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 2026  maggio 29 Venerdì calendario

Almasri, la Corte europea dei diritti umani apre un fascicolo contro l’Italia

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha aperto un fascicolo nei confronti dell’Italia sul caso Almasri. E per la prima volta chiede formalmente al governo di spiegare perché non sia stato eseguito fino in fondo il mandato di arresto internazionale nei confronti dell’ex capo della polizia giudiziaria libica accusato dalla Corte penale internazionale di crimini contro l’umanità.
La decisione è arrivata oggi da Strasburgo. I giudici della Cedu hanno comunicato all’Italia due ricorsi presentati da altrettante presunte vittime di Osama Almasri Njeem, disponendo inoltre che il caso venga trattato con procedura prioritaria. Non si tratta ancora di una condanna né di una decisione nel merito. Ma è il primo atto con cui la Corte europea ritiene necessario chiedere conto allo Stato italiano di quanto accaduto nel gennaio del 2025, quando Almasri fu arrestato a Torino in esecuzione del mandato emesso dall’Aja e rimpatriato in Libia appena quarantotto ore dopo.
La procedura aperta a Strasburgo nasce dai ricorsi di una donna ivoriana e di un cittadino sudanese che sostengono di essere stati detenuti nelle strutture controllate da Almasri e di aver subito torture, violenze e maltrattamenti.
La Corte penale internazionale aveva emesso il mandato di cattura il 17 gennaio 2025 contestando all’allora capo della polizia giudiziaria libica una lunga serie di reati: torture, stupri, schiavitù sessuale, omicidi e crimini contro l’umanità commessi nei confronti di migranti e detenuti rinchiusi nelle carceri libiche. Due giorni dopo Almasri venne arrestato in Italia. Il 21 gennaio, però, la Corte d’Appello di Roma non convalidò il fermo. Poche ore più tardi il governo ne dispose il rimpatrio a Tripoli a bordo di un volo di Stato.
Una decisione che da allora ha provocato uno scontro istituzionale con la Corte penale internazionale, l’apertura di un fascicolo davanti al Tribunale dei ministri e una durissima polemica politica. Se il fascicolo davanti alla Cpi è ancora pendente, quello penale – che vedeva indagati il sottosegretario alla Presidenza, Alfredo Mantovano e i ministri degli Interni e della Giustizia, Matteo Piantedosi e Carlo Nordio – si è chiuso con la mancata autorizzazione a procedere del Parlamento. Adesso però il caso si sposta su un altro terreno: quello della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
I due ricorrenti sostengono infatti che la mancata esecuzione del mandato della Corte penale internazionale abbia leso direttamente i loro diritti. Entrambi invocano gli articoli 2 e 3 della Convenzione, che tutelano il diritto alla vita e vietano tortura e trattamenti inumani o degradanti. La donna ivoriana richiama anche l’articolo 4, relativo al divieto di schiavitù e lavoro forzato, e l’articolo 6 sul diritto di accesso alla giustizia.
Dietro il ricorso ci sono due storie che attraversano alcuni dei luoghi più violenti della Libia degli ultimi anni. La donna, oggi residente in Italia e titolare di protezione internazionale riconosciuta dal tribunale di Catania, racconta di essere stata detenuta nel carcere di Mitiga e di aver subito torture e violenze sessuali. Il cittadino sudanese sostiene invece di essere stato rinchiuso prima nel centro di Al-Jadida e successivamente trasferito a Mitiga, dove sarebbe stato costretto a lavorare per gruppi armati legati ad Almasri e avrebbe assistito a torture e uccisioni di altri detenuti.
Adesso la parola passa all’Italia. Strasburgo ha notificato formalmente i ricorsi al governo e ha trasmesso una serie di quesiti ai quali dovrà essere data risposta. Solo successivamente la Corte deciderà se le domande siano ammissibili e se vi siano state violazioni della Convenzione.