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 2026  maggio 28 Giovedì calendario

Scout, l’Agesci apre ai capi omosessuali e transgender

La svolta è epocale persino nell’anno 2026, persino dopo le aperture più o meno recenti sul tema in Vaticano, e persino per quella che tra le associazioni cattoliche viene considerata per natura e carta d’identità la più giovane e proiettata nel futuro, sulla carta di sicuro la più progressista. L’Agesci, l’associazione nazionale degli scout cattolici italiani, dopo oltre 50 anni di vita aprirà per la prima volta alla possibilità che a curare l’educazione di bambini e ragazzi con il fazzolettone al collo siano volontari «omosessuali e transgender di qualunque orientamento e identità».
A metterlo nero su bianco, dopo tre anni di confronto nella comunità scout e decenni di casi di allontanamento, esclusioni e (rare) accuse di discriminazione, mezzo secolo in cui le persone Lgbt hanno potuto far parte dell’associazione ma non rivestire ruoli di capi educatori, è un documento ufficiale appena approvato dal consiglio generale dell’Agesci che stabilisce che l’orientamento sessuale e l’identità di genere non possono essere criteri di esclusione per la selezione degli educatori. «Ci abbiamo messo del tempo, – è l’ammissione dei capi nazionali dell’associazione – ma non potevamo più fare finta di niente».
A sospingere questa rivoluzione, in qualche modo, è stato il progressivo riconoscimento sul tema dell’inclusione delle persone Lgbt ancora in corso nella Chiesa. Il riferimento è il Sinodo di Papa Francesco, spiega il capo scout Bruno Guerrasio, co-responsabile nazionale dell’Agesci. «La novità è che dopo anni di chiusura abbiamo trovato una Chiesa con cui camminare insieme, talvolta stando anche più avanti di noi», aggiunge la capo guida Giorgia Caleari, l’altra responsabile dell’associazione.

La presa di coscienza e insieme di posizione, però, è ancora più netta di quanto non si aspettasse la commissione interna che dal 2022 porta avanti gruppi di ascolto e attività di formazione dedicate. «Una lunga marcia», viene definita, sostenuta anche e soprattutto dal basso dell’associazione e da «chi ha avuto il coraggio di parlarne e raccontare la propria storia, spesso di sofferenza», che ieri ha portato l’Agesci a pubblicare il documento della svolta pure con cinque mesi di anticipo rispetto al preventivato. Era atteso per settembre, è già stato inviato ai vari gruppi sul territorio.
«Il documento è un passo di maturazione associativa ed educativa ma non modifica il metodo scout, anzi è stato definito alla scout, e chiarisce alcuni punti fondamentali: il riconoscimento della piena dignità di ogni persona, il rifiuto di atteggiamenti discriminatori e la necessità di costruire ambienti educativi sicuri, accoglienti e rispettosi», è la spiegazione dei responsabili Agesci.
«Però non c’è nessuno discontinuità con il passato, neanche un adeguarsi ai tempi – provano anche a spiegare Guerrasio e Caleari – Abbiamo maturato il desiderio di dare ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza e di riconoscimento dei vissuti personali, certo, forse realizzato meglio come il nostro stesso metodo educativo non possa stare sull’astratto ma entrare nelle vite delle persone. Ma l’esperienza scout stessa si basa da sempre sull’inclusione, la relazione e il riconoscimento della persona».
Il passato anche recente, però, parla di ferite aperte, addii forzati alle comunità capi dell’associazione, tanta sofferenza, esclusioni motivate dalla presunta incompatibilità tra l’orientamento sessuale e la scelta cristiana, anche prese di posizione e linee guida generali molto discusse. Come quelle del convegno che nel 2012 provò a stabilire che i capi scout omosessuali non dovrebbero dichiarare il loro orientamento sessuale, per evitare di «turbare e condizionare i giovani».
«Probabilmente molte scelte del passato erano figlie della sensibilità culturale ed ecclesiale di quel tempo, e tante persone hanno agito convinte di fare il bene dell’associazione e dei ragazzi – è la riflessione che fa oggi Caleari – Allo stesso tempo, però, oggi abbiamo una consapevolezza diversa. Abbiamo ascoltato storie che ci hanno mostrato sofferenze reali, esclusioni e ferite. E quando una comunità educativa ascolta davvero, non può fare finta di niente».
Ecco il perché di una scelta maturata «con lentezza, è vero, ma di fretta non si va lontano» – è il pensiero – che non pare nascere per condannare il passato ma per «aiutare l’associazione a crescere in capacità di accoglienza e responsabilità educativa». Tradotto, cambiarne la storia con la svolta forse meno prevista, di sicuro la più attesa.