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 2026  maggio 29 Venerdì calendario

Così gli algoritmi favoriscono un nuovo colonialismo digitale

Nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, papa Leone XIV ha evidenziato come «l’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà. Decisioni delicate che toccano il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi e la reputazione delle persone rischiano di essere affidate completamente a sistemi automatizzati». Il Pontefice ha toccato un punto nevralgico su cui la ricerca scientifica sta lavorando, chiedendosi come mai gli algoritmi, concretamente, accanto all’imperante uso della lingua inglese, inevitabilmente diventino moltiplicatori di “scarto” delle persone. Il tema, nei fatti e non solo nelle parole, è raccapricciante. L’era del calcolo, inevitabilmente, è il prodotto della società che li progetta e, nascendo in una società, fin troppo spesso orientata alle diseguaglianze, diventa amplificatore di modelli poco equi. Cerchiamo di comprendere meglio. L’In-telligenza artificiale, l’IA, certamente non crea spontaneamente discriminazioni, ne eredita le “basi”, codificandole in modelli statistici. Per parlare del cosiddetto “colonialismo digitale” è opportuno partire da alcuni dati concreti, anche per impostare un’analisi difficile e sfaccettata, che deve iniziare con una premessa: il problema non è solo tecnologico, ma sociale. L’ultimo studio sull’argomento è di aprile 2026, quando l’Università di Oxford ha affermato che i chatbot sono addestrati a rispondere, in alcuni casi, in maniera empatica, soprattutto quando si rendono conto di trovarsi davanti a un utente particolarmente emotivo. Fin qui niente di eclatante. Il dato forte è rappresentato, invece, dall’evoluzione di questo studio, che afferma come l’intelligenza artificiale crei un approccio diversificato a seconda del genere e della razza (concetto, peraltro, superato scientificamente).
Alcuni ricercatori sin dal 2024, restando inascoltati dai giganti delle big tech, hanno segnalato su Nature come alcune richieste di lavoro – condotte con l’IA – selezionino lavori più umili in presenza di donne con la pelle scura, anche se altamente qualificate. È stato condotto da Nexus un esperimento in cui si analizzavano 250 mila curricula con identità sociale randomizzata. A parità di qualifica, si è notato che venivano realmente attribuiti punteggi più bassi, nella selezione, a donne e uomini con la pelle nera. È davvero possibile che un curriculum di elevate competenze venga sottoposto ai pregiudizi dell’algoritmo? Il dato sembra incredibile. Per questo vogliamo sollevare degli interrogativi: invece di demonizzare l’IA, seguendo la via indicata dal Pontefice possiamo aspirare a democratizzarla e a impedire che questa perpetui gerarchie che la società stessa ha tentato di estirpare? Nel novembre del 2025, l’Università di Washington si è interrogata su questo: l’IA è davvero neutrale? E se non lo fosse, chi la sorveglia? C’è sempre un essere umano a controllare e correggere degli errori molto gravi, anche in termini di discriminazioni?
Purtroppo lo studio pubblicato da quei ricercatori è approdato, al momento, verso esiti decisamente negativi, concludendo che, molto spesso, l’essere umano invece di diventare l’antidoto agli errori dell’algoritmo, ne moltiplica gli effetti. All’inizio di quest’anno, è uscito uno studio su Frontiers in Education in cui si esamina, in ambito pedagogico, il fenomeno del “colonialismo digitale”. In queste pagine emerge che gli algoritmi coltivano i pregiudizi in almeno quattro direzioni: nei dati, nelle infrastrutture dove vengono progettati, nella conoscenza (errata) che trasmettono sul Sud del mondo e, infine, in aspetti legati alla governance.
Da qui allora possiamo porci un’ulteriore domanda: nell’era delle nuove tecnologie, chi decide che cosa conta di più in termini di conoscenza? Chi beneficia delle innovazioni e chi ne viene nuovamente danneggiato? Alla luce di questo studio pedagogico (appena citato), possiamo evidenziare che il pregiudizio algoritmico non sempre ha davvero il volto freddo della macchina. Anzi, in alcuni casi, come ha mostrato l’Università di Oxford, l’IA non si limita ad aumentare false credenze e stereotipi, ma li rende perfino persuasivi e più personalizzati, a seconda della persona che compie una ricerca digitale.
