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 2026  maggio 29 Venerdì calendario

Il tycoon «colonialista»: aiuti ai Paesi più poveri in cambio di dati sanitari. Ma c’è chi gli resiste

C’è chi non viene a patti con i predatori, neanche quando lo squilibrio delle forze è schiacciante.
Lo Zimbabwe è il 37esimo Paese più povero al mondo, con un reddito pro capite di tremila dollari l’anno e un abitante su dieci positivo al virus dell’Hiv. Gli Stati Uniti invece, oltre a essere la prima superpotenza con oltre un quarto dell’economia globale, sono sede delle più grandi case farmaceutiche e della ricerca più avanzata su tutte le malattie che tormentano lo Zimbabwe: la malaria e la tubercolosi, accanto allo stesso Hiv.
Ma il governo di Harare ha respinto l’offerta di aiuti sanitari per 367 milioni da parte del governo americano. In cambio, avrebbe dovuto firmare quello che l’amministrazione di Donald Trump definisce un «accordo di condivisione dei dati» e uno di «condivisione dei campioni». Lo Zimbabwe avrebbe dovuto, in altri termini, mettere a disposizione dell’amministrazione americana non solo i dati sanitari dei propri cittadini, ma anche materialmente gli agenti patogeni e i dati di sequenziamento genetico prelevati nella popolazione. Questi ultimi, da consegnare entro cinque giorni dal prelievo.
Il rifiuto di Harare si è consumato in febbraio, ma solo pochi giorni fa la rivista scientifica Bulletin of the Atomic Scientists ha rivelato i dettagli del modello proposto dalla Casa Bianca. Gli Stati Uniti garantiscono aiuti sanitari per cinque anni, in cambio di una cessione di dati e campioni biologici per un quarto di secolo; questi avrebbero poi potuto essere trasferiti a dieci aziende farmaceutiche americane, che ne avrebbero avuto i diritti di proprietà per sviluppare nuovi farmaci (ai quali lo Zimbabwe stesso non avrebbe avuto accesso garantito).
Il modello va sotto il nome di «America First Global Health Strategy» e non tutti i Paesi, da dicembre scorso, lo hanno respinto. Una maggioranza ha firmato. Fra la trentina di governi che aderiscono il Burundi, l’Angola o il Niger in Africa; El Salvador, Panama e la Bolivia in America Latina; il Tagikistan e la Cambogia in Asia. Il contenuto degli accordi bilaterali non è mai comunicato ufficialmente nei dettagli ma, dalle indicazioni che filtrano, ricalcano tutti il modello di quello offerto allo Zimbabwe. Di certo essi sono così controversi che l’Alta Corte del Kenya ha congelato il memorandum d’intesa sottoscritto dal governo per un pacchetto di aiuti statunitensi da 2,5 miliardi di dollari. I giudici sottolineano che le clausole imposte dall’amministrazione Trump violano – a loro avviso – la legislazione kenyota sulla privacy. In altri Paesi africani le associazioni della società civile hanno invece avviato varie forme di protesta contro quella che definiscono una nuova forma di colonialismo del ventunesimo secolo: denaro in cambio di cartelle cliniche e campioni biologici delle persone povere della Terra.
È tutto sommerso, appunto perché gli accordi bilaterali non sono pubblici. Ma tutto ha origine da due mosse compiute alla luce del sole della Casa Bianca. Lo scorso anno il Doge, il Department of Government Efficiency affidato per qualche mese a Elon Musk, ha falcidiato il bilancio di UsAid. Quindi, una volta paralizzata questa agenzia del dipartimento di Stato che finanziava la lotta alle malattie nei Paesi poveri, all’inizio del 2026 gli Stati Uniti sono usciti dall’Organizzazione mondiale della sanità. E una volta fuori dall’agenzia delle Nazioni Unite, Trump non aveva più vincoli.
È allora che il presidente ha affidato a Brad Smith, un ex collaboratore di Elon Musk nel Doge, la nuova strategia: essa finora ha messo a disposizione fra sedici e venti miliardi di dollari ai Paesi in via di sviluppo, sempre sotto strette condizioni; fra queste ci sarebbe anche la cessione di diritti di estrazione su minerali strategici come il rame, il cobalto e il litio. Lo Zambia sarebbe stato al centro di queste mire sulle risorse del sottosuolo, ma il suo governo è fra i pochi ad aver respinto gli accordi dell’«America First Global Health Strategy» (l’amministrazione americana nega di aver mai richiesto concessioni minerarie). Uno degli altri governi ad aver respinto l’offerta americana è quello del Ghana, mentre la Nigeria ha ricevuto 5,1 miliardi di dollari, l’Uganda 2,3 miliardi, l’Etiopia 1,5.
Trump conta che il valore dei dati sanitari ottenuti sia superiore alle spese. Le case farmaceutiche americane potranno utilizzarli per sviluppare vaccini e strategie su alcune delle principali malattie della Terra sulla base di banche dati sanitarie di dimensioni senza precedenti. È il nuovo approccio dei grandi predatori di un sistema internazionale sempre più privo di regole. Ma Trump qui non inventa nulla, copia: la Cina di Xi Jinping è stata la prima, con il sistema di licenze di Pechino, a condizionare la vendita di terre rare all’Europa alla cessione da parte degli europei di tutte le informazioni sensibili sui prodotti della difesa e dell’aerospazio per cui servono quei minerali. Anche nel colonialismo dei dati le due superpotenze competono. E si imitano.