Robinson, 24 maggio 2026
Geoff Dyer parla di Miles Davis
Autore inglese di romanzi e non fiction ad alto tasso evocativo, Geoff Dyer ha anche scritto il più bel libro mai pubblicato sul jazz, Natura morta con custodia di sax. E ora, via Zoom, ci spiega perché Miles Davis non è stato solo la rockstar del genere, ma anche «il trombettista supremo».
Geoff, se ogni artista è un mago – per la sua capacità di creare mondi – qual era la magia di Davis?
«Non ha creato solo un mondo, ma tanti. Lui stesso lo disse con poca diplomazia a un ricevimento alla Casa Bianca, rivolgendosi a un ospite: “Io ho cambiato la musica quattro o cinque volte, tu cosa hai fatto?”. Pensiamo alle innovazioni che ha prodotto nel bebop, l’hard bop, il cool jazz, il jazz rock, perfino l’ambient. Ma, anche se erano così diversi, questi mondi erano tutti chiaramente targati Miles Davis. Grazie al filo conduttore che li attraversava: il suono della sua tromba».
Più di ogni altro gigante del jazz, ha trasformato se stesso in una celebrità planetaria. E ha sfruttato il suo talento anche sul piano del business.
«Quando ci avviciniamo a un genere artistico nuovo, d’avanguardia o sperimentale, tendiamo a pensare che non attragga il grande pubblico. E invece con lui, così come con Bob Dylan, la regola non funziona».
Ci spiega meglio?
«Entrambi si sono lasciati alle spalle un certo tipo di musica, il folk acustico nel caso di Dylan, il jazz tradizionale nel caso di Miles, per avventurarsi in territori inesplorati. Miles lo fece soprattutto per rabbia: era pieno di risentimento per il modo in cui i giovani bianchi del rock riempivano gli stadi. Così si lanciò in questo jazz elettrico rivoluzionario, come per dire “non voglio che questi figli di… siano gli unici a suonare davanti a folle immense"».
Ottenendo grande successo.
«Anche grazie a un look estremo, molto figo, appariscente. È interessante che, mentre associamo Miles ai suoni morbidi del cool jazz, gran parte della musica che ha suonato negli anni ’70 era rumorosa».
A proposito di rabbia, lui si distanzia dai maestri del jazz classico – quello che dalle origini arriva al bebop e poi all’hard bop – per il carattere duro: non suscita in noi l’empatia di musicisti fragili e dolci come Lester Young o Bud Powell, che lei ha raccontato in “Natura morta con custodia di sax”.
«Aveva una personalità difficile, in contrasto con la straordinaria tenerezza che emerge dal suo modo di suonare. Credo che Nietzsche abbia detto di Brahms: “Poteva scrivere in modo così tenero solo perché non aveva mai conosciuto la tenerezza nella vita reale”. Per Miles vale lo stesso».
Davvero era così insopportabile?
«Un tipo meschino, a detta di tutti. Se eri una ragazza, quella meschinità si manifestava nei classici modi misogini. Se eri un collaboratore, nel fatto che, qualsiasi fosse il tuo contributo, lui era deciso a rivendicare che il merito era suo (anche se talenti come Herbie Hancock o Dave Holland hanno ricevuto da lui una fantastica spinta alla loro carriera). Nei casi peggiori il suo carattere si manifestava in modo violento, sai, come quando diede il famoso pugno nello stomaco a John Coltrane».
Eppure l’incontro con quest’altro gigante della musica, per il quale suonò in album e sessioni memorabili, fu un’esperienza cruciale.
«Malgrado le personalità opposte. Coltrane, lo sostiene chiunque l’abbia conosciuto, non era una persona aggressiva. Una volta superata la sua dipendenza dall’eroina ebbe una vita piuttosto tranquilla. Anche Miles conobbe e superò la stessa dipendenza, ma restò un uomo duro. Pure il loro stile musicale è assai diverso: Coltrane è intenso, torrenziale, turbolento, Miles nella fase della sua collaborazione con lui è calmo, con toni quasi sommessi. E non seguirà Coltrane sul terreno del free jazz: preferiva un’idea di libertà controllata. Ci sono episodi diventati un cliché. Come quel famoso aneddoto in cui Coltrane dice: “Non so mai come finire i miei assoli”. E Miles risponde: “Beh, perché non ti togli il sassofono dalla bocca?"».
