Corriere della Sera, 28 maggio 2026
L’intero Libano del Sud «campo di battaglia». Gaza, ucciso capo di Hamas
L’ordine di evacuazione – ripetuto più volte in poche ore – coinvolge tutti gli abitanti nel Sud del Libano. Quelli che sono rimasti, un milione è già fuggito verso Beirut. «È un campo di battaglia» avvertono in arabo i portavoce dell’esercito israeliano. «Stiamo per bombardare su larga scala». Il premier Benjamin Netanyahu ha fretta di ottenere qualche risultato prima che Donald Trump firmi – se succederà – un’intesa con l’Iran e gli imponga di fermare le operazioni contro Hezbollah. È quello che chiede il regime islamico per proteggere l’organizzazione sciita sua alleata: l’ha armata e finanziata in questi anni.
Bibi vede le elezioni avvicinarsi – sono previste per l’autunno – e deve spiegare agli israeliani, soprattutto a quelli che vivono nel Nord sotto il bersagliamento costante dei missili e dei droni lanciati dai paramilitari, come è possibile che il gruppo libanese sia passato dall’essere stato «annientato», come aveva proclamato, a rappresentare di nuovo una minaccia nei mesi passati dal cessate il fuoco del novembre 2024.
«Risparmiare Beirut»
Com’è possibile che né lui né i generali abbiano studiato la guerra in Ucraina fino a individuare il pericolo rappresentato per le truppe dai droni pilotati a distanza con i cavi di fibra ottica: colpiscono e uccidono i soldati stanziati nella fascia di sicurezza creata dopo la tregua.
Per ora gli ufficiali non hanno una soluzione tecnologica, se non avanzare con i fanti per allontanare i contendenti dalle basi allestite dentro al Libano. È quello che sta succedendo in questi giorni: i carrarmati si sono mossi oltre la Linea gialla definita dagli israeliani e le incursioni hanno colpito più in profondità. Il primo ministro intende mantenere il controllo su questa zona cuscinetto anche se il presidente americano dovesse ordinargli lo stop ai combattimenti. Trump avrebbe vietato di effettuare bombardamenti su Beirut, che si concentrerebbero sul quartiere di Dahieh, considerata la roccaforte di Hezbollah.
Ormai Tsahal resta dislocato in Libano, in Siria e soprattutto nella Striscia di Gaza dove occupa il 60 per cento dei 363 chilometri quadrati: anche lì al di qua di una Linea Gialla che dalla tregua dello scorso ottobre supera con i bombardamenti e i raid, i palestinesi uccisi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco sono quasi 900, oltre 72 mila nell’offensiva voluta da Netanyahu dopo i massacri del 7 ottobre 2023, 1.200 persone ammazzate nel Sud di Israele.
La campagna
I comandanti proseguono nella campagna che tenta di limitare il rafforzamento di Hamas – domina sul 40 per cento del territorio – e di smantellare i nuovi vertici: martedì è stato ucciso Mohammed Odeh che era stato nominato capo militare dell’organizzazione fondamentalista solo una decina di giorni fa, dopo l’eliminazione del predecessore Ezzedine Al Haddad. Che un anno fa aveva preso il posto di Mohammed Sinwar: assieme al fratello Yahya aveva pianificato gli eccidi di quasi tre anni fa. Come ha ricostruito il quotidiano Wall Street Journal l’esercito e i servizi segreti hanno lanciato da allora un’operazione per catturare o ammazzare tutti quelli che abbiano partecipato agli assalti o abbiano contribuito in qualche modo alla mattanza.
Il piano
Israel Katz, il ministro della Difesa, ha spiegato ieri che Israele resta intenzionata a portare avanti «il piano di migrazione volontaria» per gli abitanti della Striscia. In due milioni stanno ammassati tra le tende e le macerie, stretti tra l’esercito e il Mediterraneo. Quella che Katz definisce «migrazione volontaria», il suo collega ministro Bezalel Smotrich, leader fanatico dei coloni, chiama espulsione «forzata» verso altri Paesi. Progetta ancora, sostenuto da altri alleati di Netanyahu, di ricostruire le colonie evacuate nel 2005 su decisione di Ariel Sharon.