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 2026  maggio 24 Domenica calendario

David Duff parla di sé e dei suoi fumetti

I bambini lo sanno che i dinosauri si sono estinti: perciò la morte è già in qualche modo implicita in questa storia. Ma, credetemi, qui si parla anche tanto di vita. La morte è solo un momento, in molte culture fa parte della vita». Non ha dubbi David Duff, premiato copywriter nordirlandese che oggi vive a Londra, quando non è in giro per il mondo a realizzare filmati per organizzazioni umanitarie. Il ciclo della vita è al centro del suo secondo libro per bambini, Alla fine mangerò anche te, dal quale con l’illustratrice Marianna Coppo ha realizzato una mostra immersiva che ha portato anche in Italia. Noi lo abbiamo incontrato a Bologna, poco prima dell’arrivo di una scolaresca per la quale, dopo la visita, ha organizzato anche un laboratorio. Lei parte da un principio molto semplice: “Tutto ciò che vive ha un inizio e una fine”. Il suo protagonista lo mette subito in chiaro. Perché lo fa dire proprio a un verme? 
«Riflettevo sul ciclo della vita e alla fine è inevitabile arrivare ai vermi, sono così fondamentali per l’intero sistema. Esistono da centinaia di milioni di anni, da molto prima di noi. Volevo affrontare il tema della vita e della morte in modo diretto, ma con delicatezza. Usare un verme, che è così poco  minaccioso, e ambientare tutto in una natura bellissima mi è sembrata la soluzione più adatta».
Dall’altra parte c’è un dinosauro. Due animali diametralmente opposti. Come le è venuto in mente? 
«La storia è partita dal verme. Mettergli di fronte un dinosauro mi è servito per ambientarla nel passato e portarla fuori dal nostro mondo, regalandogli un tocco di fantastico. Sapere che i dinosauri sono morti fa già parte del bagaglio di conoscenze dei bambini e questo mi ha facilitato. Adoro il contrasto tra le dimensioni di questo dinosauro piuttosto amichevole e quelle dei vermi. Che, come si dice qui, mangiano tutto: da una foglia a un albero. E il dinosauro è grande quanto un albero. Volevo mettere in moto questa dinamica che trovo così stimolante». 
Per un autore di libri per bambini non è sempre facile affrontare temi tanto seri come la vita e la morte. Lei come ci è riuscito? 
«Se avessi raccontato la storia con gli esseri umani sarebbe stata diversa. Avrei dovuto affrontare la morte in modo diverso. Ma abbiamo parlato anche troppo di morte. In realtà qui si celebra soprattutto la vita: insieme i due amici osservano gli uccelli, le api, i fiori che crescono. Trovo che ci sia grande equilibrio. Quando parli della morte con i bambini, è importante che il linguaggio sia chiaro e diretto. Quando ero piccolo si usavano espressioni come “il nonno non si è più svegliato” o “è passato a miglior vita” che i bambini non capiscono. Se dici “non si è svegliato”, potrebbero chiedersi: “Allora posso morire nel sonno?”. E questo li confonde. Quindi parlare in modo diretto è utile. Nel libro, il verme è molto concreto: una foglia muore e io la mangio, un albero muore e io lo mangio… anche il dinosauro morirà un giorno». 
Il suo libro è stato definito una lezione di humour nero. Quanto è importante l’umorismo quando si parla ai bambini?
«È fondamentale, soprattutto con un tema così. Devi permettere a ciascuno di loro di capire le cose con i propri tempi, senza rischiare di traumatizzarli. Alcuni bambini saranno pronti prima e faranno domande, altri avranno bisogno di più tempo. L’umorismo serve ad alleggerire, a rendere il tema meno pesante. Ma è qualcosa con cui prima o poi dovranno fare i conti».
Lei ha sempre lavorato molto con i bambini, anche nei campi estivi e come regista per Save the Children. Ci racconta qualcosa di queste esperienze?
«Sono sempre stato a contatto con i bambini, anche per via della mia famiglia numerosa e ho trascorso molto tempo lavorando in campi estivi a Edimburgo e nel New Jersey. Tengo anche un laboratorio di scrittura creativa per i più piccoli nell’East London. Come regista invece vado spesso nei campi profughi dove incontro bambini e famiglie per raccontare le loro storie, dove purtroppo si parla di malnutrizione, malattie e sfruttamento minorile».
Tra i suoi tanti lavori, ha fatto anche il falegname. È corretto?
«Sì, mio padre era falegname. Vivevamo in campagna in Irlanda del Nord, in mezzo alla natura. Avevamo un laboratorio e ho sempre lavorato con il legno. Dopo l’università ho viaggiato molto, procurandomi da vivere come falegname in diversi paesi. Poi mi sono messo a studiare pubblicità. Ed ora eccomi qui».
Come concilia il lavoro di copywriter con quello di scrittore?
«In pubblicità mi capita spesso di scrivere storie molto brevi, di 30 o 90 secondi, con un inizio, uno sviluppo e una fine. È stato naturale per me passare a scrivere libri». 
David Duff però è uno pseudonimo: perché lo usa?
«Per separare questo lavoro da quello in pubblicità. La scrittura è un mondo fantastico e mi piace mantenerlo come uno spazio in un certo senso magico nella mia vita».