Avvenire, 29 maggio 2026
Oltre 80 milioni di sfollati interni: «Fuggono da bombe e violenza»
Di fronte a una guerra che scoppia fuori dalla porta di casa o a sconvolgimenti climatici che rendono la vita insicura, si fanno i bagagli e si va via. Più di frequente si scappa restando, però, entro i confini del proprio Paese, lasciando i lunghi viaggi rischiosi, come quelli verso l’Europa, a chi abbia le forze e le risorse per intraprenderli. In giro per il mondo, resta elevatissimo il numero degli sfollati interni costretti a cercare rifugio via dalle proprie città e dai propri villaggi, spostandosi altrove sul territorio nazionale. Alla fine del 2025 si stima fossero 82,2 milioni, in centoquattro Paesi. È una cifra doppia rispetto a dieci anni fa, quando se ne registravano 38,9 milioni. La novità drammatica è che oggi la furia di attacchi e violenze provocate dall’uomo è più distruttiva di quella della natura. Lo scorso anno, infatti, i conflitti hanno prodotto spostamenti record di popolazione (32,3 milioni di sfollamenti nuovi o ripetuti), superando per la prima volta nella storia quelli causati dalle calamità naturali (29,9 milioni). Lo rileva l’ultimo rapporto globale pubblicato il 12 maggio dall’Internal Displacement Monitoring Centre di Ginevra (Idmc), una delle più autorevoli fonti di dati sul fenomeno. La virata verso cause riconducibili alla violenza provocata dall’uomo è stata brusca: gli sfollamenti interni seguiti allo scoppio di guerre sono aumentati del 60% rispetto al 2024. È la diretta conseguenza dell’attacco all’Iran (quello del giugno 2025), durante il quale l’Idmc ha rilevato circa 10 milioni di spostamenti entro i confini nazionali in pochi giorni, ma anche dell’intensificarsi degli scontri tra le forze di sicurezza e il gruppo armato M23 nella Repubblica Democratica del Congo, con 9,7 milioni. «Non abbiamo mai registrato un numero così impressionante di sfollamenti legati ai conflitti», ha commentato Tracy Lucas, direttrice dell’Idmc. «Sono spesso le stesse persone ad essere costrette a lasciare le proprie case più e più volte».
Il report, infatti, da una parte stima ciascun caso in cui una persona fugge, magari ripetutamente nell’arco di pochi mesi, ma conteggia anche il totale delle persone che vivono come sfollate alla fine di ogni anno. «Dalla Repubblica Democratica del Congo, al Sudan, dall’Iran al Libano, assistiamo a un ulteriore aumento di milioni di sfollati, che si aggiungono ai precedenti numeri record», ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale del Norwegian Refugee Council, di cui l’Idmc è parte.
Nel report si legge che i combattimenti nelle strade e nei dintorni di città come Goma in Congo, El Fasher in Sudan e Teheran hanno contribuito in modo significativo alle cifre globali. Intanto, rispetto al 2024, è salito da sei a tredici il numero di Paesi in cui si sono registrati sfollamenti legati a conflitti internazionali. Perché non si fugge percorrendo in lungo e in largo solo l’Ucraina, Gaza o il Libano. C’è chi lo fa anche per il riacutizzarsi delle tensioni di confine tra Cambogia e Thailandia, Pakistan e Afghanistan, Pakistan e India. Quasi la metà di tutti gli sfollati per cause belliche, però, vive in soli cinque Paesi, con il già citato Sudan che ospita il numero più elevato per il terzo anno consecutivo, seguito da Colombia, Siria, Yemen e Afghanistan. Sebbene vicinissimo al picco storico rilevato nel 2024, il totale degli sfollati interni (contando, questa volta, sia quelli per guerre che quelli per calamità naturali) ha segnato quest’anno una leggera diminuzione. Non è necessariamente una buona notizia, perché il calo è in parte determinato da rientri a casa avvenuti in condizioni piene di rischi o molto precarie dal punto di vista dei servizi essenziali (come in alcune aree del Sudan e in Siria).
Il report dell’Idmc dedica anche un focus alle ostilità nella Striscia di Gaza, che hanno causato nel 2025 quasi 2,7 milioni di spostamenti (movimenti, non persone). Il numero, certo, è sceso rispetto ai 3,2 milioni nel 2024. Eppure la (poco rispettata) tregua raggiunta a ottobre e l’occupazione di metà del territorio da parte israeliana, a fine dicembre ancora impedivano il ritorno nei propri villaggi di origine a quasi due milioni di persone. Non solo nella enclave martoriata, ma ovunque sul pianeta, gli sfollati interni rischiano di rimanere tali a lungo, se permangono ostacoli insormontabili a una pace reale. Anche dopo che le armi sono state deposte, porre fine in modo sostenibile allo sfollamento di un popolo può richiedere anni di attesa e prolungati patimenti.