Al di là del pessimo carattere, in Davis è presente comunque quell’anima blues da cui il jazz è nato?
«Il blues viene dalla terribile povertà e dall’oppressione dei neri. Ma Miles rifiutava questa narrazione, diceva: “Io so suonare il blues magnificamente anche se mio padre era un dentista di successo"».
Non era tipo da rivendicazioni sociali o politiche. Però la sua aura da rockstar, perfino la sua incredibile espressione facciale, non sono icone del black power?
«Non avrebbe mai intitolato una suite We Insist! Freedom Now, come Max Roach. Però non era un afroamericano del genere “se rimani in silenzio e deferente starai fuori dai guai”. Era sfacciato, provocatorio. Incarnava una versione assertiva, per nulla umile, altamente personalizzata del potere nero: non si sentiva inferiore a nessuno. Nemmeno quando fu picchiato dalla polizia».
Qui risiede la sua radice blues?
«Sì, ma all’interno della sua incredibile ricettività rispetto alle influenze musicali, proprio come Dylan. Certo, era molto consapevole dell’evoluzione della musica nera, quindi il blues c’è. Però spesso è difficile da isolare perché fortemente contaminato».
Un eclettismo cosmico?
«Da un lato c’è la sua apertura musicale, dall’altro il suono del suo strumento così distintivo e riconoscibile nasce dalla profonda immersione nella storia della tromba jazz. Non suona come Roy Eldridge o Dizzy Gillespie, ma non sarebbe potuto arrivare al sound di Miles Davis senza assorbire quelle influenze, che in certo senso non era in grado di emulare».
È tipico della storia del jazz, come lei scrive in “Natura morta": si trova il proprio stile perché non ci si sente all’altezza di chi è venuto prima. Lo diceva anche il grande produttore jazz Norman Granz: «Se suonano insieme Louis Armstrong e Dizzy Gillespie, il primo straccia il secondo. Se suonano Gillespie e Miles Davis, accade lo stesso».
«Dizzy ha avuto una grande, grandissima influenza su Miles. Credo che ciò che Davis ha portato avanti dopo sia un modo di dire “ok, non posso davvero competere a quel livello”. Quindi ha puntato a qualcosa di più sottile, più tranquillo, meno rauco. Ma la cosa interessante è che più avanti – in varie occasioni con il secondo grande quintetto, o quando passa all’elettrico – lo si vede suonare in modo più energico, con un registro acuto. Proprio quando si lascia alle spalle il jazz tradizionale. Nelle sue varie evoluzioni dimostra di essere il trombettista supremo: nessuno può suonare una ballata con una sordina senza sembrare un suo imitatore».
Qual è il suo brano che ama di più?
«He Loved Him Madly, dall’album Get Up with It».
I giovani oggi sono in grado di apprezzare questo e gli altri capolavori di un genere figlio del ’900?
«Assolutamente sì: saranno sempre entusiasti di ascoltare Kind of Blue di Miles, o A Love Supreme di Coltrane, come quando li ho sentiti io la prima volta».
Ma in pieno Ventunesimo secolo il jazz è solo nostalgia o è ancora vivo e lotta insieme a noi?
«La cosa importante è che ha continuato a evolversi – oltre il jazz. Tanta musica sperimentale porta il marchio del jazz, l’improvvisazione, anche se non è jazz in quanto tale. Ne sono un esempio i The Necks, magnifica band australiana. E poi il grande centro del free jazz ora è la Scandinavia. Quindi il jazz non è più una musica americana, è la musica del mondo. E in più continua a spuntare, sotto forma di campionamenti, nella musica più innovativa».
E lei è lo scrittore che più di qualsiasi altro segue queste metamorfosi...
«In effetti ho appena finito un romanzo ambientato a fine anni ’90, in cui un gruppo di amici decide di fare una camminata di tre giorni attraverso il Paese per raggiungere una festa techno in stile rave in campagna. Titolo provvisorio: L’Avventura».