Corriere della Sera, 28 maggio 2026
Raffaella Leone ricorda suo padre
Raffaella Leone ha prodotto, con suo fratello Andrea, tanti tra i film di maggiore successo degli ultimi anni. Film di Paolo Virzì, Gabriele Muccino, Paolo Genovese, Fabio De Luigi… L’ultimo film coprodotto, Paper Tiger di James Gray, con Scarlett Johansson, è appena stato in concorso a Cannes. Nel 2024, il presidente Sergio Mattarella l’ha nominata Cavaliere del lavoro. «Il cinema l’ho sempre respirato», racconta lei. Sui set, andava da piccolissima col padre Sergio, il regista che ha reinventato il western e firmato quel capolavoro che è C’era una volta in America. Oggi, però, più che custodire il mito paterno, Raffaella ne porta avanti la lezione: coniugare immaginazione e industria, istinto e pubblico.
Il suo primo ricordo di set?
«Ricordo bene il primo western, Per qualche dollaro in più, in Spagna, perché fu la mia prima, poco gloriosa, comparsata. Avrò avuto tre anni, dovevo stare seduta su una banchina del treno, ma ogni volta che il treno arrivava, fra scintille e rumore, scappavo».
Era già chiaro che non avrebbe fatto l’attrice?
«C’era però la fascinazione per un mondo. Partivamo con amici, zii, cugini… Era un trasloco: per papà, era impensabile stare lontano dalla famiglia per mesi. Vivevo i set come luoghi magici: le roulotte degli attori in cui da bimbe ci intrufolavamo per giocare; le città che davanti sembravano vere e dietro finivano nel nulla; e poi la sartoria, i vestiti promessi a me e a mia sorella».
Il suo primo lavoro fu proprio l’aiuto costumista. In «C’era una volta in America».
«Ero l’ultimo aiuto costumista. Ovviamente, non retribuita. Avevo vent’anni, studiavo all’accademia di costume e moda. Non sapevo ancora se volevo fare costume o moda e intanto avevo fatto un’esperienza alla Sartoria Tirelli. Fu mio padre a insistere per mettermi alla prova su un suo film e, sul set, capii subito che dovevo affrancarmi dall’essere “la figlia di”. Ero la prima ad arrivare, l’ultima ad andare via. Alla fine, gli altri della troupe mi proteggevano da papà, che da me pretendeva moltissimo. Una notte, a Parigi, distrutta, crollai su un divano e mi addormentai. Quando mi svegliai, mi accorsi che le sarte mi avevano coperta con una tovaglia, per non farmi scoprire da papà. Lì capii quante belle persone ci sono nel cinema».
Qual è il primo ricordo di suo padre?
«Più che uno solo, una scena che si ripeteva: svegliava me e mia sorella il sabato o la domenica mattina, diceva “forza, si va” e ci portava alle giostre».
Giocava anche lui?
«Gli piaceva tantissimo. Era serissimo quando giocava. E non lasciava vincere noi bambine: sparava, centrava i bersagli, vinceva lui i premi».
Un pistolero, come nei suoi western?
«Guardava il mondo con gli occhi di un bambino, come Peter Pan».
Oggi, fa la produttrice: il cinema era un destino?
«Non ho opposto resistenza. Poi, è stato un percorso, fatto con Andrea, lavoriamo insieme da quasi 40 anni. Non ricordo una vita in cui non sia con me: siamo complementari, lui è più razionale, pragmatico, ha una visione più industriale e commerciale; io mi faccio prendere più dalla passione, dall’emozione, e amo la parte creativa. Abbiamo iniziato con la distribuzione, poi la società è cresciuta, ci siamo quotati in Borsa, abbiamo acquisito una società di produzione e il passo successivo è stato naturale».
Sono vostri film come Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, La pazza gioia di Paolo Virzì, A casa tutti bene di Gabriele Muccino… Come sceglie i titoli da produrre?
«Mi porto dietro un bagaglio enorme di copioni letti, film visti, discussioni sul cinema. Sono maniacale nella lettura della sceneggiatura, faccio note, sono invadente in certi casi, però mi chiedo sempre: per chi è questo film? Il mio lavoro è capire se una storia ha un pubblico».
Coi registi che ho citato sono veri sodalizi: come li ha consolidati?
