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 2026  maggio 28 Giovedì calendario

Paola Cortellesi parla di "C’è ancora domani” e di femminismo

Questa gran bella ragazza alta e sottile, più alta e sottile delle sue colleghe attrici passate alla regia, è stata invitata personalmente dall’amatissimo nostro presidente Sergio Mattarella al Quirinale per celebrare il 2 giugno gli 80 anni della Repubblica. “E gli 80 anni del voto alle donne. Stranamente, non era mai stato fatto un film su questo evento storico. Me ne sono resa conto dopo, quando stavo montando C’è ancora domani”. E quando l’ho visto, quel film di Paola Cortellesi che ora è diventato anche un libro (Feltrinelli ha pubblicato la sceneggiatura che si legge come un romanzo), vecchia come sono mi sono commossa. Solitamente nulla mi scuote, ma vedere quella folla con la piccola scheda tenuta in mano come la vera liberazione mi ha fatto piangere. “Facendo ricerca, ho immaginato che cosa avessero provato le donne che entravano per la prima volta in una cabina elettorale. Fino ad allora era vietato, come i cani dovevano rimanere fuori. E chissà l’emozione di poter finalmente dire la propria. Oggi le ragazze e i ragazzi pensano, vabbè ma non serve andare a votare, è una goccia nel mare. Sono disillusi, delusi. Ma all’epoca il senso di appartenenza deve essere stato veramente forte. Lo scrive la giornalista Anna Garofalo, che ho citato anche alla fine: ‘Stringiamo le schede come biglietti d’amore’. In un lungo articolo racconta come, finalmente, i discorsi tra uomo e donna fuori dai seggi avessero un altro sapore. Un sapore da pari”.
È bellissimo. Ed è proprio così. E oggi che l’affluenza è sempre più in calo che cosa vorrebbe dire ai disillusi?
“L’ultimo referendum, in realtà, ha rappresentato una speranza in questo senso. Moltissimi ragazze e ragazzi sono andati a votare. E probabilmente lo hanno fatto a prescindere dall’argomento del quesito, ovvero la questione della separazione delle carriere dei magistrati. Forse è stato un modo per dire ci siamo e vogliamo far sentire la nostra voce. Tutti insieme. Perché insieme si fa la differenza, che poi è il principio della democrazia. È questo il voto: essere non uno, ma milioni. E nel 1946, su 25 milioni di elettori 13 furono donne. L’89% di chi non aveva neanche potuto immaginare di avere questo diritto decise di esercitarlo”.
Il film ha fatto il giro del mondo. È stato proiettato in 126 Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina. Quindi lei è ricca?
“No, perché non l’ho prodotto io. Ho avuto un piccolo, diciamo bonus, non proporzionato però alle dimensioni del successo. In realtà, nessuno si aspettava quello che è accaduto. Quando sono uscita con un film d’epoca, in bianco e nero, sulla violenza domestica e sul voto alle donne, mi hanno detto: ‘Guarda sono tutte cose che cacceranno il pubblico dalle sale’”.

Ma come le è venuto in mente, nel 2023, di fare un film così giusto, bellissimo, in bianco e nero, sul fatto che, finalmente, le donne – tutte, anche quelle che erano state sottomesse a lungo, che pensavano che le botte del marito facessero parte della vita –, con il voto potevano parlare per sé?
“Il senso è proprio in quel ‘per sé’ che ha appena pronunciato. Sembra incredibile ma la legge sul divorzio è del 1970, quella sull’aborto del 1978. Solo nel 1981 è stato abrogato il delitto d’onore e lo stupro è diventato reato contro la persona e non contro la morale nel 1996, quando avevo già finito il liceo. Volevo raccontare il passato, in particolare la violenza domestica che allora rimaneva chiusa tra le mura, ma anche farlo viaggiare in parallelo con quello che, purtroppo, accade oggi con un femminicidio ogni 72 ore. Quello che allora sembrava normale, adesso naturalmente non lo è. Ma, nonostante le conquiste e i diritti, c’è ancora da fare. Nel film ho cercato un riscatto per Delia, ma se questa donna così vessata in casa si fosse liberata uccidendo o picchiando più forte il marito non sarebbe stata una vittoria. Sarebbe stata una vendetta fine a se stessa”.
