Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 24 Domenica calendario

Miguel Vila parla dei personaggi dei suoi fumetti

Miguel Vila è un tipo dall’aria un po’ burbera e di poche parole. Ma è anche uno dei fumettisti italiani più riconoscibili della sua generazione, autore di libri in cui il realismo sociale, la deformazione grottesca, l’attenzione ai corpi e un uso personalissimo del colore convivono in una visione narrativa compatta, tanto che da subito il suo percorso è stato accompagnato da grande attenzione critica, riconoscimenti e premi. Con l’esordio Padovaland, a cui sono seguiti Fiordilatte e Comfortless, la cosiddetta Trilogia del Nordest, ha costruito un’opera radicata nel paesaggio umano e morale di quella parte d’Italia. Un capitolo che oggi considera chiuso: «La componente geografica è sempre fondamentale per le mie storie, l’ispirazione diretta per la trilogia l’ho avuta vivendo tra le province di Padova e Treviso. Adesso però abito a Torino, sto cercando nuove ambientazioni che non siano più il Veneto e questa città potrebbe darmi molte idee». 
Un cambio di passo che si avverte già in Deflagrazione, il suo ultimo volume, che si apre a Bologna e ha una trama complessa, con vari personaggi: 
«Direi che è un giallo, ma solo in apparenza. Parte da un attentato, ma in realtà racconta due famiglie, i loro segreti, le loro ipocrisie e il modo in cui un evento improvviso può far saltare tutto. Più che il mistero in sé, mi interessava quello che emergeva dai rapporti tra le persone». 
Che cosa ti colpiva del Nordest? 
«Mi interessava il modo di stare insieme, questa centralità assoluta del lavoro, intellettuale o manuale che sia e che ovviamente rispetto, ma come ossessione, come fondamento unico dell’identità sociale. Quando uscivo con gli amici, spesso si parlava solo di quello: orari, impieghi, dettagli tecnici. Era come se tutto il resto faticasse a trovare spazio». 
E tu dentro quel mondo come ti sentivi? 
«Un po’ estraneo e un po’ affascinato. È proprio questo doppio movimento che mi interessava raccontare: da una parte c’era un’osservazione critica, dall’altra la consapevolezza che quel contesto aveva una sua forza narrativa enorme». 
C’è un’attenzione molto forte, nei tuoi libri, alla fisicità, a questi corpi che non sono certo corpi ideali, alla Milo Manara, ma molto reali e, a volte, anche sgraziati. 
«Cerco di rappresentare le persone come sono davvero. Anche quando sono nude e fanno sesso, lo fanno spesso in modi goffi, che non c’entrano nulla con la pornografia o con un immaginario standard. Tutti noi conosciamo questo mondo, ci viviamo, ma facciamo finta che non esista. Quindi, quando lo vedi disegnato, sembra una cosa fuori di testa, mentre in realtà è pura normalità, solo spogliata dalle maschere e dai costrutti sociali. I miei corpi non seguono regole di bellezza, ma non ha nulla a che vedere con la “body positivity”, anzi, forse è proprio il contrario: non voglio glorificare la bruttezza. Si tratta piuttosto di sentirsi liberi di accettare che siamo brutti, a volte orribili. Ed è un discorso che faccio anche sul piano morale: la bruttezza estetica, di per sé, non fa male a nessuno, mentre la bruttezza morale può fare malissimo al prossimo. È importante accettare che potenzialmente siamo così, se non peggio. E per renderlo visivamente, a volte ho bisogno di mostrare questa visceralità arrivando a esagerare con l’organicità: mi spingo nel dettaglio microscopico, arrivando fino a gigantografie dei pori della pelle. O magari in un corpo mutilato, con le dita spezzate e la carne a brandelli, per ricordare un altro aspetto che dimentichiamo, cioè il fatto che la nostra carne può saltare in aria e deformarsi in un attimo». 
Anche moralmente tutti i tuoi personaggi stanno sempre in una zona grigia. 
«Non mi interessa dividere il mondo tra buoni e cattivi. I miei personaggi tradiscono, mentono, nascondono cose, si muovono sempre in una zona ambigua. Mi sembra una forma di realismo». 
Dal punto di vista tecnico come lavori? Quali strumenti usi? 
«Parto dal disegno a mano, usando penne molto sottili, anche da disegno geometrico. Costruisco la tavola, la inchiostro, poi tolgo i contorni delle vignette e porto tutto in photoshop. A quel punto inizia un altro lavoro, che è quello della colorazione digitale». 
Si è parlato molto della tua impronta particolare proprio nell’uso del colore. 
«Il mio è un discorso formale, legato alla spazialità. All’inizio usavo i colori pastello perché volevo che contrastassero maggiormente con quelle scene un po’ grottesche. Ora, invece, sento che potrei usare qualsiasi colore, anche tinte più monotone». 
Tra le influenze mi sembra di sentire quella di Chris Ware. 
«Uno dei libri che mi ha colpito di più da ragazzo è stato il suo Jimmy Corrigan. Mi sembrava una cosa stranissima, quasi indecifrabile: il disegno, il modo di raccontare, quei frammenti di vita così tristi, così mediocri, eppure potentissimi. Non credo di averlo capito del tutto allora, ma è stato da lì che tutto per me è cambiato».