Corriere della Sera, 28 maggio 2026
Umbria, duello sulle maxi pale eoliche
Avete presente il grandioso Duomo di Orvieto che dalla sua rupe domina per chilometri tutti i dintorni? Moltiplicate per quattro i suoi 53 metri d’altezza ed eccovi una delle sette gigantesche pale eoliche che una multinazionale tedesca vuol conficcare in quello che Ferdinand Gregorovius chiamò il «giardino dell’Italia centrale, reso vivo da colli verdi e oliveti, valli ridenti e torrenti pieni d’acqua». Un giardino che, totalmente ignoto alle autorità ambientali chiamate a custodirlo, sarà (forse) salvato dalla benedetta irruzione radio di Rosario Fiorello. Che in pochi minuti di lectio istrionica e indignata in onda a La Pennicanza su Radiodue ha dato l’ultima spinta alla governatrice umbra Stefania Proietti a mettersi di traverso al ciclopico progetto. Annullando «in autotutela», a scanso di possibili inchieste, il «silenzio-assenso» che aveva sbloccato l’affare.
Anni di proteste
Sia chiaro, la sfuriata di Fiorello non è contro la necessità di energie alternative. Ovvio. Ma c’è modo e modo, luogo e luogo. E le battute paradossali del mattatore radiofonico sull’«Umbria ventosa» («tutti i velisti vengono qui!») e gli uccelli che sbattono sulle pale richiamati dalle prediche di San Francesco sono solo l’ultimo e più vistoso allarme sul tema. Nella scia di anni di denunce, esposti, manifestazioni che hanno coinvolto migliaia di persone, decine di sindaci (a partire da quelli dei comuni interessati), centinaia di intellettuali. Lo showman, geniaccio qual è, coglie il senso di tutto. E getta sale sulle ferite. A partire dalla sproporzione tra la sobrietà dei paesaggi rurali umbri e «questa specie di piramide di Cheope» che vogliono farci in mezzo. Altro che Cheope! Sapete quanto è alta la più maestosa delle piramidi egizie? Centotrentanove metri: 61 in meno di ciascuna delle sette pale eoliche. Che dovrebbero svettare a 204 metri d’altezza (quasi quanto la Torre UniCredit di Milano, il grattacielo più alto d’Italia) e per stare su avranno bisogno di «basamenti di 15.000 tonnellate di cemento, più di 600 tonnellate di acciaio e quasi 6.000 tonnellate di sabbia». Da scavare e riempire in mesi se non anni di lavoro in un rombante viavai di ruspe, autotreni e caterpillar tra vigne e casolari, ulivi e cipressi.
I nomi
«Ma ‘sti tedeschi sono andati a scuola?», chiede Fiorello. Hanno un’idea di cosa significhi rispettare le proporzioni? Certo scegliendo per il loro progetto eolico umbro il nome Phobos e per quello fotovoltaico Deimos, i figli di Ares e Afrodite, rivelano d’ignorare la mitologia greca legata alla guerra: il primo è associato allo spavento, il secondo al terrore. Proprio i nomi giusti, per rasserenare le popolazioni locali... E non sembrano più edotti, i cervelloni, sulla storia della loro patria, Essen, nella Rhur dove ha sede la multinazionale RWE. Stuprata da un’industrializzazione così selvaggia che già un secolo fa, nel 1926, il mitico Joseph Roth, tra i maggiori giornalisti e scrittori del secolo, narrava sulla Frankfurter Zeitung di «un terreno che non ha più senso, non ha più nemmeno l’attesa di portare un giorno un giardino, un campo o una casa. È il cadavere di un terreno». Al punto che da decenni è in corso un recupero costosissimo di archeologia industriale avviato dopo un drammatico appello di Willy Brandt del ‘61: «Il cielo sopra la Ruhr deve tornare azzurro». Diranno: proprio perché noi tedeschi abbiamo già pagato un caro prezzo oggi puntiamo all’energia pulita. Curioso: è in nome di questa idea che chiamano i progetti Spavento e Terrore?
La politica
E sempre lì torniamo, alla cattiva coscienza della cattiva politica, di destra e sinistra, incapace di assumersi la responsabilità di dire: qui c’è il vento giusto, qui mancano valori paesaggistici o archeologici inestimabili da difendere, qui vanno messe le pale. E andare poi a spiegare la scelta alle comunità locali. Sfidando eventuali proteste. Macché: meglio l’ignavia. I silenzi. L’assenza. E l’attesa che varie multinazionali di mezzo mondo, coperte a volte da un anonimo geometra locale squattrinato, sparino raffiche di progetti nell’indifferenza totale per i paesaggi, i beni archeologici, le memorie storiche: qualcuno passerà. Magari il burocrate di turno non s’accorge che il nuovo parco (citiamo un altro progetto contestato) devasterebbe i dintorni di un gioiello unico come Bagnoregio...
Perché così è andata a Orvieto, spiega l’avvocato Michele Greco nell’istanza presentata a nome di Marco Sansoni e Francesco Pratesi di Italia nostra Umbria e Toscana con l’appoggio di Monica Tommasi di Amici della Terra. La ricostruzione degli atti burocratici e amministrativi ve la risparmiamo: è un guazzabuglio. I nodi sono il parere a favore del ministro dell’Ambiente, quello contrario della Cultura, l’ok di Palazzo Chigi, il no all’Autorizzazione Unica della Regione Umbria, la trappola del «silenzio-assenso» da dare entro 60 giorni (in un’Italia dove per la carta d’identità elettronica si possono aspettare quattro mesi!) e una selva interminabile di ricorsi e controricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Con l’accusa della nuova giunta umbra di sinistra alla Rwe d’avere fornito dati troppo «ottimisti» sulla forza dei venti in realtà modesti. E lo sbocco finale col richiamo a più sentenze del Consiglio di Stato secondo cui «il silenzio assenso può dar vita anche a un atto illegittimo» contro cui chi perde può «reagire nei limiti in cui gli spettano poteri di autotutela». Esattamente quel che ha appena fatto la governatrice umbra.
Tormentone finito? C’è da dubitarne. Troppo alta, la posta in palio. Resta il tema di fondo, ricordato poche settimane fa da una lettera aperta inviata a Sergio Mattarella da una moltitudine di preoccupati difensori di Orvieto: «Possiamo davvero salvare il clima distruggendo i territori?».