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 2026  maggio 29 Venerdì calendario

Milano, perquisiti due iraniani: «Minacciano i dissidenti del regime»

La punta dell’iceberg di due perquisizioni effettuate ieri dai carabinieri del Ros fa affiorare un’inchiesta nella quale la Procura di Milano, partendo da «minacce di morte indirizzate nei confronti dei dissidenti politici iraniani rispetto alla linea adottata dalla Repubblica Islamica Iraniana», ritiene «necessario accertare l’operatività di un’organizzazione finalizzata a reprimere il dissenso attraverso intimidazioni verso i parenti a oggi residenti in Iran, nonché attraverso la commissione di atti di violenza che comunque limitano il diritto costituzionale» invece «tutelato e garantito in Italia a tutte le opinioni politiche, anche se contrarie a quelle dominanti nello Stato estero di provenienza». Per questo non è soltanto «minacce aggravate» (in relazione a due episodi su Instagram ai danni di altrettanti attivisti) l’ipotesi di reato contestata durante le perquisizioni ieri a due iraniani (residenti a Segrate in provincia di Milano e a Bergamo), qualificati dagli inquirenti come «favorevoli alla politica repressiva del regime iraniano» e «frequentanti un centro islamico di Milano la cui sede risulta essere di proprietà del Consolato della Repubblica dell’Iran a Milano, che costituisce una diretta propagazione del regime iraniano in Italia». È invece anche «associazione con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico» (articolo 270 bis), tra i cui atti l’articolo 270 sexies fa rientrare quelle condotte che «per la loro natura o contesto possono arrecare grave danno ad un Paese e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione».
Storicamente è stato un reato contestato in passato a chi preparava atti di terrorismo, propagandava o finanziava attentati all’estero, reclutava o addestrava combattenti nei teatri di guerra del Medio Oriente. In questo caso, invece, il Paese al quale le ipotizzate condotte minatorie possono per i pm «arrecare grave danno» è proprio l’Italia sotto il profilo non di eventuali attentati, ma delle «plurime azioni violente lesive dell’ordine pubblico, compiute allo specifico scopo di intimidire l’intera comunità iraniana ritenuta dissidente rispetto alla linea politica governativa ufficiale», e dunque tali da «limitare fortemente la libertà di pensiero politico e religioso» che lo Stato italiano deve garantire a chiunque viva sul territorio. Cornice dell’indagine del pm Alessandro Gobbis sono le recenti manifestazioni di protesta di molti cittadini iraniani verso il regime di Teheran e le conseguenti divisioni registrate all’interno della comunità iraniana in Italia, ad esempio a cavallo della manifestazione del 2 marzo scorso davanti al Consolato statunitense a Milano di attivisti iraniani favorevoli all’attacco americano e contrari a una manifestazione di protesta invece di altri iraniani sostenitori del governo di Teheran.
Il primo episodio oggetto di accertamenti (e al momento non contestato ai due indagati) è la telefonata che una attivista cittadina italiana di origine iraniana, ospite di trasmissioni tv su Rete 4, racconta sia arrivata l’11 marzo su un cellulare a lei intestato ma che lei aveva lasciato in Iran a una parente per la gestione di un conto corrente poi confiscatole. La ragazza racconta che «una voce maschile, credendo di parlare con me, in lingua farsi ha detto: “Abbiamo la conferma che tu sei un’oppositrice del regime anche perché hai collaborato con una tv oppositrice, TV Iran International e altre tv oppositrici. Tu sei condannata alla confisca dei beni e alla morte!”». Il secondo episodio, contestato invece a uno dei due indagati, nasce dalla segnalazione di un profilo social su Instagram dove «un ragazzo filogovernativo continua tutt’oggi a minacciare di morte sui social tutti coloro che auspicano il ritorno al potere del principe Reza Pahlavi». «Non sono in grado di fornire le sue generalità – aggiunge un’altra iraniana amica della prima denunciante —, tuttavia vi mostro un video che mi hanno girato alcuni miei amici che sono riusciti a salvare sui propri dispositivi telefonici». Inoltre l’attivista addita il fatto di aver trovato scritto da ignoti in lingua araba sul citofono di casa «Noi siamo ai tuoi ordini Khamenei». Dagli accertamenti sul primo indagato i carabinieri del Ros sono risaliti al secondo, ritenendolo pure «coinvolto nelle minacce ricevute dai dissidenti, anche per interposta persona, in ragione del dissenso al regime degli ayatollah manifestato pubblicamente in diverse occasioni sui social network e in eventi pubblici a Milano».