corriere.it, 28 maggio 2026
La convivenza forzata è la sfida per la missione su Marte
Come sarebbe la convivenza prolungata di un equipaggio nello spazio profondo, magari durante i due anni di viaggio Terra-Marte, andata e ritorno? Come reagirebbero gli astronauti all’isolamento e al confinamento estremo? Lo ha indagato un team internazionale guidato da Isi Foundation (Istituto per l’interscambio scientifico) di Torino (il presidente è lo scienziato Alessandro Vespignani) che si occupa da oltre 15 anni di misurare quantitativamente come le persone interagiscono in contesti diversi (utile durante la pandemia di Covid). La Fondazione italiana, con altre istituzioni scientifiche europee e il supporto dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) ha monitorato per dieci mesi le dinamiche psicologiche e comportamentali di dodici scienziati (prevalentemente italiani e francesi) vissuti nella stazione antartica Concordia, in condizioni di vita estreme simili a quelle che si possono trovare durante le missioni spaziali.
La ricerca, appena pubblicata sulla rivista Pnas, rivela un paradosso: nelle missioni estreme, l’aumento dei contatti sociali può tradursi in una minore coesione e in un aumento della conflittualità che portano a un progressivo deterioramento del benessere psicologico e delle dinamiche di squadra. E questo, in una missione spaziale è un aspetto cruciale: se l’equipaggio alla lunga non va d’accordo e nascono conflittualità ne va della riuscita del progetto.
Un laboratorio per Marte
Situata sul Dome C dell’altopiano antartico orientale, a oltre 3.000 metri di altitudine (condizione che comporta una cronica carenza di ossigeno) e con temperature che precipitano fino a -80°C, la stazione Concordia è il luogo più isolato della Terra. Durante i nove mesi dell’inverno polare, l’equipaggio è completamente tagliato fuori dal resto del mondo (per un’evacuazione ci vorrebbero settimane) e questo rende la base l’analogo perfetto per le future missioni umane su Marte. Valutare l’autosufficienza e la cooperazione dei suoi abitanti è il modo più concreto per capire le dinamiche relazionali in una situazione simile a quelle che in futuro vivranno gli astronauti diretti nello spazio profondo.
Il paradosso della vicinanza: l’uso dei sensori indossabili
Per osservare le dinamiche di gruppo i ricercatori hanno utilizzato sensori di prossimità indossabili per registrare automaticamente, in modo obiettivo e non invasivo, le interazioni tra i membri dell’equipaggio. I sensori riescono a scambiarsi dati solo quando due persone sono orientate l’una verso l’altra a una distanza inferiore al metro e mezzo. Questo permette di distinguere tra una vera interazione frontale e la semplice vicinanza fisica casuale. Oltre ai sensori indossati dai membri del team, sono stati installati sensori fissi sulle pareti di stanze specifiche (come la mensa o la palestra) per tracciare con precisione dove avvenivano le relazioni. A questa tecnologia sono stati integrati i dati dei questionari (anonimi) con informazioni comportamentali. «La peculiarità del nostro lavoro – spiega Ciro Cattuto, direttore scientifico della Fondazione Isi e tra gli autori della ricerca - risiede nell’aver utilizzato per la prima volta due strumenti di misura diversi simultaneamente sulla stessa comunità: questionari psicologici standard, una pratica comune per valutare periodicamente la salute mentale e sensori di prossimità indossabili: dispositivi elettronici molto piccoli che registrano oggettivamente chi incontra chi e per quanto tempo. Questa combinazione ha permesso di sovrapporre la percezione soggettiva dei singoli (questionari) con i dati comportamentali obiettivi (sensori), coprendo l’intera comunità, un “lusso” possibile solo in un ambiente totalmente isolato come quello antartico».
Antartide
Il declino del benessere individuale e di squadra
Lo studio ha documentato un progressivo deterioramento del clima sociale, con un paradosso: nonostante la costante presenza fisica dei compagni, i membri del team hanno infatti riportato un significativo aumento del senso di solitudine. Ancora più critico è l’emergere di pensieri paranoici: la sensazione infondata che gli altri stiano osservando, giudicando o parlando male di sé. Nel corso dei mesi la coesione di squadra e la percezione della performance individuale sono crollate drasticamente. I conflitti interpersonali sono aumentati, alimentando un circolo vizioso in cui la diffidenza genera tensione, che a sua volta aumenta l’isolamento percepito.
Il paradosso della prossimità
Cattuto spiega che, mentre nella popolazione generale una maggiore socializzazione è associata a un migliore benessere mentale, in questo contesto estremo è emerso l’opposto. «Nei giorni in cui i sensori registravano più interazioni sociali per una singola persona, i suoi esiti di salute psicologica risultavano peggiori» dice Cattuto che sottolinea come il problema principale non sembra essere l’isolamento (stare da soli), per cui i membri sono addestrati, ma il confinamento forzato, senza via di fuga, con persone non scelte. In condizioni estreme, la socialità diventa quindi un potente fattore di stress.
La frammetazione del team: francesi contro italiani
Con il calo delle risorse emotive e l’aumentare dello stress, il gruppo ha mostrato una marcata tendenza alla polarizzazione. Le interazioni sociali si sono progressivamente raggruppate per nazionalità e lingua, creando sottogruppi chiusi (omofilia nazionale) che hanno indebolito l’integrità dell’intero equipaggio. «Con l’avanzare del tempo, la rete sociale si è frammentata lungo linee nazionali: gli italiani tendevano a stare con gli italiani e i francesi con i francesi» conferma il ricercatore. «Queste differenze culturali – conclude Cattuto – riemergono come forze che “fratturano” la comunità, compromettendo potenzialmente le prestazioni e la sicurezza del team in un ambiente estremo»
L’applicazione del monitoraggio diagnostico
Ai limiti fisici e tecnologici già noti che rendono il viaggio verso Marte un’impresa ad oggi estremamente complessa (radiazioni cosmiche, motori e carburante), si aggiunge il limite umano: la capacità di gestire le relazioni e prevenire i conflitti in condizioni di stress cronico. Per questo nelle future missioni spaziali, prima della partenza, potrebbe essere utile utilizzare i sensori per intercettare problemi di coesione del team, prima che diventino critici e ripensare la composizione degli equipaggi, gestendo meglio l’eterogenicità e la distribuzione dei ruoli per evitare fratture sociali.