il Fatto Quotidiano, 29 maggio 2026
“Cene eleganti”, il processo Ruby Ter parte
Il passato non passa. Attraversa le crepe del tempo e si ripresenta a chiedere il conto di vecchie storie mai del tutto chiuse. Così, 16 anni dopo le feste di Arcore del bunga-bunga e tre anni dopo la morte di Silvio Berlusconi, torna il processo Ruby. Iniziò nel 2010 con l’accusa all’allora presidente del Consiglio di aver pagato una minorenne, Karima El Mahroug detta Ruby Rubacuori, 17 anni, per fare sesso; e di aver esercitato pressioni sui funzionari della Questura di Milano per far liberare Ruby presentata come “la nipote di Mubarak”. Assolto. Oggi, nel terzo processo della serie, dopo assoluzioni e condanne, imputate sono le ragazze accusate di avere mentito ai giudici, dietro compenso, quando avevano raccontato come “cene eleganti” quelle che una sentenza definitiva definisce invece la messa in scena di un “sistema prostitutivo”. A fornire generosamente il compenso era lui, Silvio, che dunque aleggia in aula e resta il vero protagonista del processo anche se non c’è più, ormai improcessabile. Improcessabili erano anche le 22 imputate, secondo una arzigogolata sentenza di primo grado che non smentiva i fatti, ma considerava le imputate già indagabili per corruzione in atti giudiziari tanti anni prima, dunque non più semplici testimoni, ma indagate in procedimento connesso con diritto di mentire: quindi non più processabili per corruzione in atti giudiziari.
La Cassazione, a cui i pm si erano rivolti per saltum per cancellare l’arzigogolo, senza aspettare l’appello, l’ha cassata, quella sentenza d’assoluzione: si processino ora. Riprendono in mano il filo delle accuse i pm Luca Gaglio e Luca Poniz (presente tra il pubblico anche la procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, appena andata in pensione).
La Cassazione, cancellando l’assoluzione, ha messo le imputate dentro un sandwich, spiegano i pm: le ragazze restano testimoni (la fetta di sotto); e hanno certamente ricevuto soldi, case, regali da Silvio, per una decina di milioni (la fetta di sopra). Facile ora unire i puntini e dimostrare la corruzione in atti giudiziari. Insorgono invece le difese: chiedono di riaprire l’istruttoria dibattimentale interrotta in primo grado, per appurare se davvero i soldi di Silvio fossero pagati per corrompere i testimoni e non per gratuita generosità. Chiedono di spostare il processo altrove, per alcune, per incompetenza territoriale. Domandano di sollevare addirittura cinque eccezioni di costituzionalità, perché i testimoni in aula – sostengono – non sono mai “pubblici ufficiali” dunque possono commettere falsa testimonianza (ormai prescritta), ma non anche corruzione in atti giudiziari. La giudice Maria Rosaria Correra, paziente e volitiva, risponderà a tutti nella prossima udienza del 29 giugno.
“Questo processo è vilipendio di cadavere, dovrebbero gestirlo dei necrofori, non dei magistrati”, commenta cupo l’avvocato Marco De Giorgio, legale dell’ex showgirl Miriam Loddo, l’unica delle imputate ieri presente in aula. “Stupita dalla grazia a Nicole Minetti?” (l’organizzatrice delle ragazze), le chiede il Fatto: “No, è una brava persona”. Crede davvero nel suo cambiamento di vita? “Non sono fatti miei”, risponde la ex “meteorina”, e scappa via.