la Repubblica, 29 maggio 2026
Guerra aperta in Libano, l’Idf bombarda Beirut
Quel che Trump aveva chiesto a Netanyahu di non fare, è stato fatto. Beirut è di nuovo sotto il fuoco di Israele, e non accadeva da tre settimane. Due missili ieri mattina hanno centrato un edificio nel sobborgo meridionale di Shueyfat dove, stando alla versione delle forze armate israeliane, si trovava Alial Husseini, comandante dell’unità missilistica della Imam Hussein Division, milizia affiliata a Hezbollah. Con tutti i distinguo del caso che si possono fare – Shueyfat non è né il centro di Beirut né Dahieh, la roccaforte della milizia sciita, e l’Idf sostiene di aver avvertito gli americani – di fatto hanno disobbedito a Trump: il quale, temendo la compromissione del negoziato con l’Iran, aveva dato l’ok all’allargamento dell’operazione di terra oltre il fiume Litani ma non alla ripresa dei raid su Beirut.
La tregua dichiarata il 16 aprile scorso, dunque, assume sempre di più l’aspetto della farsa: utile per proseguire la trattativa di Washington tra Israele e Libano (oggi per la prima volta le due delegazioni si incontrano al Pentagono, dove discuteranno su come disarmare Hezbollah) ma non certo a evitare morti, distruzione e occupazione.
Con il cessate il fuoco la guerra non si è fermata, si è solo abbassata di intensità: 600 morti libanesi, una decina di soldati israeliani uccisi dai droni a fibra, l’intero sud del Libano sotto ordine di evacuazione e i carri armati che hanno oltrepassato la “Yellow Line” per spingere più a nord i combattenti di Hezbollah, nel tentativo di impedir loro di lanciare droni e razzi anti-tank sui villaggi della Galilea.
I generali israeliani la ritengono una manovra necessaria ma non sufficiente, ben sapendo che alcuni modelli di quadricottero vengono pilotati attraverso sottili cavi in fibra ottica lunghi anche 25 chilometri, perciò spingono per tornare a bombardare a tappeto Dahieh, nel sud di Beirut, nella convinzione che solo distruggendo i centri di comando presenti lì, Hezbollah abbasserà la pressione sulle truppe dello Stato ebraico.
Il bollettino di ieri è quello di un conflitto in piena escalation: nel sud del Libano e nella valle della Bekaa si contano 23 persone uccise nei raid dell’Idf, tra cui due bambini. Cinque morti sono a Sidone, altri sei nel villaggio di Adloun, sempre nel distretto di Sidone, dove all’alba è stata presa di mira l’automobile su cui viaggiava una famiglia. Anche l’esercito libanese, dispiegato nel settore meridionale insieme ai caschi blu dell’Onu, registra la perdita di uno dei sei soldati presi per sbaglio da un ordigno dell’Idf sulla strada tra Zefta e Deir Zahrani, nell’area di Nabatiye.
«Abbiamo colpito 135 obiettivi di Hezbollah a Tiro, nella Bekaa e nel sud», riferiscono fonti delle Israeli defense forces.
L’escalation è stata notata anche a Bruxelles. «Il ritorno alla guerra su vasta scala in Libano è una possibilità concreta», dichiara Kaja Kallas, Alta rappresentante per gli Affari esteri dell’Ue. «Giorno dopo giorno, il cessate il fuoco sembra essere più nominale». Kallas ha partecipato a un incontro coi ministri degli Esteri in cui si è discusso anche di Gaza. Da Israele arrivano però parole incendiarie. Da una parte Netanyahu che dichiara di aver ordinato all’esercito di prendere il 70 per cento del territorio della Striscia (ora la Linea Gialla, che già si è spostata verso ovest, ne occupa il 60 per cento). Dall’altra il ministro messianico ed estremista Bezalel Smotrich che propone di abbattere dieci edifici in Libano «per ogni nostro soldato ferito».