E invece la liberazione è arrivata con il voto.
“Esattamente. In quella famiglia lì, in quella condizione sociale lì, dopo che il fascismo aveva relegato le donne al ruolo di madre, moglie, sforna-figli, ricevere dallo Stato, che è tanto più importante di quegli aguzzini che sono il marito e il suocero, la lettera per votare ha rappresentato una svolta. Quella missiva era indirizzata a lei, c’era il suo nome scritto sopra. E infatti Delia la conserva come fosse di un amante”.
Che poi è quello che avete voluto far credere alludendo al fatto che potesse fuggire con un altro uomo.
“Molte persone, anche illuminate, hanno sperato che la salvasse un brav’uomo. E molti si sono pentiti di averlo pensato. No, speriamo si salvi da sola. Sa, tanti mi hanno chiesto: e dopo cosa succede? Quando torna a casa il marito la picchia perché si è permessa di andare a votare? Se anche fosse capitato, lei non sarebbe stata più psicologicamente una vittima perché ora conosceva il proprio valore. E, conoscendolo, avrebbe potuto difendere se stessa e sua figlia. Alla fine, trova il coraggio quando vede un atteggiamento di possesso nel promesso sposo di Marcella. Lei deve avere un futuro diverso. Quindi questo viaggio non è per battere a cazzotti il cattivo, è per avere coscienza di sé. Alla fine, tutto accade per amore”.
Quando le è venuta l’idea di fare un film sul voto?
“All’inizio volevamo parlare di prevaricazione e di violenza domestica. È un argomento di cui mi occupo in tanti modi e non solo perché sono una donna e perché ho una figlia. L’idea è arrivata lavorando con Giulia Calenda e Furio Andreotti, che insieme a me hanno firmato la sceneggiatura. Proprio Giulia mi aveva regalato un libro sui diritti delle donne spiegati alle bambine. Ho iniziato a leggerlo a mia figlia, appunto, che all’epoca non aveva nemmeno nove anni. Una sera, prima di addormentarsi, mi ha chiesto: ‘Mamma, ma veramente le donne non potevano fare questo?’. Ecco, è immaginando una bambina che si trova spiazzata di fronte all’ingiustizia della storia, che ho voluto inserire il voto come forma di riscatto”.
I maschi erano tremendissimi allora e anche aver rappresentato il marito che la picchia come uno scemo mi ha fatto riflettere. Io ho fatto le battaglie per il divorzio e per l’aborto, quando le donne non avevano niente, ma le ho sempre fatte anche… ridendo. Ho sempre cercato di vedere un lato buffo nel nostro modo di comportarci. Ovviamente lei ha raccontato una tragedia, ma senza rinunciare a un lato di commedia.
“Io volevo raccontare la massa che ha subito ogni genere di ingiustizia in silenzio. Non sono le staffette partigiane o le madri della Costituente che avevano una coscienza politica, che hanno combattuto per noi e che, giustamente, sono sui libri di storia. Teresa Vergalli, che ho avuto l’onore di conoscere e che purtroppo ci ha lasciato da poco, era una ragazzina quando è diventata la partigiana Annuska. E, una volta finita la guerra, ha iniziato a girare per le campagne, proprio per insegnare alle altre come si votava. Che coraggio! Ma tutte le altre, appunto? Chi era fortunata, magari, faceva un matrimonio migliore. A chi era sfortunata capitava pure quello violento. Le mie nonne e bisnonne me l’hanno raccontato un po’ ridendo: ‘Oh, ti ricordi quella poverina quante botte prendeva’. Oggi diremmo ‘abbiamo chiamato le forze dell’ordine’, ma allora era normale. Senza togliere valore e rispetto all’argomento drammatico, anche a me piace vedere il lato buffo. È la vita reale. E nella vita reale non c’è solo una musica drammatica e il cielo plumbeo. L’altra ragione è che se i violenti li dipingi come idioti fanno meno paura”.
