Corriere della Sera, 30 maggio 2026
Energia, l’Ue verso il no all’Italia
Dispacci cupi da Bruxelles: il «no» della Commissione Ue alle richieste di scostamento dell’Italia per utilizzare fondi per il caro energia viene dato (quasi) per acquisito. Tira aria dunque di gran rifiuto da parte di Von der Leyen alla lettera inviata da Giorgia Meloni lo scorso 17 maggio. Nella missiva la presidente del Consiglio chiedeva alla «cara Ursula» di estendere temporaneamente il campo di applicazione della «National Escape Clause» già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica in corso senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti. Si parlava di una cifra compresa tra i 5 e i 9 miliardi. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste», scriveva Meloni. Sul Safe la riduzione dell’impegno di Roma è ormai agli atti e intanto oscuri presagi danzano su Palazzo Chigi. Basta raccogliere gli umori dietro le quinte dei protagonisti di questa vicenda. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, per esempio. Non c’è vertice in cui «il falco di Riga» non faccia trapelare che non ci saranno aperture alle richieste di Roma (salvo piccole cose). Umori intercettati anche dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Meloni in queste ore non si fa illusioni e da giorni sta alzando i toni contro Bruxelles. Chi è al corrente degli sviluppi della vertenza continua a ripeterle che «quasi sicuramente sarà no, ma fino alla fine non molleremo l’osso».
Mercoledì la Commissione si esprimerà nel merito. Fino a quel giorno le certezze del «no» si aggrapperanno al colpo di scena in zona Cesarini per cercare piccoli spazi di flessibilità. Da una parte il pessimismo della ragione, dall’altra l’ottimismo (poco) della volontà. Il via libera finale dovrebbe passare dal Consiglio europeo – quindi dai leader di Stato e di governo – e Roma non ha trovato sponde di rilievo, eccezion fatta per la Slovacchia.
Ecco perché in questo scenario il piano del vicepresidente operativo Raffaele Fitto è al momento l’unica e concreta «ciambella di salvataggio» gettata dall’Europa nei confronti dell’Italia per dare risposte alla crisi figlia della guerra in Iran con la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz.
Con una lettera ai 27 ministri europei competenti in materia Fitto ha aperto la strada alla possibilità di rimodulare, su base volontaria, i fondi della Coesione (e quelli del Pnrr) per ampliare le misure esistenti a sostegno di famiglie e imprese per ridurre l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia. Ma anche per far partire un «Piano d’azione per i fertilizzanti», altra emergenza. L’opportunità di rivedere fondi e progetti nati nel 2021, quando non c’erano le guerra in Ucraina e nel Golfo, ha provocato la reazione delle Regioni: «Non siamo un bancomat».
Tuttavia numeri della Ragioneria alla mano – a cui si aggiungono i dati consultabili sul portale Open Coesione – raccontano altro. La programmazione dei fondi europei messi a disposizione dell’Italia – dal 2021 al 2027 – è composta da 11 progetti di competenza del governo e da 40 delle Regioni. Totale: circa 73 miliardi di euro. Di questi fondi finora sono stati spesi 11 miliardi (circa il 15%) e impegnati ma non ancora spesi 40,2 (il 55 % del totale dei fondi allocati). Dunque a oggi sono disponibili, e non ancora nemmeno impegnati, circa 21,5 miliardi di euro. Fitto, su base volontaria, propone al governo e alle Regioni di rimodulare fondi e progetti per dare risposte allo choc energetico. Nel pacchetto non dovrebbero entrare misure a sostegno delle accise. In caso di adesione non è prevista alcuna ridistribuzione territoriale. Così il piano B di Meloni è diventato il piano A dell’Italia. Salvo clamorose sorprese, s’intende.