Corriere della Sera, 29 maggio 2026
Fortunato Ortombina parla del suo amore per la bicicletta
Il sovrintendente e direttore artistico del Teatro alla Scala, Fortunato Ortombina, è un ciclista vero, non di quelli della domenica e non di quelli da Ztl con il cestino.
Quando è iniziato il suo rapporto con la bicicletta?
«A tre anni con la biciclettina e mi sono liberato presto delle rotelle. Avevo la fortuna di abitare in campagna poco fuori Mantova e i miei mi lasciavano percorrere chilometri, purché non sull’asfalto. A 14 anni la prima conquista fu arrivare al Lago di Garda attraverso le colline moreniche e in seguito, quando mi sono trasferito a Parma per studiare, da Forte dei Marmi a La Spezia. Ho fatto del cicloturismo e a 27 anni ho acquistato la prima bici da corsa con il cambio. Sono un passista, ma ho scalato il Monte Baldo e l’Appennino sino alla Cisa: da Parma alla Cisa sono 52 chilometri e la facevo due volte alla settimana».
Da solo o in gruppo?
«Andavo da solo o con un amico che fa lo storico. In gruppo ho avuto una brutta esperienza di caduta. Devi conoscere molto bene gli altri, altrimenti è pericoloso. Negli ultimi 25 anni la situazione è peggiorata per i ciclisti a causa dell’uso del cellulare in auto e dei camion, molto più silenziosi e con guida a sinistra. La sicurezza è importante. Da quando ci sono cardiofrequenzimetro e computer vado con i miei tempi e sto attento alle prestazioni».
Quali giri faceva in Veneto, dove sta passando il Giro d’Italia?
«A Venezia c’è un bicipark sotto il parcheggio comunale: è una cassaforte sotto il piano delle auto che apri con una combinazione. Da lì andavi a Tronchetto prendevi il ferry e pedalavi lungo tutto il Lido oppure facevi il Ponte della libertà e andavi in terra ferma. Quando volevo andare in salita mettevo la bici sul treno, andavo a Montegrotto e facevo i Colli Euganei in primavera-luglio mentre in agosto la mettevo sul treno e andavo a Belluno per fare anche il Passo del Pordoi. Prendevo il treno alle 5,30 di mattina, poi da Belluno andavo ad Alleghe in macchina e da Alleghe al Pordoi in bici. Sono posti meravigliosi. Oppure, da Venezia arrivavi a Bassano del Grappa e da lì a Romano d’Ezzelino dove salivi sul Monte Grappa: l’ho fatto due volte, sono 31 km di salita».
A Milano?
«Trovo che sia la sede naturale del Giro d’Italia e che alcune polemiche che ci sono state siano inutili: cosa si dovrebbe dire dei sanpietrini a Roma? Se vai in gruppo a cinquanta all’ora appena ti urti voli via. Ora ho incominciato ad andare in bici verso il Nord Milano».
Tappe venete: delle montagne da Feltre a Alleghe, il Cadore...Cosa devono aspettarsi i ciclisti da queste cime?
«Una più belle dell’altra: Andalo, Brescia, Trento sono province meravigliose da attraversare in bici. Le tappe venete richiedono strappi. Feltre, Belluno, la statale agordina con il finale a Piani di Pezzè con pendenza del 14 o 15 % dopo Alleghe, è tremenda. È una salita che ho provato una sola volta dopo il Pordoi, ma non ce l’ho fatta e mi sono fermato. Dal punto di vista del professionista questa è la tappa più demanding».
Segue il Giro d’Italia?
«In tv la tappa di Milano e riesco a guardare le sintesi di sera».
Quali sono stati i suoi campioni?
«Adesso fa impressione vedere Pogacar, mi ricorda Miguel Indurain. Io sono legato a Eddy Merckx, Raymond Poulido, Felice Gimondi, anche a Fignon e Hinault, che vidi da ragazzo».
Cos’è la filosofia della bici?
«Nella bici c’è qualcosa di epico, senti con il fiato la poesia del paesaggio. Quando Merckx vinse la prima volta alle tre cime di Lavaredo sentivi una dimensione epica che, comunque, il ciclismo conserva».
Il ciclismo è uno sport popolare; una volta anche il canto lirico era popolare…
«Credo che ci siano delle verità che col tempo vengono fuori. La lirica si è data aria da ricchi, ma è sempre meno così: oggi ci sono anche giovani. Il discorso del popolare è mediato da decenni di educazione a diventare raffinati, ma ancora adesso si viene a teatro perché c’è materia prima, vita e non solo digitale. Questo nel ciclismo è sentito: ho visto tanto pubblico a Milano nei giorni scorsi. Credo che ciclismo e opera siano le due manifestazioni di condivisione popolare più straordinarie del nostro essere italiani. Il paesaggio italiano è quanto anche l’opera ci insegna ad amare. L’opera di Giuseppe Verdi è espressione della pianura che i ciclisti attraversano. Musica lirica e Giro d’Italia sono le poesie del nostro Paese. Penso alla riapertura della Scala l’11 maggio del 1946 grazie a muratori e artigiani che ci lavoravano e, subito dopo, penso all’11 giugno quando dal Vigorelli restaurato il sindaco Antonio Greppi fece da starter al Giro d’Italia della rinascita. Quell’anno non ci fu il Tour de France e il Giro lo vinse Gino Bartali. Sul passo Rolle, tra il pubblico, c’era Alcide de Gaspari con il cappello da alpino».