Ma questo suo femminismo, questo suo sguardo contro i maschi, da dove sono nati?
“In realtà non c’è niente contro i maschi in questa storia. Mi è nata la voglia di difendere le donne perché c’è ancora molto cammino da fare. Esiste ancora una generazione e una categoria di uomini che non accetta il rifiuto. E, siccome abbiamo una media molto alta di femminicidi, evidentemente c’è un problema nel Paese. Non sono tutti dei pazzi. Qui non si tratta del serial killer o dello psicopatico, ma di chi viene rifiutato, allontanato, lasciato e piuttosto di accettarlo ti dà la morte. Poi magari si ammazza anche lui, ma ti uccide e uccide pure i tuoi figli, togliendoti la cosa più cara che hai”.
Lei pensa che adesso avvenga di più rispetto al passato?
“Io so quello che succede oggi, in cui siamo informati, in cui c’è un osservatorio sui femminicidi. Trovarsi di fronte a un rifiuto scatena una reazione violenta. Ma all’epoca alle donne non era neppure permesso di rifiutare, erano di proprietà dei mariti: una Delia prendeva le botte, restava al suo posto, e l’uomo non aveva ragione di sentirsi rifiutato perché c’era un’obbedienza totale”.
Crede che sia una questione legata al patriarcato?
“È legata a una sottocultura di prevaricazione e di una presunta superiorità nei confronti della donna, che resiste nella testa di alcuni. E sottolineo alcuni. Come le dicevo, io non ho proprio niente contro il genere maschile, che giustamente non si sente rappresentato da una storia come quella che ho raccontato. Non ho voluto puntare il dito contro i maschi. Per fortuna quelli della mia vita, come la maggior parte degli italiani, non somigliano minimamente al genere del film. Ma gli uomini devono reagire, questo sì. Devono camminare per mano con noi, marciare metaforicamente e nelle strade al nostro fianco. E dire: io non sono così, anzi io sono sentinella degli altri, io mi faccio portavoce dei vostri diritti. Non basta dire, tanto io sono diverso. Per questo mi fa piacere un dato: il 45% del pubblico italiano che ha visto C’è ancora domani nelle sale è stato maschile”.
Vuol dire che nessuno si è sentito accusato, anzi.
“Mi è rimasto impresso un signore, a Torino. Disse: ‘Io ero uno di quei bambini, ci mandavano di là’. Molti si sono fatti avanti, hanno pensato alle loro madri, alle sorelle. Ogni italiano, fino alla mia generazione, forse ha memorie tramandate non necessariamente di violenza ma di quel tipo di vita. Mia nonna non veniva picchiata da mio nonno, che era meraviglioso, ci mancherebbe. Ma ricordo che quando eravamo a tavola lei era ancora in piedi a servirci tutti. Non era una prevaricazione, ma era la regola. Una regola sbagliata, che giustamente adesso ci sembra assurda. Oggi non lo permetteremmo, diremmo: ‘Siediti, tu sei la regina’”.
Lei ha un atteggiamento molto combattivo. Che cosa la offende ancora?
“Mi offende la mancanza di rispetto anche nei confronti delle altre donne perché donne. Mi offende l’ingiustizia. E allora, a quest’età, attraverso il mio lavoro, voglio dire la mia. Non faccio comizi, racconto storie che mi stanno a cuore e che sono urgenti. E poi faccio parte del comitato artistico della fondazione Una Nessuna Centomila che si occupa delle case rifugio, dei centri antiviolenza, di aiutare concretamente. Con me ci sono molte altre artiste e cantanti, da Fiorella Mannoia a Paola Turci e Anna Foglietta. La cosa bella è che, anche tanti artisti come Piero Pelù, Ermal Meta o Brunori Sas, si sono uniti per sensibilizzare i fan ad esempio durante i concerti. È una rete grande, che si sta espandendo. Ognuno aggiunge un pezzo con il proprio lavoro”.
