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 2026  maggio 28 Giovedì calendario

L’Iran illustra l’accordo in tv. Gli Usa: «Totale invenzione»

Di solito siamo abituati al contrario. Donald Trump annuncia che l’intesa è a un passo, che manca «un soffio», che sarà «un grande accordo». Poi, qualche ora dopo, da Teheran arriva la smentita. Un ministro, un presidente del parlamento, un qualche leader della Repubblica islamica – Abbas Araghchi, Mohammed Ghalibaf, per esempio – prende il telefono, apre X e sconfessa la Casa Bianca, via post.
Questa volta i ruoli si sono invertiti. A muoversi per primi sono stati loro, gli iraniani. La tv di Stato, l’immensa macchina di Irib – l’unica emittente considerata legale nel Paese: dodici canali nazionali, quattro internazionali, sei satellitari, trenta provinciali – ha illustrato quella che viene presentata come l’ultima bozza del memorandum d’intesa fra Washington e Teheran. Nella versione raccontata al pubblico iraniano, gli Stati Uniti si impegnano a ritirare le forze militari schierate vicino al territorio della Repubblica islamica, a revocare il blocco navale sui porti, a togliere quella cinghia che da tre mesi strozza Hormuz. In cambio, Teheran dovrebbe riportare entro un mese il traffico commerciale nello Stretto ai livelli di prima della guerra, garantendo che petrolio e gas tornino a scorrere. E il passaggio delle navi verrebbe gestito insieme all’Oman, partner presentato come garante regionale di una nuova normalità. Segue il finale con rullo di tamburi. Se nei sessanta giorni previsti si arrivasse a un accordo definitivo, il testo – racconta sempre Irib – dovrebbe essere portato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e trasformato in una risoluzione vincolante.
Poche ore dopo, però, Washington fa la sua smentita: «Questa notizia diffusa dai media controllati dall’Iran non è vera e il memorandum d’intesa che hanno “pubblicato” è una completa invenzione». Il messaggio insiste quasi più sulla fonte che sul contenuto: «Nessuno dovrebbe credere a ciò che i media statali iraniani diffondono. Contano i fatti». La televisione di Stato – megafono del regime – viene accusata di avere inventato, o forse anticipato un testo che in America giurano di non aver approvato.
Eppure, dietro la parola «invenzione», restano alcuni dettagli che suonano familiari e che fanno pensare più a una fuga di notizie che a una fantasia. Già nei giorni scorsi funzionari statunitensi avevano lasciato intendere che Trump sarebbe pronto a revocare il blocco di Hormuz se l’Iran accettasse di garantire un passaggio sicuro alle navi commerciali. L’idea di legare il ritiro delle forze più vicine ai confini iraniani a un ritorno alla navigazione era già circolata, come ipotesi di lavoro.
Nel frattempo, dal lato americano, emergono altre condizioni. Durante una riunione di gabinetto, parlando di Hormuz, Trump insiste che, qualunque cosa accada, resterà «aperto a tutti» e definisce quelle acque «internazionali».
Da Teheran, intanto, si lavora a un’altra narrazione. Meysam Zohourian, segretario della Commissione economica del Parlamento, ha scritto su X che la bozza del memorandum includerebbe anche la fine della guerra in Libano e un programma di ricostruzione per l’Iran da 300 miliardi di dollari, nonché la revoca delle sanzioni statunitensi. Alcune fonti informate aggiungono un dettaglio che era già circolato: gli ayatollah pretenderebbero lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati prima di qualunque firma, e la metà dovrebbe essere versata al momento della comunicazione dell’intesa. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in una telefonata con il collega neozelandese Winston Peters, dice che «la responsabilità della situazione nello Stretto ricade esclusivamente sugli aggressori». Il vice capo della marina dei pasdaran, Mohammad Akbarzadeh, sostiene che una ripresa della guerra con gli Stati Uniti è «improbabile», ma aggiunge che l’Iran è pronto a respingere qualsiasi attacco. Lo dice mentre il presidente Masoud Pezeshkian sente al telefono il mediatore e premier pachistano Shehbaz Sharif in occasione di Eid al-Adha – Festa del Sacrificio, una festività islamica —, che spera «presto in un accordo».
Negli ultimi giorni Trump non sta dando segnali di voler chiudere in fretta. Niente countdown, niente annunci di firme imminenti, come invece ha fatto intendere sabato, quando sembrava che un accordo minimo sulla riapertura di Hormuz fosse a portata di penna. Ora il negoziato sembra essere tornato a muoversi in una zona grigia.