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 2026  maggio 28 Giovedì calendario

Perché non esiste più il buddismo di una volta

L’unica religione in declino sul pianeta è quella di cui l’Europa e il mondo anglosassone non riescono a fare a meno. Mentre globalmente islam, induismo, cristianesimo e giudaismo crescevano tra il 2010 e il 2020, il numero dei buddisti calava da 343 a 324 milioni: una contrazione del 5% in un decennio in cui la popolazione mondiale aumentava del 12. Lo rivela il più grande studio demografico sulle religioni mai condotto, pubblicato dal Pew Research Center nel 2025 su dati raccolti in 201 paesi. Il risultato è uno di quei paradossi statistici che valgono più di un saggio: la fede che il mondo benestante ha adottato come tecnica di sopravvivenza si sta ritirando dai luoghi dov’è nata, vissuta e tramandata da secoli.
Il calo ha due motori. Il primo è demografico: i buddisti tendono a essere più anziani della media mondiale e spesso vivono in Paesi con bassi tassi di natalità. Il secondo è il cosiddetto switching religioso: per ogni 100 adulti cresciuti buddisti, 22 abbandonano la fede nell’età adulta, mentre soltanto 12 la abbracciano per conversione. Il Pew non isola una terza causa, ma la politica cinese in Tibet la suggerisce con forza: non secolarizzazione volontaria, ma repressione sistematica di Stato.
La Rivoluzione Culturale ha demolito templi e comunità monastiche in Cina; l’occupazione militare ha criminalizzato la pratica da decenni. Quei milioni di non affiliati cinesi che il Pew conteggia come semplice “abbandono della fede” narrano una storia diversa dalla secolarizzazione post-industriale giapponese o coreana. Ma anche questa aritmetica, da sola, non spiega tutto. Bisogna capire dove avviene lo svuotamento spontaneo e dove, invece, l’abito monastico si sta trasformando in strumento di violenza etnica. Sono fenomeni opposti che accadono contemporaneamente, alle due estremità di un continente.
Nell’Asia ricca, cioè in Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan, Vietnam oltre alle città cinesi più sviluppate, il buddismo perde fedeli formali, ma non scompare come substrato culturale. È un processo analogo alla scristianizzazione europea: si abbandona l’etichetta, resta la sedimentazione. Un giapponese che porta fiori sulla tomba dei genitori secondo il rito buddista, non mangia carne in certi giorni, pratica meditazione, non si definirà necessariamente buddista se interrogato in un sondaggio. Nelle società più ricche e istruite la religione tende a diventare post-istituzionale, praticata senza dichiarazione di appartenenza. I non affiliati sono quindi la categoria che cresce di più: 270 milioni in più in un decennio, fino a 1,9 miliardi. In Asia del nord, sono moltissimi gli ex buddisti che restano buddisti solo per osmosi culturale.
Nell’Asia sudorientale postcoloniale, invece, accade il contrario. La veste monastica non si svuota: si arma. Sonia Faleiro, scrittrice e giornalista indiana tra le più rigorose della sua generazione, nel saggio The Robe and the Sword (Columbia Global Reports, 2025) arriva a una tesi scomoda, ma necessaria: il trauma dell’occupazione coloniale è la causa primaria della violenza religiosa in Sri Lanka, Myanmar e Thailandia. I britannici se ne andarono lasciando umiliazioni storiche non elaborate, economie fragili, identità maggioritarie traumatizzate e pronte a cercare un nemico interno. Il monaco Gnanasara che incita le folle contro i musulmani, Wirathu che contribuisce ad accendere un genocidio, i monasteri thailandesi che consolidano il potere militare sono il frutto avvelenato di quel trauma. Una lettura che semplifica volutamente, ma che ha il merito di indicare il colonialismo come fattore strutturale spesso rimosso dal dibattito.
Dove il buddismo era stato usato dai colonizzatori come marcatore identitario da amministrare, nel postcoloniale diventa strumento di potere etnico. Non è una novità: la storia documenta monasteri buddisti al servizio di eserciti invasori secoli prima dei britannici, e monaci che hanno guidato resistenze anticoloniali con la stessa veste.
Poi c’è il mondo non asiatico che acquisisce questo stesso buddismo, spesso lo svuota della dottrina, riducendo tutto a tecnica cognitiva in app e corsi aziendali. La diagnosi più precisa la offre Byung-Chul Han, il filosofo sudcoreano-tedesco secondo il quale la meditazione si ammutolisce in una mindfulness da prestazione, il “mi piace” diventa l’analgesico di un presente in cui la felicità si assottiglia fino a diventare benessere. E il benessere si riduce a rendimento. Non è Dio a essere morto: è l’uomo a cui Dio si è rivelato che non esiste più, perché non ha più l’attenzione creativa necessaria per contemplare alcunché. La mindfulness aziendale è la dimostrazione più evidente: il risultato secolare della più sofisticata tradizione contemplativa asiatica diventa lubrificante dell’autosfruttamento.
Donald S. Lopez Jr., il più autorevole studioso americano di buddismo, ricorda nel suo recente Il lungo viaggio del buddhismo (Ubiliber, 2026) che nel 1789 Gibbon descriveva questa religione come “avvolta fra le nuvole”. Le nubi si sono diradate, ma il panorama è più complicato di quanto Gibbon avrebbe immaginato. La chiave della sopravvivenza buddista non è nella dottrina: è nella sua capacità di tradursi, di spostarsi da un medium all’altro, da una lingua all’altra. A differenza di ebraismo, islam e induismo, il buddismo non ha mai avuto una lingua sacra. A viaggiare non è mai stata un’idea astratta: sono stati monaci e mercanti, con testi, reliquie e immagini sulle spalle. Questa capacità, che ha spinto il dharma dall’India alla Cina, al Giappone, al Tibet, alla Thailandia, Sri Lanka e Myanmar ha portato oggi la mindfulness nelle app aziendali e lo “zen” a diventare un aggettivo. Il meccanismo è identico. Solo il contesto è diventato assurdo. E non è nemmeno nuovo: Lopez ricorda che Marco Polo nel 1291, dopo aver descritto la vita del Buddha nello Sri Lanka, concluse che se fosse stato cristiano «sarebbe stato un grande santo di Nostro Signore Gesù Cristo». La tradizione europea di ridurre il Buddha a qualcosa di familiare ha 730 anni.
Il sondaggio Pew ha fotografato soltanto la superficie: il calo dei numeri formali, la diminuzione delle affiliazioni dichiarate. Ma la notizia non è che il buddismo si stia svuotando. È che si sta moltiplicando in forme inconciliabili: spettrale nel Nordest asiatico, bellicoso nel Sudest, terapeutico in Europa e mondo anglosassone, clandestino in Tibet.
Forse è proprio questa moltiplicazione inconciliabile la spiegazione più onesta del paradosso di partenza: una tradizione si svuota numericamente quando si frammenta troppo, quando invecchia senza ricambio in Asia orientale, si radicalizza in quella sudorientale, sopravvive clandestinamente in Tibet e si dissolve in tecnica cognitiva nei Paesi in cui cresce. Restano, ovunque, i praticanti autentici: quelli che il sondaggio non sa contare e che il mercato non sa vendere. La domanda è se bastino a tenere in vita qualcosa di riconoscibile come buddismo.