Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 28 Giovedì calendario

Fmi boccia le scelte italiane

Un cartellino giallo da Washington. Al termine della consueta missione sullo stato di salute dell’Italia, il Fondo monetario punta sulle misure contro il caro energia, che «dovrebbero essere neutre dal punto di vista del bilancio, temporanee, ben mirate e non vanificare gli incentivi alla riduzione dei consumi energetici». Per questo, dice il Fmi, «la recente riduzione generalizzata delle accise sul gasolio e sulla benzina» deve lasciare il posto a «trasferimenti in denaro mirati alle famiglie più vulnerabili». Tradotto significa che lo sconto sulle accise uguale per tutti alla pompa costa, aiuta anche chi non ne ha bisogno e rischia di diventare l’ennesima misura provvisoria con il vizio italiano della permanenza.
Il Fondo, nel giudizio complessivo sull’Italia, riconosce che il consolidamento fiscale, cioè la linea del risanamento dei conti pubblici, rafforza la fiducia dei mercati. Subito dopo, però, ricorda che il debito resta elevato e che il Paese rimane esposto agli shock esterni. Da qui l’invito a un aggiustamento più rapido, fondato sull’allargamento della base imponibile, sul contrasto all’evasione e su una maggiore efficienza della spesa. Non proprio il terreno su cui una riduzione generalizzata delle accise trova il suo habitat naturale.
A stretto giro di posta Giancarlo Giorgetti prova però a riportare il giudizio del Fondo dentro una cornice meno negativa. «Lo sappiamo che il debito è alto, non mi sembra una novità», dice il ministro dell’Economia, ricordando che sui conti continua a pesare l’eredità del Superbonus. E sulla bocciatura del taglio delle accise invita a leggere tutta la relazione: «Ieri (martedì, ndr) abbiamo fatto l’incontro, è andato tutto bene». Il dissenso sullo strumento resta: Washington chiede aiuti selettivi, ma Roma difende una misura che dà subito sollievo.

Anche da Francoforte arrivano allarmi, con un ragionamento che cambia accento, ma non sostanza. La Banca centrale europea non boccia questa o quella misura italiana, ma mette in fila i rischi: prezzi dell’energia più alti, crescita più debole, deficit già pesanti, margini fiscali scarsi. Il vicepresidente Luis de Guindos, che presenta il rapporto sulla stabilità finanziaria, riassume il nodo con una formula che vale anche per Roma: «L’attuale shock dell’offerta energetica comporta rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica». E avverte che lo stesso shock «potrebbe inoltre aumentare la volatilità dei mercati e mettere a dura prova la capacità di servizio del debito».
Qui si innesta il dubbio della Bce, o meglio la sua doppia paura. Da una parte l’inflazione che risale con l’energia e contamina il resto del paniere dei prezzi; dall’altra l’economia che rallenta proprio mentre i tassi possono tornare a salire. Gli aiuti pubblici, per Francoforte, restano legittimi solo se temporanei e mirati: se diventano larghi, costosi e permanenti, rischiano di sostenere la domanda proprio mentre la banca centrale prova a raffreddare i prezzi. Per il governo la strettoia è evidente. Da un lato Palazzo Chigi e il Tesoro vogliono evitare che benzina, gasolio e bollette si trasformino in una tassa geopolitica permanente su consumi, trasporti e industria. Dall’altro devono mantenere il deficit sotto controllo, anche per chiudere la procedura europea per disavanzo eccessivo e riportare l’Italia in un alveo meno sorvegliato.
Da qui nasce la trattativa con Bruxelles, finora senza risultati apprezzabili, per ottenere sulle spese energetiche una flessibilità simile a quella riconosciuta alla difesa. Giorgetti presenta la richiesta come un’estensione delle regole esistenti e non come uno strappo: «Riteniamo che, senza fare stravolgimenti, l’attuale regola e gli attuali limiti quantitativi già previsti per le spese per la difesa possano essere estesi anche ai contraccolpi» della crisi energetica. Il tetto, assicura, resta quello dell’1,5% del Pil: «Rimane 1,5 per la difesa più l’energia», con ogni Paese libero poi di dosare gli interventi.
Anche perché in un Paese industriale come l’Italia, dice, «la mia preoccupazione non è semplicemente il prezzo del gasolio o della benzina», ma il rischio che diventino carenti semilavorati chimici e petrolchimici indispensabili ai cicli produttivi, fino a fermare interi settori. Per questo l’energia diventa un fattore di sicurezza nazionale. «La discussione è in corso, non è facile», ammette Giorgetti, che spera in una risposta o in una controproposta della Commissione europea «a breve».