diversa invece un’acquisizione molto rilevante come quella appena annunciata, che espande in modo massiccio il suo portafoglio (in tutti i sensi) pur avendo Fertitta garantito ai senatori che avrebbe lasciato i ruoli dirigenziali e mantenuto «partecipazioni passive» affidando le aziende a dirigenti di fiducia o adottando soluzioni simili. Bloomberg spiega che questa maxi-acquisizione è passata attraverso la Fertitta Entertainment nella quale l’ambasciatore ha delegato le operazioni «day-to-day» e quindi non avrebbe personalmente ricoperto un ruolo esecutivo. Mantenendo tutto, tecnicamente, nei confini della legalità.