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 2026  maggio 29 Venerdì calendario

El Salvador, le madri in lotta contro le sparizioni

Da El Salvador fanno periodicamente il giro del mondo le immagini dei detenuti ammanettati, rasati e in divisa bianca, disposti in file perfette una dietro l’altra. In prima fila, quasi sempre, ci sono quelli coperti di tatuaggi. Ci sono donne che aspettano ogni nuova fotografia con angoscia: cercano disperatamente il volto di un figlio, di un marito, di un fratello. Riconoscerli significherebbe almeno sapere che sono ancora vivi.
Una parte di queste donne ha creato il movimento “Madres por la Libertad”. Sono madri e parenti di detenuti incarcerati nei penitenziari del Paese con l’accusa di appartenere alle bande criminali o di collaborare con esse, accuse che le famiglie respingono. Molte non sanno dove siano detenuti i loro familiari né in quali condizioni si trovino.
È l’effetto dello stato di emergenza imposto nel marzo 2022, dopo un fine settimana di sangue in cui furono assassinate 87 persone. Da allora il provvedimento è stato rinnovato decine di volte, trasformandosi di fatto in un regime permanente. Arresti arbitrari e “detenzioni incommunicado” sono diventati sistematici: ai detenuti spesso non è concesso alcun contatto con familiari o avvocati, mentre le autorità non forniscono informazioni ufficiali sulla loro localizzazione o sul loro stato di salute.
Dall’inizio dello stato di emergenza oltre 91mila persone sono state arrestate, circa il 2% della popolazione adulta del Paese. Diverse organizzazioni indipendenti sostengono che migliaia di detenuti non avessero alcun legame con le gang. Secondo alcune inchieste, molte detenzioni sarebbero avvenute sulla base di denunce anonime, prove inconsistenti o semplici profilazioni territoriali e sociali. Il quotidiano spagnolo El País ha stimato in almeno 33mila i casi dubbi, mentre l’organizzazione Humanitarian Legal Aid ha documentato 517 casi di morti in custodia, riconducibili a torture, mancate cure mediche e condizioni igieniche disumane. Nel frattempo, il governo continua a rivendicare il successo della propria guerra alle maras. Il mese scorso è iniziato il maxiprocesso contro 486 presunti membri della Mara Salvatrucha-13, accusati di aver ordinato migliaia di omicidi e altri reati tra il 2012 e il 2022. I detenuti erano collegati in video dal carcere di massima sicurezza Cecot. Bukele ha liquidato più volte le critiche delle Nazioni Unite e delle Ong accusandole di preoccuparsi «dei diritti degli assassini». Ma intanto la campagna di criminalizzazione si sta spostando anche contro le madri dei detenuti: donne che passano le giornate davanti alle carceri nella speranza di ottenere una notizia dalle guardie, spesso rimaste sole a crescere i nipoti e consumate dall’attesa. Recentemente Ibrajim Bukele, fratello del presidente, ha rivelato su X, l’esistenza di una struttura informale che deciderebbe il destino di migliaia di detenuti durante lo stato di emergenza, aggirando di fatto le procedure giudiziarie previste dalla legge. Prima a chiedere “Dov’è mio figlio?” erano le madri dei desaparecidos uccisi dalle maras. Oggi quella stessa domanda viene rivolta al governo di Bukele.