E a proposito di storie, sta già lavorando alla prossima?
“Sì, anche se per il momento non posso parlarne. Ne ho ancora tante da raccontare”.
Anche suo marito, Riccardo Milani, fa il regista: cosa le ha detto dopo aver visto il suo film?
“Conti che non è proprio di tante parole, dico sempre che è l’anello di congiunzione tra l’uomo e il gorilla (ride, ndr). Non aveva neanche voluto sapere la trama. Una domenica pomeriggio gli ho messo le cuffie e sono andata nell’altra stanza. L’ho trovato che piangeva, una cosa che si verifica, non so, quando si allineano i pianeti. Scherzi a parte, stiamo insieme da 23 anni e ha sempre fatto il tifo per me”.

E sua figlia l’ha visto? In fondo è dedicato a lei.
“È dedicato a Laura, anzi a Lauretta come lo chiamiamo. Prima le ho chiesto il permesso: temevo che, da grande, potesse pesarle quel vezzeggiativo. Mi ha detto: ‘Ma tu il film l’hai fatto che sono una bambina, chiamami Lauretta’. Quando l’ho presentato alla Festa del cinema di Roma, immaginavo di andarci con lei: si sarebbe commossa, avremmo avuto un momento di unione familiare. E lei, invece: ‘No mamma, quel giorno c’è la gita a Pompei’. Alla fine, comunque l’ha visto”.
Che ragazza è?
“Ha 13 anni e naturalmente la amo più di ogni altra cosa nell’universo. È simpaticissima. È felice quando ti fa ridere, e questo mi piace molto. Speravo che fosse intelligente, infatti lo è. Molto”.

E non è tanto presa da questi, orribili per me, telefonini?
“Ha anche lei una fascinazione, perché la sua generazione ce l’ha, ma è talmente martellata in casa che spero non ne diventi dipendente. Ovviamente il progresso è benvenuto, ma le parliamo di quanto i device ti possano anche isolare, non ti rendano libero di praticare l’immaginazione, un pensiero tuo, la logica. È stupendo quando ti connettono con gli altri, ma l’iperconnessione e la dipendenza da device, e quindi anche da social, secondo pubblicazioni scientifiche attiva lo stesso sistema di ricompensa delle droghe. Io ce la metto tutta per cercare di creare altri stimoli”.
Ho visto che qualcuno, parlando della sua professione, scrive: comica. A me viene il nervoso perché lei non è solo e soltanto una comica.
“Sono molto orgogliosa di fare e di aver fatto l’attrice comica perché credo che chi ha senso dell’umorismo sia un po’ più intelligente. Questo lavoro, che riguarda anche trattare materie complicate con l’umorismo, in realtà è difficilissimo. Se poi lo vogliamo sintetizzare in comica, va bene: mi sento comunque contenta di questa definizione. In generale, mi sento così maturata da non guardare più le definizioni degli altri. Mi interessa di più vedere come sono diventata, come sto evolvendo”.
Sophia Loren, che ho intervistato per i suoi 90 anni, ad esempio l’ha definita una poetessa.
“E come potrei dimenticarlo. Ricordo persino il momento preciso in cui ho letto quell’articolo su Repubblica: ero al mare, con mio marito, e sono saltata sulla sedia. Sophia Loren, intervistata da Natalia Aspesi, che parlava così di me… Ho trovato il numero di suo figlio Edoardo Ponti, volevo semplicemente ringraziare lei attraverso di lui. Ma poi il film è arrivato negli Stati Uniti, dove lui vive, ci siamo incontrati e, merito di quell’intervista, oggi Edoardo e io siamo grandi amici. Sophia? Mi ha fatto un altro regalo immenso scrivendo un suo pensiero che apre il libro appena uscito”.