repubblica.it, 29 maggio 2026
I piani delle città italiane contro il caldo estremo
Il dato che più colpisce arriva dall’ultimo rapporto di The Lancet Countdown on Health and Climate Change: a livello globale i decessi legati al caldo nelle persone con più di 65 anni sono aumentati del 167% rispetto alla media degli anni Novanta. Una crescita che la sola dinamica demografica, attraverso l’invecchiamento della popolazione, non basta a spiegare: senza il riscaldamento del pianeta l’incremento si sarebbe fermato al 65%.
La differenza, oltre cento punti percentuali, è il prezzo sanitario della crisi climatica. L’anno scorso è stato l’anno più caldo mai registrato, con una temperatura media superiore di 1,5°C ai livelli preindustriali: la soglia che l’Accordo di Parigi puntava a non oltrepassare.
Le vittime del caldo
In Italia, secondo i ricercatori, ogni abitante è stato esposto in media a 46 giorni di ondate di calore nel solo 2024; tra il 2012 e il 2021 si sono contati circa 7.400 decessi l’anno legati alle alte temperature, oltre il doppio rispetto agli anni Novanta. Il punto è che il caldo non colpisce in modo uniforme. Le vittime si concentrano nelle città, dove le superfici scure di asfalto e cemento assorbono la radiazione solare e la restituiscono fino a notte fonda, generando quelle “isole di calore urbano”, che possono rendere alcuni quartieri diversi gradi più caldi delle campagne vicine.
Misurare quanto vale una città più fresca
A pagare il prezzo più alto sono gli anziani soli, le persone con patologie croniche, i bambini piccoli, chi vive in condizioni di fragilità sociale ed economica. È qui che la salute pubblica incontra l’urbanistica. Per la prima volta l’Italia ha provato a quantificare il legame tra interventi urbani e vite salvate.
Lo ha fatto con Climactions, il progetto finanziato dal ministero della Salute e coordinato dal Dipartimento di epidemiologia dell’Asl Roma 1, che ha osservato sei grandi città: Torino, Genova, Bologna, Roma, Bari e Palermo. I ricercatori hanno stimato i decessi attribuibili al caldo e simulato l’effetto di misure urbanistiche concrete: più verde, nature based solutions e modifica dell’albedo (la percentuale di radiazione solare che una superficie riflette rispetto a quella totale che riceve).
Aumenta il rischio di mortalità
I risultati mostrano un aumento del rischio di mortalità in tutte le città tra il 20% a Genova e il 28% a Bologna. “Le differenze non sono statisticamente significative – spiega Francesca De’ Donato, del Dipartimento di epidemiologia dell’Asl Roma 1 e tra le autrici dello studio – il rischio dipende dall’esposizione termica e dalle caratteristiche della popolazione”.
Abbassare la temperatura di un quartiere di 1-2°C, il range stimato da Climactions per gli interventi più efficaci, non è solo un fatto fisico. “Significa ridurre quei decessi in eccesso che registriamo ogni estate – spiega De’ Donato – a pagare il prezzo più alto sono chi vive solo, chi ha patologie croniche, chi abita in aree deprivate della città prive di verde. La vulnerabilità al caldo non è uguale per tutti: dipende dalla salute individuale, dalle risorse economiche, dall’accesso ai servizi”.
Abbassare le temperature
Verde urbano e superfici riflettenti aiutano, ma non bastano da soli: “Servono anche piani di prevenzione orientati ai sottogruppi a maggior rischio, e indicatori condivisi per misurare i co-benefici di salute degli interventi climatici”.
L’esempio europeo
All’estero la strada è già tracciata da anni: Barcellona ha costruito una rete di circa 400 rifugi climatici pubblici, Parigi ha trasformato 800 cortili scolastici in oasi urbane accessibili d’estate. Modelli che condividono un’idea semplice: il refrigerio è un servizio pubblico, e va distribuito dove vive chi è più esposto.
Torino e i medici sotto i gazebo
In Italia il caso più strutturato è quello di Torino, dove l’ondata precoce di fine maggio (punte percepite di 37°C, bollino rosso dell’Arpa) ha già messo alla prova le persone più fragili. La risposta è una rete di 19 centri climatizzati ad accesso libero in ogni circoscrizione, affiancata dal Piano estate 2026 attivo dal 1° giugno: monitoraggio e assistenza domiciliare per gli over65 in condizione di fragilità, con consegna di spesa e farmaci, telesoccorso e pasti a domicilio, coordinati tra servizi sociali, Asl, protezione civile e polizia Municipale.
L’aspetto più originale è la prevenzione che raggiunge la città. Con la “Protezione civile itinerante”, nata con l’Università di Torino e la Fondazione Crt, gazebi attrezzati vengono allestiti nei quartieri e vicino ai centri anziani: specialisti e studenti di Medicina misurano la pressione e distribuiscono informazioni pratiche su idratazione, alimentazione e punti di refrigerio. Un presidio di prossimità pensato per intercettare chi difficilmente chiede aiuto da solo.
“Mettere la salute dei cittadini al centro delle scelte urbanistiche è la sfida che le città devono saper raccogliere. Poi c’è una trasformazione di più lungo periodo della città, fatta di verde, ombra e spazi pubblici che proteggano invece di amplificare il caldo”, osserva il sindaco Stefano Lo Russo.
Genova rompe l’asfalto
Se Torino lavora sull’accoglienza, Genova interviene sulla materia stessa della città. Il Comune ha avviato un percorso di “depavimentazione” – il depaving – che consiste nel rimuovere asfalto e superfici impermeabili per restituire spazio a suolo naturale, aiuole e verde, a partire da aree gioco e cortili scolastici. La giunta ha aderito al progetto “Biofear”, promosso da una rete di università e centri di ricerca italiani. Più a sud, il quadro cambia. Le città meridionali sono inserite nel sistema di sorveglianza nazionale e dispongono dei piani di allerta e dei protocolli di emergenza previsti dal ministero della Salute.
Il piano per contrastare il caldo
Ma le iniziative strutturali di trasformazione urbana, quelle che agiscono sulle cause e non solo sugli effetti, restano sporadiche e frammentate. “Il piano caldo del ministero della Salute e quelli locali sono ben consolidati in Italia”, riconosce De’ Donato. “Ma servono più investimenti a medio e lungo termine, sia strutturali che urbanistici. E servono indicatori condivisi per misurare i co-benefici di salute degli interventi climatici: solo così si potranno promuovere politiche che uniscano mitigazione e salute pubblica”. Perché contro un caldo che si fa ogni anno più letale, la difesa più efficace non è il condizionatore acceso quando l’allarme è già scattato, ma una città progettata per proteggere chi ci vive.