repubblica.it, 28 maggio 2026
L’insostenibile Linea gialla, Israele erode le terre di Gaza
Giallo, a Gaza, è il colore del grande inganno. La Linea è mobile e non dovrebbe esserlo, si sposta verso ovest, di notte, metro dopo metro, restringendo ancora di più lo spazio vitale. I movimenti sono annunciati dalle milizie che collaborano con l’esercito di Israele: entrano nelle case ed emettono, loro, palestinesi, ordini di evacuazione per altri palestinesi. In alcuni punti la Linea, che da nord a sud misura 45 chilometri, ha invaso metà carreggiata della Salah al-Din, l’arteria principale. Il traffico si paralizza, per paura. Doveva essere una riga temporanea, sta diventando un nuovo confine.
«Netanyahu ci sta spingendo piano piano in mare», dice Mohammed Shbair, tassista di Khan Younis. Si tiene lontano dalla rotonda di Bani Suhaila, deserta. «Hanno spostato la Linea Gialla proprio lì, rendendola il bordo precario della nostra vita. Una volta ci parcheggiavamo i taxi in attesa dei clienti, adesso è un simbolo dell’asfissia, della costrizione».
Avvicinarsi significa automaticamente entrare nel mirino di un fucile. Attraversarla, è morte certa. È pericoloso anche solo guardarla, quella retta spezzata tracciata sulle macerie di Gaza e segnalata, di tanto in tanto, da blocchi di cemento dipinti di giallo, un metro cubo ciascuno. Se una telecamera o un telefonino riprendono quel che c’è oltre, verso ovest, dove sono acquartierate le truppe di Israele e il lavorio delle gru solleva nuvole di polvere, un drone recapita dall’alto una granata esplosiva. Non si può sapere cosa sta succedendo di là.
All’altezza di Al-Maghazi, la tendopoli al centro della Striscia, gli escavatori rombano tutto il giorno. «Stanno facendo qualcosa, un fossato profondo», sostiene Ahmed Al-Salahat, 38 anni, che vive nel campo sfollati. Ogni tanto, furtivo, li osserva che scavano, ma non riesce a stabilire profondità e larghezza. «Mettono sabbia, come per costruire una barriera che impedisca a persone e veicoli di attraversare». Dice che lo scavo parte a est di Deir al-Balah e arriva fino ad Al-Maghazi, ed è la Linea che si consolida. «I bulldozer sono protetti da veicoli militari».
I gazawi fanno ipotesi: barriere di terra, spostamento di macerie, nuove postazioni militari o chissà cos’altro. Nessuno sa con certezza, ma tutti nutrono il sospetto che non ci sia niente di provvisorio in quei terrapieni e in quei fossati. Anche perché il piano di Trump si è avvitato su se stesso: il Board of Peace senza finanziamenti, i 15 tecnocrati palestinesi del Comitato per l’amministrazione di Gaza ancora chiusi in un hotel al Cairo, non essendosi costituita la Forza di stabilizzazione internazionale che ne doveva garantire la sicurezza, Hamas che non ci pensa proprio a mollare le armi. «Se lo stallo continua, la Linea Gialla potrebbe diventare un recinto o un muro», ha ammesso, non più tardi di qualche giorno fa, il Direttore generale dello squattrinato Board of Peace, Nikolay Mladenov.
Se non è ancora un muro, è già un tratto esistenziale. «Che separa la vita dalla morte», fa Raed Mosleh, padre di tre figli. Abita a 40 metri. «Non me ne andrò, perché il rischio di essere colpiti esiste sia vicino sia lontano dalla Linea. Cosa faccio quando sparano? Mi butto a terra. I proiettili che fischiano a un metro sopra la testa fanno parte del nostro diario».
La Linea Gialla è stata concordata tra Netanyahu e Trump al momento del cessate il fuoco, l’ottobre scorso. Separa la zona tuttora sotto il controllo di Israele, dove i palestinesi non possono stare, da quella ufficialmente sotto il controllo di nessuno, che vuol dire in mano ad Hamas. Il fuoco, però, non è mai cessato. In sette mesi sono stati uccisi quasi 900 palestinesi, in raid, combattimenti, colpi di proiettile a ridosso della Linea. Che, nel frattempo, si è mossa: lasciava sotto controllo militare israeliano circa il 53 per cento della Striscia (altre mappe già ad ottobre indicavano un’area più vasta, il 58 per cento), ora copre il 60 per cento del territorio dell’enclave. Lo ha dichiarato Netanyahu in persona. Non ha detto però come l’hanno allargata.
«Due settimane fa, di notte, sono arrivati i collaboratori degli israeliani, armati», racconta Iyad Abu Amra, che vive di poco a est della Salah al-Din, in una località chiamata Abu Al-Ajeen. «Ci hanno detto che era meglio per noi andarcene perché la mattina dopo l’Idf avrebbe messo davanti a casa nostra il blocco giallo». A volte i miliziani dei sei gruppi che, nella Striscia, stanno lavorando con l’esercito israeliano, usano la minaccia dello spostamento come scusa per saccheggiare le abitazioni. Quasi sempre, però, sono messaggeri.
È un doppio inganno, dunque. Non solo perché la Linea Gialla avanza, ma anche perché divide una zona proibita da un’altra zona proibita: non ci si può avvicinare, quindi di fatto esiste un’altra fascia interdetta, «ampia quanto il tiro del fucile», dicono i gazawi. Informalmente viene chiamata linea arancione. Se si calcola anche quella, l’erosione dello spazio vitale arriva al 62-63 per cento della Striscia, rendendola uno dei posti con la più alta densità abitativa del mondo.
Ci sono dei cadaveri sotto le rovine dove non si può arrivare, i gazawi dispersi sono circa 9.500. L’ospedale Al-Salam, ad Al-Qarara, è stato incendiato prima della tregua. Un blocco giallo nega la speranza di rivederlo in funzione. Sullo sfondo, nell’area inaccessibile, il villaggio agricolo di Al-Qarara. Said Al-Abadla, proprietario terriero, aveva lì delle serre e un pozzo. «Ora è terra desolata e non ci possiamo fare nulla. Oltre la Linea si muovono solo militari israeliani, cani randagi e collaborazionisti».