«Lavorando insieme, ci si conosce e si capisce che tutto è finalizzato al bene del film. Io dico sempre la mia, ma il film resta del regista. Anche perché la sua visione la vedi solo durante e dopo le riprese. Prima, però, lavoro tanto con loro sullo sviluppo. Con Genovese, per esempio, prima di arrivare a una forma all’apparenza semplice per Perfetti sconosciuti o Follemente, c’è stato un ragionamento lunghissimo. Con Muccino, su Le cose non dette abbiamo lavorato benissimo proprio perché collaborando da tempo, avevamo superato quella piccola resistenza che è fisiologica all’inizio».
Spesso nei suoi film, lei fa centro con temi specchio dei tempi: di recente, con Muccino, la crisi di mezza età; in «Perfetti sconosciuti», i segreti celati nei telefonini. Suo padre, invece, amava raccontare storie senza tempo.
«Le grandi storie epiche che amava lui richiedono mezzi enormi. Oggi, in parte, la scelta dipende dai costi: i film italiani viaggiano poco all’estero e questo obbliga a budget più contenuti. Però è vero che mi interessano la contemporaneità, l’essere umano, i suoi controsensi, le sue debolezze».
Ora, produrrà il film che racconta le origini di C’era una volta in America.
«È la storia di un uomo che insegue un film per tutta la vita. O, almeno, che impiega 15 anni per fare un film e non fa nient’altro finché non ci riesce. Ed è raccontata con l’ironia di mio padre. Era il “suo” film: una storia di crescita, amicizia, tradimenti, memoria, e molto della sua formazione; lo ripensava, lo riscriveva, ne parlava a tavola. Ed era un progetto complesso da mettere in piedi».
Protagonista: Bob De Niro.
«Doveva passare da un’età all’altra e, nei giorni in cui era il Noodles più anziano, si muoveva, camminava e mangiava come un vecchio anche mentre non girava. Negli altri giorni, tornava a muoversi come un ragazzo. Restava dentro quel corpo, dentro quel tempo. Un grande».
Il film uscì in America massacrato e rimontato: suo padre come la prese?
«Fu un dolore enorme. Non volle mai vedere quella versione e non l’abbiamo mai vista neanche noi in famiglia».
Quando suo padre morì, all’improvviso, d’infarto a soli 60 anni, stava lavorando a un film sull’assedio di Leningrado: prometteva di essere altrettanto impegnativo?
«Forse persino di più: era ambientato in Russia, con la neve, i carri armati... Una macchina produttiva enorme. Papà voleva raccontare un amore sullo sfondo della guerra, tornava la sua idea di cinema: una favola, ma immersa nella storia. Oggi, forse, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale sarebbe più facile».
Gli dispiacevano le critiche sugli «spaghetti western»?
«In apparenza era impermeabile, ma secondo me non lo era affatto. Soffriva quando sentiva che dietro c’era un preconcetto. Ricordo il suo stupore quando, dopo la consacrazione internazionale di C’era una volta in America, anche molti critici italiani cominciarono a ricredersi».
Suo padre e Ennio Morricone erano i due amici geniali: davvero suo papà capiva poco di musica?
«Non capiva quasi nulla. Aveva un grande istinto, quello sì, ma era aiutato moltissimo da mia madre, che aveva una cultura musicale forte, anche per la sua formazione da ballerina. Mamma per lui è stata importantissima. Era una donna intelligente e molto critica: non quella che ti dice sempre quanto sei bravo, ma una delle poche persone che gli dicevano quando una cosa non funzionava».
Lui sul set aveva fama di essere autoritario. E in casa?
«Per niente. Non faceva la morale, non faceva spiegoni. Non ha mai detto: si fa così. Al massimo, si offendeva se i cibi che piacevano a lui non piacevano anche a te».
Leggendaria era la sua passione per il cibo.
«Ricordo i litigi con Tonino Delli Colli, il direttore della fotografia, che a tavola lo incalzava perché la luce cambiava e bisognava sbrigarsi. Una volta, a New York, papà si attardò a mangiare calzone fritto e Tonino andò su tutte le furie».
Un altro aneddoto buffo?
«Mamma raccontava che mentre erano su uno di quei kolossal storici che si giravano allora a Roma, scappò un leone dalla gabbia e che lui, per salvarsi, si rifugiò in una torretta disinteressandosi di lei. Lo prendeva in giro: diceva ama il mito, ma non è un eroe».
Un mito lo era. Per Quentin Tarantino per esempio.
«Una volta, lo vidi al ristorante e andai a ringraziarlo per le cose belle che dice su papà. Schizzò in piedi e quasi mi prese in braccio. Racconta sempre che, quando vuole un primo piano strettissimo, dice “dammi un Leone”».