Gli studiosi mostrano che i modelli generativi, addestrati su dati testuali culturalmente situati, manifestano pregiudizi a seconda della lingua con cui si compie la ricerca. Facciamo un esempio. Un utente che fa una ricerca in lingua cinese, può rendersi conto che GPT tende a esprimere un risultato più vero (e indipendente) di una ricerca che viene effettuata in lingua inglese (questo dimostra che, per un certo tipo di utenti, la “macchina” tende ad appiattire delle conoscenze). L’intelligenza artificiale, dunque, sembra universale, ma non lo è. Funziona meglio con le lingue che hanno conquistato il mercato (avvantaggiando, in dati veritieri, il cinese rispetto all’inglese). Un discorso a parte va fatto con le lingue indigene (soprattutto quelle non standardizzate, per esempio le lingue di alcune zone del continente africano): qui potremmo dire che la “grande promessa dell’era del calcolo” non arriva (o arriva in forma distorta). Ad aprile dello scorso anno, l’Università di Stanford ha pubblicato uno studio dal titolo Mind the Language Gap, dove si cita il forte divario fra lingue come l’inglese, il vietnamita e la lingua usata in Messico, nahuatl. Gli algoritmi funzionano benissimo con l’inglese, ma molto peggio per i 97 milioni di parlanti vietnamiti e ancora peggio per i circa 1,5 milioni di parlanti nahuatl. L’IA, discriminando le lingue, discrimina le persone e il loro accesso ai servizi, ma anche alla rappresentazione pubblica. Stanford ha definito questo fenomeno come un vero e proprio language gap.
Tuttavia il problema non è solo l’emarginazione: i contenuti d’odio, la disinformazione e l’incitamento alla violenza circolano più facilmente in lingue che le piattaforme capiscono male, poiché quelle parole d’odio sfuggono ai filtri.
Una dettagliatissima pubblicazione scientifica dello scorso anno, a cura di tre autorevoli ricercatori (F. Shahid, M. Elswah e A. Vashistha), ha chiaramente descritto il fenomeno in relazione all’arabo magrebino e alla lingua swahili. Peraltro la rivista Nature, poco tempo fa, ha dedicato un articolo al problema delle lingue africane nell’IA, concludendo che in Africa si parlano più di duemila lingue, ma molte di queste sono assenti nell’ecosistema digitale (è soprattutto il caso della lingua parlata in Nigeria da 94 milioni di persone e totalmente sconosciuta a ChatGPT). Perché ci stiamo soffermando sulla lingua? Principalmente perché non è un canale neutro, ma contiene modi di vedere il mondo e se privilegia alcune lingue, vuol dire che privilegia alcune conoscenze invece di altre. In tal senso è doveroso citare un documento dell’Unesco sul multilinguismo digitale come diritto, uscito fra la fine del 2025 e il 2026, dove si afferma che i diritti linguistici sono parte dei diritti umani e invita a rafforzare la presenza digitale delle lingue sottorappresentate e vulnerabili, proprio per evitare che la tecnologia diventi un moltiplicatore di discriminazioni (come nel caso delle lingue Maori, completamente assenti nell’IA, segnalata dall’Università di Cambridge). Per fortuna, esistono anche esempi di decolonizzazione digitale, come il progetto Masakhane AI HUB for African Language, che punta a costruire un database aperto a tutti ( open source) per 40 lingue africane. Il progetto vuole mostrare come le cosiddette lingue a “bassa risorsa” non corrispondono a lingue poco utilizzate nel mondo, anzi spesso sono più che usate (come il dialetto hausa in Nigeria). Non dobbiamo pensare che questi sono “semplici” dettagli tecnici, perché è da qui che sta partendo un nuovo tipo di colonialismo imperante, che pretende di stabilire gerarchie e poteri, lasciando che alcune minoranze scompaiano. Siamo davanti al capitalismo imposto dall’IA? Probabilmente sì ed è una forma di razzismo serpeggiante di cui in pochi si rendono conto, ma che, nei fatti, limita notevolmente i servizi educativi per alcune aree della Terra e limita, perfino, l’accesso ai servizi e alla ricerca medica.